I set del cinema e della tv piacciono alle bande del pizzo da corrispondere

Una lunga storia che comincia nel dopoguerra e continua ancora nonostante gli arresti

Ha ripreso attualità la questione dei ricatti alle produzioni quando intendono realizzare film nelle regioni dove mafia, camorra, drangheta e sacra corona unita esercitano uno stretto controllo dei territori. “Il Fatto” è il giornale che, in un articolo,enumera i casi più recenti, usando quasi sempre il condizionale anche perché le case di produzioni spesso smentiscono le trattative con i ricattatori. Ma non mancano arresti e informazioni sulle somme chieste, pretese, e pagate. Vengono citati i titoli dei film “Sei mai stata sulla luna” di Paolo Genovese, della serie “Gomorra”, di “Squadra antimafia”, “Il segreto dell’acqua”.

Non si tratta di notizie isolate, fanno parte della storia del cinema italiano. Da quando nel lontano 1949, quattro anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, venne girato “In nome della legge” di Pietro Germi, tratto dal romanzo “Piccola pretura” di Giuseppe Carlo Lo Schiavo. Con Massimo Girotti, Charles Vanel, Saro Urzì, Turi Pandolfini racconta la storia di un giovane pretore inviato in un piccolo paese siciliano che si scontra con l’omertà della popolazione in sintonia con un barone e un capomafia. L’omertà, uno dei temi che in questo caso emerge forte, decisivo, ed è tutto dire. Accade ancora oggi, nei paesi e nei quartieri più poveri, ma anche più nuovi, nelle grandi città del sud.

Non voglio fare un viaggio nel cinema italiano che ha dedicato attenzione spesso non secondaria alle questioni del crimine che continua a preoccupare, nonostante gli interventi della legge. In questi giorni. L’omertà, una forma di difesa di gruppo o collettiva rispetto alla legge mandata, guidata, da Roma Capitale. Roma. Dove, come si sa, proprio in questi giorni è stata coniata la denominazione, Mafia Capitale, in cui sono coinvolti estremisti, esponenti di partiti, affaristi di vario genere, organizzazioni di vendite. L’omertà, tuttavia, non esiste solo nel sud se, come accade, affiorano nomi in una città che dovrebbe essere un modello, e non lo è, come non lo sono città del nord, grazie a infiltrazioni vistose, come Milano.

Non voglio fare un viaggio e mi fermo agli anni Ottanta. Giuseppe Tornatore nel 1986 realizzò “Il camorrista” con Ben Gazzara, Leo Gullotta, Marzio Onorato, Franco Interlenghi. Racconta la irresistibile ascesa del “professore” (Gazzara che interpreta Raffaele Cutolo, il boss dei boss,allora), fondatore e guida una potente organizzazione criminale. Un uomo capace, anche restando in carcere, di trattare da pari a pari con servizi segreti, gang americane, politici e terroristi. Il film fu molto discusso per i riferimenti precisi alle cronache, c’è il riferimento al rapimento di un assessore napoletano da parte delle Brigate Rosse che rimanda al caso Cirillo, un politico colluso.

Tornatore prima di girare il film venne al piccolo Teatro La Scaletta, a Roma, dove si stava rappresentando un mio testo teatrale “L’arcitaliano”, ovvero vicenda sul filo del paradosso in cui si sostiene che il protagonista, capo camorrista, finito in carcere, non ha alcuna fretta di uscire di cella. Perché? Perché lì sta sicuro, fa i suoi affari, riceve donne e consuma pasti da gran ristorante. Il carisma di Cutolo dava la possibilità di sviluppare il paradosso: fare affari e politica dall’interno di uno istituto di correzione trasformato in ideale ufficio-casa. La commedia, interpretata e diretta da Augusto Zucchi, con Pino Ammendola e altri bravi attori, ebbe un grande successo ed è pubblicata nel libro “Teatralità”, ovvero teatralità come realtà rovesciata, crimine alloggiato e protetto dai luoghi di potere. Non è forse quel che accadde e accade oggi per “Mafia Capitale”? Conclusione. Più volte il cinema, e il teatro, il giornalismo, hanno trovato, raccontato, denunciato il malaffare. Ma scoprendo che cosa? Cosa emerge tra pizzi, pizzini, inseguimento in auto rombanti, fatti che si aggravano e che aumentano, i dati lo comprovano.

Faccio mia la domanda contenuta nel bel film di Germi, “In nome della legge”: il malaffare si serviva dell’omertà, e se ne serve ancora? Meditate gente, meditate, diceva Renzo Arbore, in una pubblicità per la birra, dell’altro ieri. La birra è la stessa. Meditate gente, meditate, meditiamo sulla omertà. In nome della legge. Oggi come oggi.

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