Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza: due nuove clip in italiano e intervista al regista Roy Andersson

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza: video, trailer, poster, immagini e tutte le informazioni sul film di Roy Andersson nei cinema italiani dal 19 febbraio 2014.

Aggiornamento di Pietro Ferraro

Dopo la vittoria del Leone d'oro al Festival di Venezia 2014 approda oggi nei nostri cinema con Lucky red il film Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza di cui oggi vi proponiamo due nuove clip in italiano e una lunga intervista al regista svedese Roy Andersson e se volete approfondire ulteriormentte vi ricordiamo che è anche disponibile una recensione in anteprima del film.

INTERVISTA A ROY ANDERSSON

Da cosa sono legati i film della Trilogia e in cosa si differenziano?

R.A.: Sono convinto che ogni film possa, e debba, essere visto sempre individualmente. All’interno di un solo film, ogni scena può essere vista separatamente. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza ha 39 scene e la mia ambizione è che ognuna di es se possa apportare una diversa esperienza artistica al pubblico. In generale la trilogia chiede agli spettatori di esaminare se stessi; chiedendo loro “Cosa stiamo facendo? Dove siamo diretti?”, intende generare riflessione e contemplazione in merito alla nostra esistenza con una dose abbondante di tragicommedia, lebenslust, ossia passione per la vita, e un rispetto fondamentale per l’esistenza umana. La trilogia mostra un’umanità potenzialmente diretta verso l’apocalisse, ma dice anche che il risultato è nelle nostre mani. Canzoni dal secondo piano è intriso di Millenarismo, dalla scena del venditore che butta via i crocifissi, simboleggiando l’abbandono della compassione e dell’empatia, alla scena delle case che si muovono, che evoca la paura di crisi finanziarie cicliche, esse stesse apocalissi minori. I temi della colpa collettiva e della vulnerabilità umana sono centrali in questo film. You, The Living, ha rappresentato un avvicinamento coraggio so ai sogni, una transizione che ha aperto un’intera serie di nuove possibilità per me. Prima, i miei personaggi commentavano i propri sogni. Oggi in Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, le scene semplicemente assomigliano a sogni, senza alcuna ulteriore spiegazione. Questo film è anche più ironico rispetto agli altri due, e il tono preponderante è quello della lebenslust, anche se i personaggi sono tristi e soffrono molto.

Che cosa ha significato il passaggio dal 35mm al digitale per la
lavorazione?

R.A.: Quando si invecchia, spesso è difficile cambiare il proprio metodo di lavoro, ma questa volta non è stato così. Vedo questo cambiamento, quello verso le riprese in digitale, in maniera molto positiva. Sono contento di aver imparato a utilizzare questo metodo, con l’aiuto dei miei straordinari collaboratori, naturalmente. Nella pratica mi ha permesso di poter utilizzare più facilmente i campi lunghi. Prima ero più concentrato sull’idea di mettere a fuoco lo sfondo e preoccupato da essa. Sono un sostenitore della profondità di campo e con le telecamere digitali è diventato possibile ottenere definizione a ogni distanza, penso sia una cosa fantastica. L’estetica astratta e pittorica di Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza richiamerà quella dei miei lavori precedenti. Le immagini sono leggermente più luminose e definite, grazie all’utilizzo della telecamera digitale. Inoltre ho mirato a ottenere scene più dinamiche, in maniera che il nuovo film ricordasse meno una serie di quadri plastici e che avesse un ritmo più distinto. In generale, questo è il massimo di cui io e i miei collaboratori siamo capaci. L’abbiamo portato all’estremo.

La tua regia si ispira ai pittori, da quelli rinascimentali alla Neue Sachlichkeit, conosciuta anche come Nuova Oggettività, fino a Edward Hopper. Quali pittori sono stati più importanti per Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza?

R.A.: Direi Otto Dix e Georg Scholz, i due artisti tedeschi le cui innovazioni artistiche sono state ispirate dalle loro esperienze nella Prima Guerra Mondiale. Le loro visioni del mondo, incrinate dalla guerra, colpiscono in un modo che sento molto vicino, senza che io abbia mai preso parte a una guerra. Quando ero giovane, il realismo era l’unica cosa che mi interessava. Tutto il resto era semplicemente strano (o meglio, borghese), ma col tempo sono sttao semprre più affascinato dall’arte astratta, a partire dal simbolismo dall’espressionismo, e dalla Neue Sachlichkeit. È molto più interessante di una pura rappresentazione naturalistica. Oggi trovo quasi noiose le rappresentazioni naturalistiche, mentre l’interpretazione personale dell’espressione astratta è straordinaria, e Van Gogh ne è il maestro. È in grado di dipingere tre corvi che volano su un campo di grano e di convincere lo spettatore di non aver mai visto una cosa simile. È una specie di “super-realismo”, un obiettivo che ambisco a raggiungere con Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, in cui l’astrazione è condensata, purificat a e semplificata. Le scene ne dovrebbero emergere ripulite, come ricordi e sogni. Sì, non si tratta di un compito facile: è difficile essere facile, ma ci proverò.

Trovi triste il fatto che i registi contemporanei non traggano più ispirazione dalla pittura?

R.A.: Lo trovo molto deprimente. È per questo, forse, che il cinema di oggi è così fiacco e poco interessante. Le immagini sono così povere. E questo è, a sua volta, dovuto all’economia: non c’è né il tempo né il denaro per essere più scrupolosi. Questo considerato, mi sembra molto triste che siano così pochi i registi di oggi pronti a curare gli elementi visuali della regia, anche se questo richiede tempo e denaro. Mi ci sono voluti quattro anni di lavoro a tempo pieno per completare questo film.

Siete riusciti a lavorare senza i proventi delle pubblicità?

R.A.: Sì, a differenza dei due film precedenti, abbiamo finanziato Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza senza fare pubblicità durante il processo. Anche se un po’ di soldi in più ci avrebbero fatto comodo in alcuni momenti, ho trovato molto gratificante il fatto di potermi concentrare completamente sul film.

Quando è uscito Canzoni dal secondo piano, nel 2000, descrivevi il tuo stile come una specie di “trivialismo”. Questo vale ancora?

R.A.: Sì penso che Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza sia un esempio ancora più chiaro di ciò che considero come “trivialismo”. Si tratta della trivialità trasformata in un’esperienza più attraente. E questo si applica anche alla pittura in generale, tutta la storia dell’arte è piena di trivialità perché esse fanno parte delle nostre vite, delle nostre premesse nella vita. Adoro questa cosa, e un domani vorrei diventare anche più triviale di quanto non lo sia stato in questo film. Anche di più che nelle scene con il re svedese Carlo XII che torna al campo di battaglia di Poltava, dove appare inaspettatamente in situazioni molto triviali, prima quando gli viene sete e poi quando ha bisogno di andare in bagno.

La presunta omosessualità di Carlo XII è messa in risalto per fare apparire questo conquistatore così mascolino ed eccentrico più umano?

R.A.: In Svezia lui è generalmente considerato un vero macho e di conseguenza un forte simbolo per molte organizzazioni di destra. Ma oggi nutro un forte rispetto per la bellezza della scena, specialmente quando il re all’improvviso si sente così legato al giovane barista. Ne sono molto soddisfatto. In fondo, in qualun que posizione si sia nella società, le persone sono sensibili e vulnerabili. Illustrare questo è fondamentalmente ciò che voglio ottenere con il mio lavoro.

Clip - Non ti voglio incontrare di nuovo:

Pensi che nel mondo ci sia una sempre maggiore mancanza di compassione ed empatia?

R.A.: Abbiamo tutti provato compassione almeno una volta. Mi dispiace molto, a tutti noi dispiace, il fatto che questo elemento sia spesso represso nel nome dell’affarismo. Mi riferisco a Emmanuel Levinas, che parla della dignità dell’essere umano e del rispetto per un’esistenza diversa, per un presente diverso, che è gratificante. In una delle scene del mio film, un anziano si pente del comportamento crudele e avaro che ha mantenuto in tutta la sua vita: “È per questo che sono stato così infelice”, dichiara a un cameriere. Ma le parole non bastano a creare una comprensione completa e una comunicazione totale, il che in qualche modo spiega la mancanza di parole nella trilogia. Penso che il ritratto visuale dell’essere umano, sia nella pittura che nel cinema, ci dica più delle parole. Non posso spiegarlo in altro modo. È anche per questo che mi piace, per esempio, Aspettando Godot di Beckett: è così triviale, laconico, con queste persone che non si capiscono, eppure così autentico. Le mie scene vogliono mostrare le incomprensioni e gli errori commessi da persone che si incontrano ma non entrano davvero in contatto perché pensano di avere poco tempo per ottenere ciò che loro ritengono importante.

Sembri nutrire un affetto particolare per i venditori: i protagonisti
dei tuoi film vendono crocifissi, frigoriferi, e in Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, degli oggetti per far ridere la gente. È una specie di autoritratto?

R.A.: In un certo modo, questo deriva dalla mia infanzia, da membri della famiglia che vendevano cose. Ma essere un venditore è così universale, è quasi un sinonimo della vita. La vendita e la pubblicità, si potrebbe dire, sono i fondamenti di una società civilizzata. Convincerò questo fondo o quell’emittente televisiva del fatto che questo sia interessante e importante. Io stesso sono un venditore, e tutti noi lo siamo. Dobbiamo promuovere noi stessi e comunicare tarmite le nostre cose e le nostre idee.

Come ti è venuta l’idea di far vivere i due venditori in un albergo di pessima categoria?

R.A.: L’hotel è una conseguenza diretta del mio trascorso a Göteborg. Il posto in cui sono cresciuto oggi è una bettola, e purtroppo mio fratello, che fa uso di droghe da molto tempo, è finito lì. Quindi conosco bene la vita in quell’ambiente. In senso più ampio, questi compagni sono modellati direttamente sulla letteratura: Don Chisciotte e Sancho Panza, Uomini e Topi di John Steinbeck e come non citare, dalla storia del cinema Stanlio e Ollio, anch’essi una fonte di ispirazione per Beckett. Gli uomini nel film sono una versione di Stanlio e Ollio. Uno di loro è un po’ tronfio, mentre l’altro non è molto sveglio; è un po’ più triste e piange facilmente. Sono stato molto ispirato da queste coppie maschili della storia culturale.

E nella loro relazione impari, i due venditori rappresentano anche l’universo più in generale, l’oppressore contro l’oppresso.

R.A.: Sì, che sta diventando sempre più evidente. Oggi ho parlato con il mio direttore della fotografia, István Borbás, di questo problema diffuso, di una società con sempre meno solidarietà. Oggigiorno siamo spinti a pensare soltanto a noi stessi, ad aumentare il nostro guadagno approfittandoci degli altri. Non oso pensare alle conseguenze terribili di questo comportamento. È un disastro, un’alienazione che farà perdere qualunque fiducia ai giovani. Odio l’umiliazione, vedere altre persone essere umiliate ed essere umiliato io stesso. In un certo senso, tutti i miei film trattano di umiliazione. Sono nato in una famiglia operaia e ho visto alcuni parenti umiliarsi davanti ai propri superiori, mostrando un rispetto esagerato per l’autorità, che li rendeva incapaci di parlare, per poi lasciarli con un senso di colpa. Ho provato questa sensazione tutta la vita ed ho deciso di lottare contro di essa.

E questa lotta ha avuto successo?

R.A.: Sì, nel senso che non sono come i miei nonni, non ho per nulla paura delle classi dirigenti. Ma vivrò con questa umiliazione tutta la mia vita, e con un odio nei confronti dell’autorità. Questa è anche la ragione principale del mio uso ricorrente di caricature di monarchi. È un modo per bestemmiare contro la storia della classe dirigente. In Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza c’è anche una scena, ordinata rigorosamente, in cui un crimine terribile è inserito in un contesto storico fittizio. È quasi una provocazione, con questa combinazione di crudeltà e bellezza. Mi riferisco alla scena dello sterminio, verso la fine del film. I colonialisti britannici costringono gli schiavi a entrare in un cilindro di rame e dalle ultime grida delle vittime nasce una musica lenta e bellissima. Per un artista è importante, necessario persino, smuovere i preconcetti, suscitare, aumentare il senso di colpa nel mondo. Siamo ancora tenuti a provare vergogna. Ho questa scena in mente da 50 anni, e in essa vi sono anche molti riferimenti storici. Sono molto felice di essere riuscito a realizzarla senza servilismi o sentimentalismi. In Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, ci sono numerose scene di questo tipo. Ho cercato, perlomeno, di creare una grande tensione tra il banale e l’essenziale, il comico e il tragico, ma anche le scene tragiche contengono energia e ironia. Vedo Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza come un film comico dall’inizio alla fine, emozionante e edificante. Ma di quando in quando, il pubblico assisterà anche a delle esplosioni di terrore. Sarà un’estensione di sentimenti che vanno dall’ironia all’orrore.

La trilogia ora è terminata. Questo è anche l’ultimo film che possiamo aspettarci da Roy Andersson?

R.A.: No, in realtà sto già lavorando su un nuovo film. Sarà ancora più feroce, con ancora più fascino e richiamo. Anche Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è così, ma il prossimo sarà ancora più spregiudicato. Non abbandonerò mai il probabile e il possibile. La mia regia deve essere connessa a una certa praticità, una specie di realismo stilizzato.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza: prima clip in italiano del film Leone D'Oro a Venezia 2014

Aggiornamento di Pietro Ferraro

Lucky Red ha reso disponibile una prima clip in italiano di Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, il film di Roy Andersson vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia 2014 che arriverà nei cinema italiani il prossimo 19 febbraio.

Il film mette in scena un caleidoscopico viaggio attraverso il destino umano attraverso un percorso che svela la grandezza della vita, ma anche l’assoluta fragilità umana.

L'essere umano e la stanza

Nella nostra vita quotidiana, non riflettiamo spesso sulle stanze e sullo spazio intorno a noi, sia che osserviamo sia che siamo osservati, occupati come siamo dalle nostre attività e dai nostri pensieri. Ma quando si tratta di descrivere un essere umano e la sua esistenza, ci torna in mente l’importanza dello spazio.

Lo spazio descrive il suo destino e la sua sorte, la sua situazione nella vita. Uso la parola “stanza” nel senso svedese, più ampio, del termine, che significa “spazio personale”, il che vuol dire che una stanza può esistere anche all’esterno, non solo all’interno. Non possiamo sfuggire alla nostra stanza. È possibile scegliere, in una certa misura, in quale stanza esistere, o conformarla alle nostre preferenze. Questo spazio ci segue e rivela le nostre ambizioni.

Nella maggioranza dei casi, però, ci ritroviamo in una stanza sulla quale non abbiamo esercitato alcun tipo di controllo. Non capita spesso di finire in uno spazio solo grazie alla nostra volontà. Il nostro ambiente, la nostra “stanza”, rivela il nostro posto nella società e nella storia. Rivela le condizioni della nostra vita, della nostra esistenza. È il risultato di un processo storico, laddove l’influenza del nostro libero arbitrio è meno importante di quanto non ci piaccia pensare.

Nella fotografia, nella pittura e nelle installazioni artistiche, la comprensione dello spazio è sempre stata evidente e in queste arti si è sviluppato un incontro tra discipline diverse. Al contrario, la cinematografia da lungo tempo ha abbandonato lo spazio, a vantaggio di un narcisismo astorico e pseudo-sociale. Non è un caso che la cinematografia sia ancora associata alla nozione di “fabbrica di sogni”.

Lo spazio definisce l’essere umano e rivela i valori e le condizioni alla base dei sogni che facciamo. Lo spazio dice la verità. Non lo vediamo né sentiamo sempre e questo capita ancora meno spesso, per tradizione, nei film. [Roy Andersson]

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza: trailer italiano del film Leone D'Oro al Festival di Venezia 2014

Aggiornamento di Pietro Ferraro

Reduce dal Leone d'oro vinto come miglior film al Festival di Venezia 2014 arriva nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red, Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza diretto da Roy Andersson.

Il titolo del film è un riferimento al quadro "Cacciatori nella neve" di Pieter Bruegel, artista fiammingo noto anche come "il Vecchio". Il dipinto raffigura un paesaggio rurale invernale con alcuni uccelli appollaiati sui rami degli alberi.

Alla Mostra del Cinema di Venezia il regista ha citato tra le sue fonti d'ispirazione il classico "Ladri di Biciclette" di Vittorio De Sica.

A seguire trovate la sinossi ufficiale, mentre se volete approfondire è anche disponibile una recensione in anteprima del film.

La trama ufficiale:

Come una coppia di Don Chisciotte e Sancio Panza dei nostri tempi, Sam e Jonathan, due venditori ambulanti di travestimenti e articoli per feste, ci accompagnano in un caleidoscopico viaggio attraverso il destino umano.

È un percorso che svela la bellezza di singoli momenti, la meschinità di altri, l’ironia e la tragedia nascosti dentro di noi, la grandezza della vita, ma anche l’assoluta fragilità umana.

Tre incontri con la morte

Un uomo muore di infarto tentando di aprire una bottiglia di vino con tutte le sue forze, mentre la moglie, ignara, continua a preparare la cena in cucina.

Un’anziana sul letto di morte stringe a sé la borsetta piena di gioielli, mentre i figli cercano di estrarla dalla sua stretta disperata: “Non ti è permesso portarli con te in paradiso, mamma, ti daranno dei nuovi gioielli lassù...”

Un passeggero muore stramazzando al suolo nel bar di un traghetto, subito dopo aver pagato il suo pranzo. Il cassiere chiede: “Qualcuno lo vuole? È gratis

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence di Roy Andersson Leone D'Oro al Festival di Venezia 2014


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Al Festival di Venezia 2014 vince Roy Andersson: la giuria, presieduta da Alexandre Desplat e composta da Carlo Verdone, Joan Chen, Philip Gröning, Jessica Hausner, Jhumpa Lahiri, Sandy Powell, Elia Suleiman e Tim Roth, dopo aver visionato tutti i 20 film in concorso della settantunesima edizione della manifestazione, ha deciso di assegnare il Leone d'oro a A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence (EN DUVA SATT PÅ EN GREN OCH FUNDERADE PÅ TILLVARON). Il settantunenne regista svedese, ritirando il premio, ha ringraziato tutti e ha ricordato l'influenza che ha avuto nella sua vita Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.

In una recente intervista rilasciata a Shockya, Andersson ha parlato di A pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence, l’ultimo film della trilogia (i due capitoli precedenti erano Songs from the second floor e You, the Living) dedicata al racconto della vita umana nelle sue molteplici varianti: il film portato a Venezia coniuga umorismo e tragedia e si è ispirato ad opere pittoriche e letterarie:

Mi piace la tragicomedy. Ci sono sempre due facce della stessa medaglia, una combinazione tra tragedia e commedia. La vita è così… I pittori hanno sempre ispirato il mio cinema, da artisti del Rinascimento a quelli della Neue Sachlichkeit, dalla Nuova oggettività a Edward Hopper. Otto Dix e Georg Scholz hanno influenzato la realizzazione di questo film. Loro non erano umoristi, ma grotteschi, capaci di fare una istantanea del realismo. Nelle loro opere si crea uno stato d’animo particolare tra l’uomo e il suo spazio circostante: un uomo può mentire, ma l’ambiente rivela sempre la verità. Anche Bruegel il Vecchio è un’altra fonte d’ispirazione. Il suo quadro, La torre di Babele, dedicato all’incomunicabilità del genere umano, è un dipinto notevole… Cervantes è stato molto d’ispirazione per i personaggi dei venditori che incarnano Don Chisciotte e Sancio Panza, un visionario e uno scettico. Ho fatto anche riferimento al due Laurel & Hardy, quando cercavano di salire la scala sociale, senza mai riuscirci.

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