Quali risorse per il cinema? Olmi, Wenders, Salgado, Nolan

Rischiare, non dipendere dalle recensioni, se si resta delusi riprovare ancora, il cinema è l’unica mano generosa per allentare il cappio delle tv sostenute dai “neo-situazionisti” di ogni stagione

Ho visto quattro film che mi suggeriscono quanto sto per scrivere. Non sono capolavori e hanno i loro difetti, eppure vivono, eppure sono segnali che il pubblico coglie e cerca nelle sale cinematografiche. “Il sale della terra” di Wim Wenders sul lavoro di Juliano Ribeiro Salgado. Non travolge, non è privo di un certo compiacimento o di un “orgoglio” artistico algido, e ci si può perdere nelle spire del suo ritmo lento ed estatico; ma aiuta a mostrare un mondo con il senno di poi, con il suo intreccio di foto bellissime in cui gli interventi di Salgado forzano in modo affascinante le stesse foto. Una bella esperienza estetica.

Torneranno i prati” di Ermanno Olmi. In mezzo alla retorica che commenora e si ferma al monumento ai caduti, il “montanaro” Olmi va alla radice degli equivoci trionfalismi: denunciando la morte per i soldati che niente sanno della guerra, invece molto sanno delle donne che non rivedranno; e denunciando lo smarrimento degli ufficiali che al patriottismo (ricerca della bella morte, anticamera del fascismo in arrivo) reagiscono con il coraggio della paura. Il film ha una sua potenza, nonostante qualche approssimazione nella qualità delle riprese.

Il giovane favoloso” di Mario Martone, il film su Leopardi che non mi era tanto piaciuto alla Mostra veneziana, per la difficoltà (confermata) del bravo regista di vincere una accurata forma, sostituendola con una incertezza tra enfasi di scene (la Napoli dei bordelli) e sofisticate ambientazioni. Il successo credo che sia stato guadagnato nelle sale per meriti del film (caparbia volontà di fare storia in un paese che fa zero della sua storia e della sua cultura).

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Interstellar” di Christopher Nolan rischia di cadere nella fantascienza- due palle della tradizione della Hollywood fracassona ma il non facile gioco scientifico (?) incuriosisce, e ci avvezza a considerare la possibilità di spostarsi nelle epoche, col paradosso di vivere molto di più delle nostre madri. Solo curiosità? Non dire: un assaggio di quel che non sappiamo della scienza senza fanta.

Ecco quattro film, italiani e uno straniero, che mi hanno sollecitata un confronto tra cinema e televisione. Essi sono diseguali ma vitali, indipendentemente degli incassi, che pure ci sono. Segno che il pubblico non è ancora del tutto gregge belante. Dicono che la televisione abbia vinto su tutta la linea. Non ne dubito. Ma non è detto. Il fatto è che della cosa non se ne discute più. Sembrano passati i tempi in cui la si considerava una parvenue, un’ intrusa nelle case di pochi e poi di tutti, un potente media che diventerà ancora plù potente una sorta di demonio, contro tutto, contro tutti, contro la cultura,pronto a invadere, vincere, dominare. E così sembra. Ma non sarà mai solo e non avrà vita facile.

Una mezza giustizia c’è. La televisione è ormai il regno dello scontato, della noia, della ripetitività, della pigrizia. Non la si può abbandonare al suo destino di cui non si vede estinzione poiché sono e saranno i produttori privati o pubblici (compresi i servizi pubblici, dove esistono) a dettare purtroppo i modelli, a formare…i formati e a…formare il cattivo gusto che avanza. Serve lotta dura, senza paura, contro la pessima tv conquistatrice, che è quasi la totalità. La paura del domani c’è ed è tanto forte, stimola il cinema dotato di mezzi finanziari a competere per imporsi sul mercato internazionale.

E’ ancora Hollywood il centro del cinema che si consuma, con i prodotti a ricasco, i kolossal piccoli o grandi, e anche i video game e story che impongono ai film un gusto pesante, giocattoloso, cretino. Ma se spegnesse sarebbe la catastrofe. Il resto del cinema va avanti come può. In India, domina Bollywood. Nei paesi arabi vanno le saghe e le soap originali comunque contagiate da quelle sudamericane, a loro volta plagiate dai serial made in Usa, usi e consumi da slums. Il cinema si perde in questa bonaccia nel mare del Titanic, rottami e avanzi dei sopravissuti.

La situazione è grave, peggiora. Diventa sempre più chiara la spartizione di un mondo spaccato in due, un mondo che pratica con le tv un dominio del cattivo gusto o del gusto standard, e un mondo che adopera la tv secondo scelte personali anzi individuali, scelte di spettatori minoritari che cercano di non farsi travolgere. In Italia, languendo il servizio pubblico che “non” affronta la concorrenza con le tv commerciali e abbassa sempre più il livello qualitativo, la situazione del degrado che avanza è gestita dai neo-situazionisti.

Chi sono “i neo-situazionisti”? Sono quelli che Umberto Eco aveva chiamato tempo fa gli “integrati” della tv , la tv che si sente il centro della comunicazione. Una cosa ben diversa dai “situazionisti” teorizzati nel 1968 in piena contestazione da Guy Dubord, il quale suggeriva di vedere problemi, realtà, fatti con pragmatismo, senza schematismi troppo rigidi. I “neo-situazionisti” sono una contraddizione vivente: amano (dicono di amare) il cinema ma si innamorano dei telefilm e dei format televisivi; poiché alcuni di essi lavorano in tv da posti di potere scelgono, dopo essere stati “puristi” nei cineclub di ieri o dell’altro ieri. di funzionare con opportunistica ambiguità.

Sono potenti, secondo il volere dei vertici delle tv, vengono adoperati come dei profeti convertiti alla televisione centro dei modelli, delle scelte formali e di contenuto. Sono alleati a critici tv che rifiutati dal cinema sono diventati “neo-situazionisti”, conquistati da una missione, da un progetto di annessione tv del cinema. Il punto è delicato. Se il cinema deve, come deve, vivere nel presente, vivere nel futuro dopo avere avuto un grande passato, non servono le posizioni dei “neo-situaziomisti”, le loro indicazioni, sulla “esigenza” di congedare il cinema per stabilizzare la vittoria definiva delle tv, della loro ormai inevitabile mediocrità e sterilità. La situazione è seria e i “neo-situazionisti”, coltivatori del desiderio di galleggiare comunque nell’inevitabilità peggiorativa, danno una mano al peggio perché vogliono che peggiori ancora. Il loro nemico è il cinema come creazione originale artistica, che fa scelte e ha gusti diversi, difficile o minoritario.

Il Golia Tv è sfigurato ma i sostenitori del peggio tanto meglio lo servono, proprio nel momento della crisi grave della televisione e della sua qualità. Essi coprono il deterioramento delle tv , mentre si delinea spontaneamente uno sviluppo dei media e dei new media che incalza, e può riservare sorprese, novità, proposte fuori dai serial e dai format, proposte che si cominciano a scoprire. Il “prodotto artistico migliore resisterà. Il cinema è più adatto della tv, delle tv, a cogliere e interpretare scelte fuori dal conformismo, della banalità, dalla inutilità di milioni di ore televisive. La follia dell’usa e getta.

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