Luciano Martino: ha fatto tutto nel cinema, cosa ricorderemo di lui e del suo lavoro?

In terra di Romagna, Repubblica di San Marino, sul grande schermo di un auditorium, vedo comparire il nome di Luciano Martino. Eccolo, grande. Non me lo aspettavo. Partecipavo a un Festival 2014 diretto da un giovane e bravo regista Maurizio Zaccaro, che mi ha invitato per una retrospettiva breve dei film di Luigi Comencini, il regista di “Totò imperatore di Capri” e di “Pane amore e fantasia”, di “Tutti a casa” (un capolavoro) e di tante altre pellicole che meriterebbero di essere citate.

Si spegne la luce, si accende lo schermo. Ecco i titoli di testa, ecco il nome di Luciano tra gli sceneggiatori di “La finestra sul luna park”. Resto colpito. Ignoravo. La memoria si è messa in moto e ha durato lungo. A lungo perché, consultati documenti, c’è bisogno di molto tempo per ristabilire il contatto con un uomo di cinema che, nato a Napoli, del cinema a Roma ha fatto la sua vita. La mia memoria salta gli anni e mostra un altro fotogramma. Un signore dall’aspetto gentile entra nella hall dell’Excelsior, l’albergo dei vip e dei divi durante della Mostra del cinema.

E’ tutto vestito di bianco, abbronzato, la racchetta da tennis spunta da una sacca. 1985 o giù di lì. Eccolo: lo sceneggiatore il cui nome ho colto al volo nei titoli di testa del film a San Marino, “La finestra del luna park” (1957), allora aveva solo ventitre anni. Nella hall dell’Excelsior è un bel signore di cinquanta due anni. Si tiene in forma. Me lo presentano. Conosco finalmente la persona che negli anni era stata indicata nel gossip del cinema, che può a volte essere pesante, come il fidanzato della bella Edwige Fenech, la protagonista di tante scherzose, vane, pellicole in cui la seducente e intelligente Edvige (lo ha dimostrato) faceva molte, troppe docce, e si sa perché (un professore di comunicazione gli dedicò un saggio!).

Ci sediamo con Luciano nella luce della terrazza dell’Excelsior. Così comincio a conoscerlo meglio, parliamo, simpatizziamo. Quel signore aveva molte cose da dire e io da imparare. Da allora, da quella Venezia tanto arrogante eppure ingenua (la Venezia della ingenua sbrigatività del cinema al Lido), i nostri contatti discontinui ma sono andati avanti. Incontri veloci in un bar in via Sabotino,a Roma, dove Luciano fino agli ultimi anni della sua esistenza, riuniva (calamita di simpatia e cortesia) uno stuolo di sfaccendati o saltuariamente affaccendati cineasti o cinematografari, gente, gentina, gentaglia, così come li si chiamava scherzosamente nella speranza di rinverdire la grandezza del cinema.

Sussurri e grida. Educazione. Speranze di rinverdire forse… qualcosa che non esisterà più, con negli occhi pieni ancora del ricordo di una vitale Cinecittà, di quello che fu e resta della Hollywood sul Tevere, del talento di grandi autori (Visconti, Fellini…), della magia satirica di commedia italiana con grandi attori e registi (Risi, Monicelli, Sordi, Tognazzi), e così via.

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Ho davanti l’elenco dei film che Luciano ha scritto o diretto o prodotto. Sono centinaia. Spuntano i nomi di Comencini, Giuliano Montaldo, Sergio Leone e tanti altri in una foresta di titoli e d storie. Un territorio, una prateria senza fine in cui i generi si intrecciano come un rosario peccaminoso (peccati veniali) di cose riuscire e meno riuscite. Tutti i generi ma preferibilmente la commedia con i comici più brutti del mondo che incantavano donne magnifiche, istallando inaudite speranze nei maschi in cerca di sogni.Film di eroi di cartone e di canzoni popolari, di sfigati che per una risata erano pronti a qualunque risorsa…Ma anche cronaca nera, cronaca degli anni di piombo. Un intero mondo in una piccola Italia dilaniata tra una rivoluzione nei costumi amorosi e sessuali, e una rivoluzione sociale sempre sognata e sempre insanguinata. Da “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda” (1972) a “Milano trema: la polizia vuole giustizia” (1973).

Per capire il bilancio della carriera di Luciano Martino, in cui hanno partecipato familiari, amici e complici di lavoro, bisogna andare i titoli. Nell’insieme, trasmettono le linee, le sensazioni di un sismografo: gradi mercalli di un terremoto italiano per fatti e traumi, pazze e incoscienti risate, sogni e bisogni contraffatti, spie di inconsci collettivi alla ricerca di identità, identità difficili da trovare oltre da riconoscere. Una furia quasi barbara, di successi e tentativi. Ignorati o appena citati nei tomi della critica.

Il gentile signor Martino, autore e produttore per passione e per guadagno, “drogato” dal cinema e dalla voglia di vincere al botteghino senza farsi condizionare, provare remore e rimorsi, se n’è andato. Ai funerali, ha partecipato una gran folla commossa. I critici non c’erano. Il cinema di Luciano Martino era ed è considerato “infetto” da gran parte della critica poi, a poco a poco, nel presente vuoto cinema italiano, alcuni critici hanno ricominciato a ri-considerare. Lo fanno per disperazione. O per pentimento. O per speranza in un cinema migliore, mah, chissà.

Il nostro cinema è stato grande, anche quando era plebeo, povero, spontaneo (Totò, Peppino e…), ma spesso lo hanno messo alla berlina costringendolo a pensare e a proporre film di élite. Spesso un guaio per il presente e il futuro dello stesso cinema. Ora c’è poco o niente. E’ finito l’humus sgangherato dei poveri ma belli ma anche dei poveri ma brutti. Luciano lo ha vissuto, senza barare. Oggi a barare ci provano in tanti, nel cinema, in tv e anche fuori. Il nuovo humus lo abbiamo sotto gli occhi. Ci sarà un film intilato “Mafia Capitale”?

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