Filmmaker 2014, lunedì 8 dicembre: il francese Lupino è l'ultimo del Concorso, mentre sale in cattedra il Dee Dee Ramone di Kowalski

Milano Filmmaker 2014: ultimo giorno di Festival. Ieri penultimo atto, quasi ultimo, tra le periferie di Bastia e la straniante lucidità di Dee Dee Ramone

Ed anche questa edizione del Filmmaker si avvia alla conclusione. Potremmo considerarlo concluso se pensiamo che due delle proposte più rilevanti, ossia il Concorso e la retrospettiva di Lech Kowalski, hanno già chiuso i battenti. Ma per delle vere e proprie conclusioni, ci riserviamo un ultimo commento, magari a parte.

Ieri Lupino di François Farellacci ha ufficialmente chiuso la girandola dei film in lizza per la vittoria di questa edizione. Film piccolino, a contatto con i ragazzi delle case popolari vicino Bastia. Qualcuno ha scomodato Harmony Korine, ma sebbene la menzione non sia infondata, ci andremmo cauti. Farellacci è sì mosso dal medesimo interesse, quasi amore, per quell'area apparentemente senza speranza, lasciata a sé stessa, nell'odierna Corsica; l'incisività non è però la stessa che si riscontra in un Gummo, la cui indipendenza è ancora più sfrenata e radicale che in Lupino. Tuttavia non mancano spunti su cui speculare, elementi che ci aiutano a comprendere che in fondo non esistono più "nazioni" bensì un unico grande paese, ovvero quell'incerto monolite che suoliamo definire Occidente. D'altronde ci paiono davvero minime le differenze tra il contesto di Lupino è quello di tante aree popolari del nostro paese, per esempio.

Anche se oggi Camera War ha posto il sigillo sulla retrospettiva dedicata a Kowalski, ieri si è praticamente consumato una sorta di congedo, con ben due titoli, ossia Camera Gun ma soprattutto Hey! Is Dee Dee Home?. Nel primo, 30 minuti in tutto, il regista sbircia su quella che è un po' l'anima assopita di una parte di Stati Uniti. Protagonista è Aukai Collins, che, alle spalle una conversione all'Islam e la guerra in Cecenia, torna negli USA indelebilmente segnato da queste sue esperienze. Un documentario per certi versi straziante, per alcuni addirittura inquietante. Il secondo, come da titolo, è incentrato su Dee Dee Ramone, personaggio complesso, contraddittorio, ma senz'altro interessante. «Non mi sognerei mai né di consigliare, né di scoraggiare l'uso di stupefacenti ad alcuno. Io però con quella merda ho smesso», disse più o meno il diretto interessato, in un'epoca e specialmente in un ambiente dove una certa ambiguità morale non per forza era un valore aggiunto, quasi necessario, come oggi. Eppure vale la pena ascoltarlo, perché questo, insieme a D.O.A. e Born to Lose è un altro tassello verso una specie di descrizione del fenomeno punk attraverso i suoi interpreti principali.

7 dicembre: Siria e Ucraina approdano al Festival, oggi si chiude il Concorso

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È doveroso che un Festival la cui offerta poggia pressoché interamente su lavori documentari solchi i mari dell'attualità. Non solo quelli, è evidente, ma non può di certo porsi al di là di siffatte logiche un evento che intende raccontare il mondo prima ancora che il cinema. Attraverso quest'ultimo, ovviamente.

Ed allora ci troviamo in Concorso due titoli se non speculari, certamente legati, che di attualità, quella più sfrenata, si nutrono alla base. È il caso di Letters to Max e In Sarmatien, quest'ultimo visto proprio ieri. Nel primo Eric Baudelaire torna a trovare un suo vecchio amico ossezio, ovvero abitante di quella regione resasi indipendente dalla Georgia; taglio sperimentale, Letters to Max lascia che il protagonista descriva la gestazione e la fatica di un popolo lasciato a sé stesso perché così ha voluto. Con realismo, senza tragedie né racconti rosa.

Volker Koepp torna a distanza di anni in Sarmazia, ovvero quell'area che si trova esattamente tra la Lituania e la Biellorussia, tra Ucraina e Polonia. In una zona sempre meno popolata, le cui ultime generazioni (tutta gente che ha studiato all'estero) sono mosse da un ordinario desiderio d'integrazione a quell'Europa che in fondo non conoscono, perché hai sempre l'impressione che durante i loro studi l'abbiano comunque vissuta da "ospiti". I motivi sono molteplici: chi per questioni economiche, chi politiche, chi geografiche, chi semplicemente perché ritiene che, qualora l'Unione Europea riconoscesse il proprio Paese, quest'ultimo prospererebbe, diverrebbe più sicuro. Ma poi c'è la realtà dei fatti, che ci racconta un mondo diverso, con gente diversa, la cui integrazione forse non è nemmeno poi così auspicabile. Da parte loro in primis.

E insomma, in un periodo in cui le tristi vicende ucraine tengono banco, parlare di quella zona lì denota un certa sensibilità alla cronaca. Discorso analogo per Ma’a al-fidda (Silverd Water, Syria Self-Portrait), film siriano che mostra un'altra parte del mondo colpita da una guerra infame, non perché guerra ma proprio perché indotta e condotta da ragioni che di nobile hanno nulla. Certo, non si può dire lo stesso per chi combatte a suon di «Siria libera!», chi vede i propri cari e i propri vicini perdere la vita così come viene tagliata l'erba. Ma l'impressione, da fuori, è che tutti, vittime e carnefici, stiano subendo qualcosa. Cosa e in che termini, non sta a noi dirlo. Ad ogni modo, chi millanta idee chiare ed inequivocabili a tal riguardo, spacciandole per verità, non per forza di cose va assecondato.

Oggi, penultimo giorno di Festival, chiude il concorso Lupino, del francese François Farellacci, che gli organizzatori del Filmmaker così descrivono: «uno sguardo tenero e provocante alla gioventù che cresce ribelle in un quartiere popolare e periferico di Bastia, in Corsica».

4 dicembre: il documentario di Lav Diaz affascina, o per meglio dire, ammalia

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In attesa di recuperare quello che ci è stato introdotto come il probabile miglior film di Lech Kowalski, Holy Field Holy War, attardiamoci un attimo sull'ultimo lavoro di Lav Diaz nonché proprio su uno dei tasselli della trilogia di cui fa parte il sopra citato Holy Field Holy War, ossia The Boot Factory.

Diaz lo avevamo lasciato a settembre scorso in occasione delle Giornate di Venezia a Milano, che aveva ripescato da Locarno il Pardo d'Oro, From What Is Before, film di 338 minuti che dal respiro ampio, e non solo per la durata. Il regista filippino in Storm Children, Book One non si discosta molto da quel film, anche se si fa presto a parlare di documentario. Macchina da presa ferma, inquadratura fissa, dopodiché si lascia tutto in mano ai ragazzini che di volta in volta trasformano quelle aree devastate dal tifone Yolanda in un parco giochi. C'è una sequenza in particolare, interminabile come altre, che nella sua essenzialità arriva dritta non solo al cuore, ma anche al cervello: quando due ragazzini scavano tra le rovine per trovare nemmeno loro sanno cosa. La recensione che pubblicheremo a breve approfondirà.

The Boot Factory è il secondo film della già menzionata trilogia di Kowalski, inaugurata all'inizio del Festival con East of Paradise. L'universo punk è ancora in qualche modo al centro del discorso; un discorso che parte da lontano e che qui descrive forse la fase terminale, oppure conferma essersi trattato di un sogno mai realizzato. A Cracovia un gruppo di ragazzi ha messo su una piccola fabbrica di anfibi, quantunque l'intenzione sia quella di sottrarsi ai meccanismi del sistema, rendendosi indipendenti e totalmente autonomi. Un'utopia insomma. Che come tale porta degli scompensi, in alcuni casi irreversibili, o comunque profondamente dannosi. Diviso in due parti (come East of Paradise), la prima è in bianco e nero, quella che contiene la vita ideale, il sogno ad occhi aperti. La seconda, a colori, riporta i protagonisti coi piedi per terra, mentre devono fare i conti con un'esistenza che incalza. È la vita, sembra dirci Kowalski, che in tanti, troppi casi non è quella che ci immaginiamo. Specie quando oramai sei in preda all'eroina.

Oggi si consuma perciò quest'ultima tappa, quella che con Holy Field Holy War verrà chiuso il cerchio - o il triangolo, che dir si voglia. E per introdurlo facciamo volentieri ricorso alle parole dello stesso regista: «Ho pensato a lungo, recentemente, ai motivi per cui si fa cinema oggi e se ha ancora senso farlo. Viviamo in un'epoca in cui è molto difficile fare arte, credere nell'arte. In passato ci credevo profondamente, ero certo che l'arte che producevo mi sarebbe sopravvissuta. Ora il tema cruciale è quello della sopravvivenza del mondo, a tal punto che l'arte sembra aver perso il proprio fine. Ecco perché ho deciso di fare i film sui coltivatori polacchi: avevo bisogno di filmare il lavoro fisico, qualcosa di tangibile, che avesse a che fare con la materialità della terra. C'era qualcosa di punk nell'atteggiamento di questi piccoli uomini che si opponevano a un sistema molto più grande di loro, senza alcuna possibilità di vincere».

2 dicembre: impegnativo ma potente Les Tourmentes, in attesa di Lav Diaz

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Una cosa colpisce a questo Festival. Passando in rassegna grossomodo tutti i film sino ad ora proiettati, non si può rimanere indifferenti per lo meno al processo che sta dietro a ciascun film; alcuni riusciti, altri meno, tutti manifestano questo strenuo desiderio di raccontare qualcosa. Al di là dei limiti produttivi, che riguardano logiche anzitutto economiche ma non solo. È un po' un discorso da fine Festival quello che stiamo approntando, perciò ci riserviamo di tornarci in seguito.

Prendete Les Tourmentes di Pierre-Yves Vandeweerd. Opera da circolo incallito, che fuori da certi confini assurgerebbe a esempio di cinema manco d'autore, peggio. Ma la scommessa è proprio questa, ovvero sfidare, mettere alla prova lo spettatore, perché film come questi esistono e per certi aspetti, pur con tutti i legittimi quesiti di fruizione che pongono, sono necessari. Vi è una tensione dietro questo lavoro del regista belga che va oltre le parole, la descrizione di una o più scene, dato che di narrazione se ne può anche parlare ma andrebbe approfondito il discorso. Dietro quello scorrere di immagini per lo più relative al piccolo centro di St. Alban, quegli scorci innevati, quel vento gelido che per via del sonoro entra anche a noi nelle ossa; bene, dietro (e dentro) tutto ciò si cela un fascino antico, perché a suo modo Vandeweerd cerca di far leva su sensazioni archetipiche, quasi tentasse di risvegliarle, convinto com'è che ciascuno di noi le abbia in dote dalla nascita, per quanto dormienti e dunque inutilizzate.

Altra storia per il film di Daniele Gaglianone, Qui. Bisogna chiarirsi un po' meglio in relazione agli intenti, anche perché l'argomento è scottante. Se è dare voce agli abitanti della Val di Susa, o in generale a chi voce di solito non ne ha, è un conto; se s'intende analizzare un fenomeno d'attualità è un altro. A nostro parere Gaglianone parte dal presupposto che i motivi per cui «sì alla TAV» siano oramai chiari, per quanto deboli e infondati; il che è un assunto a dire il vero ottimista, dato che l'impressione è che di TAV in generale, a prescindere dalle fazioni, si sappia poco o nulla. Ok, forse non stava a questo documentario illustrare a dovere come stanno le cose, ma allora è meglio capirsi e capire a chi ci si sta rivolgendo. Attraverso il film veniamo a conoscenza delle angherie, laddove non dei veri e propri abusi e soprusi, che molti no-TAV subiscono da parte di poliziotti che «eseguono gli ordini». E di certo fa male apprendere notizie che in realtà, sebbene non nei minimi particolari, si conoscono. Ma non c'è contraddittorio, e Qui si risolve per lo più in uno sfogo collettivo. Giustificato e giusto quanto si vuole, ma che dice poco o nulla circa la portata delle componenti in gioco.

Oggi, se vuole il cielo, cercheremo di recuperare The Boot Factory di Lech Kowalski (su cui a limite ci riserviamo di parlare alla fine, quando avremo recuperato più opere) ma soprattutto il film in Concorso di Lav Diaz, ovvero il lungo e impronunciabile Mga Anak ng Unos, Unang Aklat (Storm Children, Book One), già passato dalle parti di Torino.

1 dicembre: applaudito In the Basement di Seidl, tocca a Gaglianone

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I primi, sinceri applausi qui al Filmmaker se li becca Ulrich Seidl. Il regista austriaco porta a Milano il suo Im Keller (In the Basement), titolo che aveva già fatto parlare di sé a Venezia. Sia chiaro, volutamente abbiamo definito sinceri gli applausi a fine proiezione, visto che Seidl non era nemmeno presente e durante il film non sono mancate risate e mugugni (con all'attivo, contate, solo tre persone che hanno lasciato la sala prima della fine. In tutta onestà, m'aspettavo peggio).

Reduce dalla trilogia di Paradise, questo cineasta così peculiare ci porta nel cuore della sua Austria, quella che magari gli austriaci negano pure a sé stessi. Ma non ne facciamo una questione locale: le cantine che si avvicendano nel film sono più uno stato mentale, quale luogo più intimo di tutti in cui ciascuno esercita le proprie passioni, perversioni, bizzarrie e quant'altro. Il tutto condito con l'immancabile humor di Seidl, che anche dai personaggi e dalle situazione più borderline riesce a cavare fuori la battuta o la scena alla quale difficilmente resisti. Come la tizia nuda, evidentemente dissociata, che legata come fosse un cotechino racconta quanto adori che l'uomo la tratti come un oggetto, perché «cos'altro è la donna per l'uomo se non questo» (ipsa dixit)? Non importa se qualche istante prima era tutta intenta ad invogliare le donne a sottrarsi dagli uomini violenti. Lei che lavora alla Caritas e ne viene a sapere di ogni. Puoi non sorridere?

Ad ogni modo, ieri è stato anche il giorno di One Cut, One Life, di cui parleremo più estesamente in recensione. Ultimo film di Ed Pincus, il regista di Diaries, uno dei più influenti documentaristi americani. Girato a quattro mani, insieme a Lucia Small, è una sorta di resoconto degli ultimi mesi di vita di Pincus, oltre che di alcuni stralci risalenti a dieci anni prima. Al suo interno troviamo un po' la storia di questo sodalizio umano e professionale tra i due registi, visto che la Small e Pincus erano anzitutto dei buoni amici. E forse pure qualcosa di più, come viene adombrato. Tuttavia il lavoro ci è parso a tratto impenetrabile, il che è paradossale se si pensa a quanto i due si siano personalmente esposti. Il che conferma ciò che già si sapeva, ovvero che un po' di ambiguità al cinema giova sempre, laddove l'eccesso di spontaneità ed esposizione costituiscono limiti notevoli.

Oggi ben due film del Concorso. Il primo è il belga Les Tourmentes di Pierre-Yves Vanderweerd, che ci viene presentato come «un film mistico e visionario, posseduto da un senso di compassione universale». Dopodiché tocca a Daniele Gaglianone, con Qui, incentrato sui valsusini che si oppongono al progetto Tav Torino-Lione.

30 novembre: arriva Ulrich Seidl

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Parte il Concorso qui al Filmmaker. Si tratta di Letters to Max, film del francese dall'altisonante nome, Eric Baudelaire. Anche qui, qualora non si fosse ancora capito, abbastanza sperimentazione, che è un po' la cifra della selezione di quest'anno e del Festival in generale. Eric scrive ad un suo amico che abita in Abkhazia (o Abcasia, a secondo), quella parte di territorio dal recente passato tumultuoso, in Georgia. Quando nel 2008 la Russia di Medvedev riconobbe Ossezia e Abkazia stati sovrani, il processo di distacco e se vogliamo isolamento si era già consumato da tempo, da quel 1992.

Ora Eric tenta di raggiungere il suo amico Max, ex Ministro degli Esteri, scrivendogli delle lettere. Gli argomenti sono svariati, sebbene grossomodo, evidentemente, vertano tutte sulla vita oltre il confine. Si comincia dalla più semplice: «Ti arrivano le mie lettere?» a quesiti un po' più complessi, magari esistenziali. Ma ne parleremo in sede di recensione. Per il momento sappiate che ad una prima parte sinceramente lenta, rischiosamente fine a sé stessa, succede una seconda un po' più strutturata, sempre sul medesimo tenore ma più incisiva nel portare avanti un discorso comunque interessante.

Segue East of Paradise, disturbante documentario di Lech Kowalski (sì, lo stesso che sta tenendo in giornata odierna la sua masterclass) all'intero della retrospettiva a lui dedicata. Disturbante in più sensi. Sia in relazione al racconto della madre, perché East of Paradise, per bocca del diretto interessato, è un film su sua mamma, o quantomeno per sua mamma, donna polacca sfuggita agli orrori della Russia comunista; sia in virtù di una fase ulteriore, incentrata sulla New York nascosta, quella dei reietti, senzatetto, drag queen, drogati o semplicemente disoccupati che siano. Un esperimento ardito, non esattamente facile da seguire, ma ugualmente mosso da un'idea di cinema e ancor più di cronaca ben precisi. Per certi aspetti anacronistico, ma non meno d'impatto, con al peggio una scena che resta, ovvero quella in cui un eroinomane si divincola tra i pedoni a bordo del suo skate lasciando una scia di vomito. Credeteci, fatto salvo il giustificato disgusto, è più interessante di così.

Infine è toccato ad Actress, di cui abbiamo già parlato nella recensione, perciò passiamo avanti. Oggi sono due gli appuntamenti che più c'interessano. Si tratta di One Cut, One Life di Lucia Small e Ed Pincus, dopodiché, a seguire, Im Keller (In the Basement) di Ulrich Seidl. Quest'ultimo, in Concorso, non ci è sfuggito già a Venezia, ma siamo curiosi di capire come si comporti nell'ambito di una rassegna che dà spazio primariamente ad opere dello stesso tipo. Vi faremo sapere.

29 novembre: Jauja inaugura il Festival

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Ha un che di surreale: il film col quale lasciammo Cannes ce lo ritroviamo qui, a casa, ad aprire un altro Festival. Il Filmmaker. Certo, più piccolo, di gran lunga meno blasonato, ma che evidentemente in questo piccolo gioiellino di Lisandro Alonso ha scorto una sorta di buon auspicio per i lavori che seguiranno nei prossimi giorni. Di Jauja ne abbiamo parlato, e bene pure. Da Cannes, quando, stremati al fotofinish, ci siamo trovati davanti uno dei film migliori visti a quel Festival.

Alonso oramai è uno di quei registi rispettati nell'ambito della cinefilia internazionale, che dai tempi di Libertad (2001) di strada ne ha fatta, passando per quel Liverpool che nel 2008 in qualche modo lo consacrò all'attenzione di tutti. E scopriamo che proprio Libertad, il suo primo lungometraggio, fu premiato qui a Milano dal Filmmaker, che evidentemente ci aveva visto giusto. Tredici anni dopo il regista argentino torna, con un Viggo Mortensen in più quale freccia al suo arco, per mostrarci questa peculiare storia dai toni metafisici, in un Sud America spettrale, ancora Nuovo Mondo a dispetto dell'ambientazione, che risale al XIX secolo.

Per quanto ci riguarda, confermiamo le più che positive impressioni di quella prima visione; Jauja è un film che richiede tempo, il cui placido ritmo dei primi tre quarti di film (!), comunque magnetici, può anche provare. Fatto sta che tutto è funzionale a quel discorso che si schiude con altrettanta lentezza, laddove questa lentezza è qui un valore assolutamente aggiunto: Jauja si prende infatti il tempo che serve prima di condurci, piano piano, verso quella svolta mistica, perciò ambigua, di fine film. Senz'altro uno dei lavori più notevoli ai quali abbiamo assistito in questo 2014. E poi il 4/3... Vabbé, stop.

Ma passiamo avanti. Oggi infatti ha inizio il Concorso, prima con Letters to Max, poi con Actress. In quest'ultimo caso abbiamo già provveduto con la nostra recensione, alla quale vi rimandiamo - lo faremo nuovamente domani, quando ci soffermeremo un altro po' sul documentario di Greene. Detto ciò, non resta che congedarsi da questo scritto inaugurale, invitandovi a seguire questo nostro piccolo spazio-diario, all'interno del quale metteremo nero su bianco le nostre impressioni ed in generale registreremo le nostre esperienze lungo il corso di un evento che culminerà giorno 8 dicembre. Si comincia.

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