INLAND EMPIRE secondo Luca

INLAND EMPIRE a qualcuno non è piaciuto. Sentiamo il parere di Luca: L’ho visto. L’ho visto qualche giorno fa, in compagnia di un amico, in un cinema di Milano colmo (evidentemente) di adepti. Alla fine la sala e risuonata di applausi, di sospiri e di esclamazioni, quasi sempre tradotte in moti di ammirazione, a volte

di carla

INLAND EMPIRE a qualcuno non è piaciuto. Sentiamo il parere di Luca:

L’ho visto.
L’ho visto qualche giorno fa, in compagnia di un amico, in un cinema di Milano colmo (evidentemente) di adepti. Alla fine la sala e risuonata di applausi, di sospiri e di esclamazioni, quasi sempre tradotte in moti di ammirazione, a volte di noia, ma mai di sdegno.

Dopo “Eraserhead” e “Dune”, dopo “Elephant man” e “Cuore selvaggio” e “Twin Peaks”, dopo “Velluto Blu” e “Mullholland Drive”, ecco “Inland Enpire”. L’ultimo, il collossale, il definitivo, l'”opus magnum”. Insomma… il film-feticcio di David Lynch. Io conosco Lynch dai tempi di “Elephant man” (1981). Ho amato i suoi eccessi, crticato le sue scelte, a volte invidiato il suo talento (io sono da anni un mediocre film-maker). Mi sento perciò autorizzato a dire la mia su questa sua ultima polluzione diurna.

Due sono i fattori positivi di “Inland Empire”:

1) Laura Dern. Da sempre attrice di talento, qui ci concede un’interpetazione sincera e competente, sentita e addolorata… eccezionale a mio parere (soprattutto visto il contesto).

2) Il secondo fattore è la coscienza da parte mia, di aver visto il film, quindi la tranquillità che deriva dal fatto di non doverlo vedere mai più.

Passando alla critica (se di critica si può parlare), potrei riassumere dicendo:
“Inland Empire” è una solenne, infinita, supponente, superba, menefreghista baggianata.

Olà… giù le armi agli adepti di Lynch! Io so che Lynch è un geniaccio… solo che questa volta anche lui è assolutamente cosciente di aver costruito e prodotto una baggianata… tutto qui. Probabilmente sta seduto da qualche parte a leggere questi commenti e se la ride sotto i baffi.
Parliamoci chiaro: il suo film consiste in tre ore di sproloqui e vaneggiamenti. Per di più, ripresi senza grazia con camere digitali e lenti grandangolo. Immagini sformate ed eccessive, nelle quali spesso siamo distratti dai peli del naso dell’attore inquadrato, e non guardiamo l’attore stesso. Insomma… una catasta di affermazioni eccessive e importune.
Certo… per i primi dieci minuti è intrigante. La gente con la testa d’asino, l’hotel nell’Europa dell’est. Le mignotte, i papponi, il cacciavite… un turbine di succosi “non sequitur” che ci preparano alla tonante affermazione finale! O no?
In realtà… no. I “non sequitur” continuano fino a diventare un gorgo di incomprenisibili fregnacce, con dialoghi che a volte sfiorano il ridicolo, tipo:
LEI a lui: Sono incinta
LUI a lei: Cosa vuoi dire?
LEI a lui: Non sembri contento.
Insomma.. qui sfioriamo il grottesco per il puro piacere del grottesco. Lynch ha fatto un film quasi simile a quello di sua figlia (“Boxing Helena” in cui la gente moriva dal ridere durante i momenti più drammatici). E’ vero che stiamo parlando di un innegabile innovatore, ma anche vero che quando l’innovatore ci riversa addosso una schifezza, non bisogna avere paura di dirlo. Ricordo a tutti che la prima scena di Martin Sheen in “Apocalypse now” fu giudicata da tutti un capolavoro di recitazione… fino a quando si seppe che Martin Sheen, durante le riprese, era ciucco tradito. Spesso il confine fra capolavoro e vaccata inguardabile è molto sottile (specie se ci sono dei critici di mezzo).

Inland Empire non ha capo nè coda. racconta alcuni fatti vagamente comprensibili e alcune pulsioni e sentimenti che fanno parte dell’essere umano. Li racconta in modo sconnesso, esagerato, noioso, lungo, ripetitivo, sgraziato e a volte grottesco (e non in senso buono). La luce è poca e mal messa. Le riprese sono spesso a mano e senza talento, la sceneggiatura è un delirio e (a parte Laura Dern) gli attori, con in testa Jeremy Irons, sono spaesati e hanno uno sguardo che chiede aiuto… e come dargli torto?
Lynch usa un paio dei suoi vecchi trucchi: gli effetti sonori che imperversano per tutta la proiezione. Rumori inquietanti ed alieni. E’ vero, questo uso del suono ti mette in stato di agitazione e anticipazione. Bravo, ma (come direbbe un mio amico cinematografaro) basta! I suoni ce li propini da più di vent’anni, David. Santodddio, esiste io superamento.
Il secondo trucchetto è l’uso dei set, che sono sempre particolarmente squallidi e spogli. Parliamo dei set nella parte “incubo” del film – un po’ come succedeva in “Velluto blu”, in cui le casette delle persone “normali” sono tanto belline e fanno un po “Paperopoli” mentre gli appartamenti dei fuori di testa sono piccoli, squallidi e malmessi. Sì.. anche questo induce agitazione e disagio, è vero. Ma, ahimè, agitazione e disagio sono anche sintomi di una diarrea fulminante. Insomma… queste due pensate non bastano a fare un film.

Per finire… David è un ottimo regista, quando vuole. Ci ha dato cose bellissime e cose bruttissime. Da quando ha deciso che i suoi film non vanno spiegati, si sente in diritto di propinarci storie che non si capiscono con personaggi che non hanno senso. A questo io posso solo rispondere: comoda, la vita, caro David!
E’ comodo non dover rendere conto di niente. E’ comodo sproloquiare per tre ore (tre ore!) e poi dire… “adesso sono cavoli vostri. Ciascuno capisca quello che vuole”. I film non si fanno così. Forse in questo modo si può scrivere una poesia, dipingere un quadro, scrivere un pezzo di musica. Un film, no.
Tre ore di vomito verbale e visuale non sono mai giustificate da una qualsivoglia pulsione artistica. Non si può parlare swahili con una folla composta di Svedesi.
Insomma, caro David, puoi sghignazzare finchè vuoi, ma questa volta l’hai fatta grossa. Non posso che dire “in bocca al lupo”, a te e al tuo film, e sai perchè? Perchè tu mi sei simpatico, ma questa volta la maggior parte del pubblico ha capito che lo stai prendendo per il deretano.

LUCA ELMI

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