All’improvviso m’è venuta davanti al pubblico la parola giusta per definire “Girando a Cinecittà”: pathos

Molta partecipazione e interesse per la seconda grande sezione di “Cinecittà Si Mostra”, un impegno d’insieme, prima durante dopo il set di lavorazione

Il motore di tutto negli anni di lavoro di “Cinecittà Si Mostra” è stata una continua sfida. La storia di 77 anni di cinema e di circa quattromila film girati è qualcosa di molto complesso. Quando mi fu proposto di entrare nella realizzazione, non ero impreparato. Per una ragione specialmente: avevo considerato un vero e proprio possibile romanzo italiano, quello di Cinecittà, con la quantità dei suoi film e della gente di ogni tipo- dai produttori ai registi, dagli attori all’ultimo dei tecnici e degli operai che si sono adoperati nei decenni. Ci sono arrivato innanzitutto con due film per la tv.

“Il castello di sabbia”, girato negli anni 80, in Italia e Germania, per raccontare i divi e i film del “patto d’acciaio” tra i due paesi e il loro cinema, girato a Venezia e Roma, e a Berlino e a Monaco. Era uno sguardo ai retroscena di Cinecittà e degli studi berlinesi dell’Ufa. Qui la storia si mescolava allo spettacolo, nell’intento di Mussolini e Hitler di possedere una formidabile macchina per il consenso ideologico e politico.

“Passioni nere”, girato per La Grande Storia di Rai3, sul periodo in cui Cinecittà stava per chiudere a causa della seconda guerra mondiale, dive e attori in parte minima andarono al Cinevillaggio a Venezia, studi per il cinema della Repubblica di Salò; gli altri sparirono come d’incanto, nascondendosi, ritirandosi in posti diversi, anche all’estero. Dal 1943 fino al 1945. I profughi e i senzatetto ripararono negli studi dei divi. Mentre Rossellini, Visconti, De Sica e De Santis, e pochi altri, creavano il neorealismo che inizia con “Roma città aperta” (1944), il cui ricordo si materializza nel famoso urlo di Anna Magnani stroncata da una raffica di un soldato nazista.

C’è anche un terzo film, per RaiSatCinema, intitolato “Via Veneto Set”, girato nel 2003, in cui racconto il periodo della “Dolce vita”, e i suoi retroscena, fino a metà degli anni Sessanta, con la fine della cosiddetta “Hollywood sul Tevere”. Potrei aggiungere altri filmati sui vari aspetti di quello che definisco “romanzo di grande pathos”; e i libri dedicati a De Sica, Magnani, Fellini e Pasolini perché in essi ho riversato altre ricerche e altre rappresentazioni.

Ma la vera, definitiva rivelazione, l’ho avuta lavorando a “Cinecittà Si Mostra”, prima e seconda sezione “Perché Cinecittà” e “Girando a Cinecittà”. Facendo appello alla memoria per fatti, personaggi, film, ma soprattutto andando a vedere o rivedere ancora, a lungo, tutti quanto potesse servire al romanzo. Giorni e giorni, ore e ore, di ricerche, ripensamenti, ripartenze, ricerche e consulenze scientifiche, montaggi, “si gira” in post produzione, edizioni. A cui hanno collaborato Paolo Turla ed Enzo Lavagnini.

Ho capito, abbiamo capito non stavamo facendo solo una storia di Cinecittà ma di un Paese, così come si è svelato attraverso il cinema e i massmedia in generale (la tv e i cinegiornali). Ma stavamo mettendo le mani nella carne vita del Paese in una continua ansia creativa da cui si sprigionava e si sprigiona un pathos potente.

Il pathos di un intreccio artistico che ha saputo complessivamente sintonizzarsi con, e a rappresentarli, i rovelli di Paese e di un cinema che cercavano non solo loro presente e ma soprattutto il loro futuro. Il senso di questo lavoro andrà raccontato con calma, con pienezza di documenti e di emozioni. Da esso viene l’evidenza di cinema, d’ogni costo, di ogni genere, di successo o di relativo successo e insuccesso, che continua a soggiogare quando lo si cerca e lo si premia con un’attenzione. Il pathos è una colonna di immagini e di musiche che travolge, provoca pensieri e idee. E’ una dichiarazione di ricerca di identità tra commedie e tragedie, risate e satira, lacrime e sangue, proteste e nostalgia, bilanci sconfortanti e continua voglia di ricominciare. Grazie dunque, ancora, al produttore Giuseppe Basso, ai curatori Alida Cappellini e Giovanni Licheri, a Barbara Goretti e a tanti altri. Compagni di viaggio del romanzo che si materializza nella mostra.

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