Se Birdman vince sia l’Oscar che lo Spirit Award come Miglior Film…

Birdman ha vinto l’Oscar 2015 come Miglior film, ma 24 ore fa ha anche vinto l’Independent Spirit Award, il premio massimo per il cinema indipendente. Battendo così Boyhood nel suo campo di appartenenza, e continuando a sfumare quella linea che dovrebbe separare cinema indie e Hollywood. Una riflessione a riguardo.

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Non è mica uno scandalo se Birdman vince agli Oscar: l’Academy, composta per lo più da attori, si dev’essere rivista e non poco nel film di Alejandro González Iñárritu. Che è poi una giostra ‘di pancia’ inarrestabile, tecnicamente sbalorditiva e tutto quanto. Gianni Canova poi, durante la diretta della notte degli Oscar, ha suggerito che Hollywood con Birdman si lava la coscienza per tutti i cinecomix sfornati: può anche essere.

Che Boyhood non fosse un film da Academy, poi, l’avevamo già detto a luglio. Per molti spettatori e critici va bene così, visto che il film di Richard Linklater è solo una ‘copia della vita’ che ha l’unica idea di essere girata in 12 anni. Fosse stato fatto in 3 mesi, dicono, sarebbe stato uguale, persino noioso allo stesso modo. Punti di vista.

Il problema è che, per ancora un altro anno, lo stesso film vince l’Oscar come miglior film e l’Independent Spirit Award. Un film da 22 milioni di budget (poco comunque per il tipo di risultato: ma non è questo il punto), con un cast da urlo, e che ci parla in qualche modo di Hollywood!, vince il premio come miglior film dallo ‘spirito indipendente’ dell’anno. Uhm.

Si potrebbe pure dire che Boyhood ha alle spalle un regista piuttosto famoso e un paio di attori non certo sconosciuti, quindi è allo stesso modo inutile paragonarlo a indie più piccoli e dalle minori possibilità commerciali. Però il film dicono sia costato 4 milioni, e la sfida produttiva è tutto fuorché mainstream e hollywoodiana. Ha quindi tutto quello che lo ‘spirito indipendente’ potrebbe e dovrebbe rappresentare.

Qualcuno ha anche detto anche che non sono gli Spirit Awards a essere andati in direzione mainstream, ma gli Oscar a essere andati in direzione indie. Un messaggio che mi sembra pericolosissimo, che sfuma ancora di più una linea che da circa un ventennio non esiste più e che ha portato a creare quella ‘zona intermedia’ denominata dalla gente del settore Indiewood.

Certo, gli Spirit Award sono solo l’ultimo tassello di una ‘corsa’ che inizia da ben prima (ufficialmente coi Gotham Awards, ma si comincia a setacciare i papabili da statuetta dorata già più di un anno prima a gennaio al Sundance…). Però a voler continuare a leggere le cose in previsione della notte degli Oscar si continua a fare il gioco del mercato, e chi ci rimette non sono certo i premi in ‘difesa’ del cinema indie – che anzi ne guadagnano in fama -, ma gli stessi filmmaker indipendenti.

Siamo arrivati a un punto tale, a un circolo vizioso così impossibile da smantellare che va bene tutto: intenzioni, ‘spirito’ e label, tanto è tutto nello stesso calderone. C’è una scena in Birdman in cui Keaton, nel dialogo al bar contro la perfida critica teatrale, dice che lei non riesce a ‘capire’ se non dà una etichetta a tutto quanto. Ecco: io vorrei un ritorno molto più quadrato e ordinato, persino ‘etichettato’, alla definizione di indie.

Non è possibile che ci sia un premio che salvaguardi il cinema ‘low budget’ (si fa per dire) all’interno di una cerimonia che vuole salvaguardare e promuovere il cinema indie: è il John Cassavetes Awards, premio ad hoc per opere con un budget al di sotto dei 500.000 dollari. Ma chi mette in luce i film meritevoli fatti con 200M, 100M o anche meno? Perché Re della Terra Selvaggia deve perdere contro Il Lato Positivo, che – come Birdman – non potrebbe manco aver vinto, visto che è costato 21 milioni e non 20, limite massimo per essere eleggibili?

Poi, per carità, Film Independent e gli stessi Spirit Award fanno tanto per la indie community, elargendo premi in denaro, tenendo laboratori e comunque ‘parlando’ costantemente per tutto l’anno di cinema indie. Non è poco, ma si può e si deve fare di più, oggi più che mai. Anche perché poi un film con un pianosequenza di 140 minuti, senza trucco e senza inganno, come il tedesco Victoria rischia di passare in sordina nei confronti del pianosequenza ‘fasullo’ di Birdman: dovrebbero essere anche certi premi a sdoganarlo, e invece si rischia che manco la community indipendente si accorga della sua esistenza.

Boyhood a me pare quasi il ‘limite’ massimo di accettazione per il termine ‘indie’, visto il nome del regista alle sue spalle (che può permettersi di imbarcarsi in un progetto così folle per 12 anni) e certi attori del cast, che possono sopravvivere facendo altri film durante il lungo periodo di lavorazione, e quindi possono permettersi di restare ‘fedeli’ al progetto. Ma che Birdman rappresenti lo ‘spirito indipendente’, no, questo scusate ma mi pare un filo esagerato e persino fuori rotta.

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