Luci nuove sul Luce e su Cinecittà Studios, via Tuscolana: auguri, riflettori in ginocchio verso i cieli del cinema

Mentre Cinecittà Worlds, inaugurata in piena estate, sulla Ponatina, laddove era Dinocittà, cerca il suo futuro, la Cinecittà, casa madre resiste e si prepara a un futuro degno del suo passato, si spera…

Tutti i sentimentali, tutti i nostalgici del cinema che ribollono dentro nel sogno di realtà positive, si sono visti riproporre un piccolo restauro che si rifà alla storia, la lunga storia di Cinecittà nata nel 1937. Era ora: non c’è cosa migliore per il passato che rinverdirlo anche con pittura, minitocchi di decoro, suggestioni luminose. Sono sceso dalla metro e, mentre salivo nel vento abituale nel cunicolo delle scale, ho cominciato a vedere su nubi brontolanti i fasci dei riflettori verso il cielo, preghiera laica del cinema che cerca santi politici e imprenditori (produttori) per sollevarsi dal groppo in gola delle infinite crisi. Sogni, pitture nell’etere.

La cerimonia era semplice e importante. Hanno partecipato i dirigenti di Cinecittà Studios (che si prepara ad accogliere il remake della perla “Ben Hur” della Metro), dell’Istituto Luce (che ha portato alla Mostra di Venezia e il bendiddio dei suoi straordinari documenti), di Cinecittà World, in ambasce per un sofferto esordio del cinelunapark; i dipendenti di Cinecittà, anch’essi desiderosi di avere risposte sul destino della fabbrica del cinema, carica di gloria; e gli amici venuti per tastare e per tastarsi il polso sulla fabbrica tanto amata e sofferente. Auguri a tutto.

Lo spettacolo era smorzato. Nessun trionfalismo, con la consapevolezza timida di fare un passo per dimostrare che nulla è perduto. Nessuna autorità da cui attendersi improbabili promesse o risposte ai problemi. Tanta voglia di respirare e di trovare soluzioni. Avere cominciato dalla facciata è qualcosa di più che un auspicio, chiedendo l’aiuto degli dei, mitologia in decadenza nel cinema, non solo italiano.

La facciata di Cinecittà è fatta di pietra e metalli ma il suo simbolo è ancora più forte dei materiali. Per rendersene conto, basterebbe fare una cosa, prendere un’iniziativa documentaria. Lo dico sulla base delle suggestioni di cui sono a caccia tra le nuvole cariche di pioggia, pioggia prudente e gentile. Suggestioni, non favole, storie concrete. Si potrebbe fare una mostra (chissà, l’hanno fatta) seguendo passo passo le vicende di questa Città del Cinema dove molti, non solo Fellini, che ebbe il coraggio di dirlo, hanno addirittura una branda e un lavabo pur di non uscirne. Foto dell’apertura, nella ancora vuota Tuscolana percorsa da un timido tram che diventerà famoso. Foto degli anni in cui un portiere dal nome anoressico, Pappalardo, grasso come Orson Welles, era il cerbero che scacciava i curiosi o i candidati a far dive come Assia Noris o divi come Amedeo Nazzari. Foto degli ultimi anni di mondanità, tra i fiori, mentre si annunciavano i bombardamenti, e altre disgrazie, della seconda guerra mondiale. Foto del periodo 1944-48 quando gli studi furono suddivisi da tramezzi e trasformanti in abitacolo per i senza tetti e i rifugiati. Foto di cataste di meloni davanti al cancello per fare un po’ di fresco nelle estati languide della ripresa ancora con calzini bucati e legionari con infradito e orologio al posto…

Nulla restituisce il passaggio del tempo dei fotogrammi fissi. E non perché lo hanno detto Roland Barthes e Jean Luc Godard. Ma perché l’occhio riposa, scaccia una ospiziale e funerea casa di…riposo, recupera le memorie più belle e vivaci, il piacere del cinema come invenzione, alta promessa. La sera dei riflettori, la facciata ripulita, onesta, vivace di esperienze e di nuovi desideri; la cassa, il botteghino classico all’interno ricostruito con l’arredamento anni trenta e quaranta; la gente, gli invitati sono particolarmente imbarazzati e saranno lì solo per partecipare, ma la situazione coinvolge, provoca, responsabilizza. I riflettori girano su se stessi, tornano verso la terra, e interrogano. Dicono a tutti noi: che fate?

Già, che fate? Che facciamo? Facciamo punto sulle parole fisse, e fesse, andiamo a capo. Le notizie sono quelle che sono, ferme come bocce sgonfie. Un Oscar, qualche premio ai festival, incassucci nelle sale, e forse temi, soggetti, sceneggiature rimasti ingiustamente in cassetti. L’autunno è all’insegna del flop, contrazione degli incassi del 31.43 %. I film italiani a Venezia travolti dallo tsunami invisibile, ma doloroso, in mostra sulla Laguna. Flop gravi, presunzione, vuoto di idee. Le luci sono tornate a Cinecittà. Che riescano a splendere, davvero, e non solo in una serata calda come in agosto. I soliti esperti incolpano il caldo e il sole del flop, in un’Italia alluvionata. Contraddizioni di un Paese mancato.

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