Uomini e topi: recensione in anteprima dello spettacolo teatrale con James Franco

Da una novella di John Steinbeck, Uomini e topi rivive a teatro per la regia di Anna D. Shapiro. Esordio a Broadway col botto per James Franco. Nelle nostre sale grazie a Nexo Digital solo domani, martedì 3 marzo

L’America post-’29 sembra essere un inferno. Tanto più ci si allontana dalle zone urbane, quanto più ci si trova dinanzi a situazioni di degrado allucinante e a tutti i livelli. Sullo sfondo di un’immensa nazione crollata su sé stessa, John Steinbeck si concentra dapprima su due uomini in particolare, George (James Franco) e Lennie (Chris O’Dowd). Due anime in pena che vagano per territori desolati, in cerca di lavoretti con i quali potersi permettere di sopravvivere.

La potenza del teatro, che se non è dal vivo non è tale, viene comunque parzialmente preservata da Uomini e topi, spettacolo tenutosi a Broadway e che domani soltanto sarà proiettato nei nostri cinema. La ricostruzione di quelle persone, di quel periodo, di quelle aree, passa non da una scenografia, da un’inquadratura o che so io; i personaggi di Steinbeck, su quel palco, sono semplicemente vivi. Difficile, almeno per noi, dare ragione rispetto al come quegli attori, in quello spazio così ristretto, siano riusciti ad infondere una vitalità ed un realismo disarmante alla(e) loro storia(e).

Merito di Steinbeck, certo, che con la sua scrittura, i suoi dialoghi, certi suoi siparietti, ci restituisce l’assurdità di quell’esistenza lì, di persone tese a rincorrere un sogno che non si sa mai fino a che punto raggiungibile. Crooks, il negro che in quanto tale è discriminato, nel suo cinismo e scetticismo sembra però essere il meno alienato, quello che sfiora la realtà con maggiore esattezza e, forse per questo, crudeltà: «Ho veduto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranches, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all’ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia. E mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso. Tutti quanti vogliono il loro pezzetto di terra. Qui io leggo molti libri. Nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa. Non fanno altro che parlarne, ma ce l’hanno solamente nella testa» (Uomini e topi, edizione Bompiani, pagina 86).

Perché questa è anche storia di disadattati, raminghi in cerca di qualcosa di cui ciascuno di loro non è nemmeno in grado di valutare la portata. Dalle asfissianti considerazioni di Crooks passa non poco del messaggio che Steinbeck intende filtrare: uomini e topi, lì, a quel tempo, non sono poi così diversi. Senza una meta, senza una ragione, se non quella di mettere assieme un pasto dopo l’altro, quanto basta per sopravvivere. La Shapiro, che ha diretto questa nuova versione teatrale, riesce a mantenere pressoché intatta questa radicale verità, di persone totalmente in balia del proprio tempo, e del loro strenuo tentativo, per lo più inconsapevole, di restare umani anche a dispetto di un’esistenza limitata allo stadio zoologico. L'aspetto interessante è che è tutto lì, nel libro, che si presta davvero tanto alla rappresentazione, sia essa teatrale ma anche cinematografica (non a caso è stato già trasposto in entrambi i sensi).

Il George di Franco, ma soprattutto il Lennie di O’Dowd, ci appassionano. Le loro vicende, il loro rapporto così sincero ma al tempo stesso complesso, ci rapisce quasi da subito. Lennie, un ritardato mentale di due metri con una forza fuori dal comune, è stato lasciato da una zia nelle mani di George, che da allora se ne prende cura. Il problema è che Lennie, che è un bonaccione, il classico gigante buono, non riesce ad esercitare alcun controllo su detta forza, il che lo rende pericoloso. Non perché sia al tempo stesso facilmente irritabile, nient’affatto; attratto com’è da tutto ciò che è soffice, su cui deve posare le mani, Lennie è un’arma che cammina. Come giustamente viene sottolineato dalla regista, qualcuno ebbe a dire che un bambino di due anni è l’essere più pericoloso al mondo: immaginate che questo bambino abbia pure la forza di una bestia. Lennie è la creatura più pericolosa al mondo, senz’altro.

Tuttavia Uomini e topi non è una storia incentrata su questi due, poiché, come tutte le grandi storie, rappresenta un microcosmo bilanciato, che dà rilievo a ciascun elemento che si muove al suo interno. Sbaglierebbe perciò chi credesse che George e Lennie siano i soli protagonisti, come peraltro già il titolo nega; non meno importante, per esempio, è quell’altro che, prendendo atto di quanto i due siano nel bene e nel male legati, se ne esce dicendo: «sembra strano che un matto come lui e un ometto come voi giriate insieme». Questo è il punto. In un mondo come quello non è concepibile la fiducia, le relazioni, figurarsi la bontà. Tutti presi ad inseguire quel sogno che secondo Crooks è per lo più nella testa di questi strani figuri che si trascinano per la California del 1930.

È l’insensatezza delle vite che hanno vissuto a suggerire a ciascuno di loro che oltre non c’è nulla, sebbene quella nostalgia per un pezzo di terra che mai hanno visto e forse mai vedranno incalza e tiene “desti”. Se gli attori fossero stati anche solo un po’ meno abili, ne sarebbe venuto fuori l’ennesimo proclama nichilista fuori tempo massimo. Ed invece il ritratto di Uomini e topi nella sua versione più recente, a Broadway, è decisamente attuale. Perché tiene conto dei suoi personaggi, delle loro istanze, dei loro limiti, senza giudicare, lasciando che le sfumature regolino l’intensità di ognuno. Mentre si resta sgomenti, oppure ci si commuove per un loro gesto, una loro frase, o semplicemente un loro sguardo. Non ci sono né buoni né cattivi, forse nemmeno opportunisti, stupidi. Solo uomini. E topi.

Voto di Antonio: 9

Uomini e topi (Of Mice and Men, USA, 2015) di Anna D. Shapiro. Con James Franco, Chris O'Dowd, Leighton Meester, Jim Norton, Jim Parrack, Ron Cephas Jones, Alex Morf, Joel Marsh Garland, James McMenamin e Jim Ortlieb. Nelle nostre sale solo domani, martedì 3 marzo. Qui le sale.

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