Pietro Mennea e Stephen Hawking: gli eroi tra cinema e televisione

Nel giorno del ritorno alla vittoria della Ferrari e di Valentino Rossi, ecco un altro eroe della domenica: Mennea

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Sapete tutto. Ieri la Ferrari di Vettel ha vinto il Gran Premio di Manila; e Valentino Rossi, su Yamaka, è tornato in alto sul podio. Lunghe attese finite in gloria. E non stiamo a chiedersi: è vera gloria? La storia insegna ad avere pazienza e fiducia. Si vedrà. Quel che non si vede , speriamo che si vedrà, è il tipo di fiction che va in Italia, e che non cambia. Evidentemente va bene così, e basta. Lo pensavo, mentre seguivo il racconto di “Pietro Mennea- La freccia del sud”. Una vicenda sportiva fiction nella domenica della gloria.

La seguivo con simpatia. Per due motivi: la personalità del velocista; la interpretazione di Michele Riondino, che si dà molto da fare per reggere il confronto con il campione e il suo carattere più amaro che dolce; e la regia di Ricky Tognazzi, che non è un regista qualsiasi, lo si vede dalle inquadrature.

Mentre guardavo con tentennamenti vari, ecco che mi si è affacciato alla mente il film “La teoria del tutto” di James Marsh, la biografia del grande scienziato Stephen Hawking, un ragazzo storpiato da un male grave e però lucido, capace di continuare a lavorare, amare, vivere. L’attore Eddie Redwayne lo interpreta molto bene e la regia è veloce, scaltra, non dà mai fastidio, non sottolinea intenerimenti e non sollecita commozioni facili. Anche Hawkins era, è un supercampione come Mennea ma il film non lo mette in cattedra.

Non che in “La freccia del sud” Mennea salga in cattedra come eroe esemplare, fra virtù e impuntature, fra occhi sgranati e scatti, reazioni, asperità. Anzi, lo si presenta come un ragazzo che cerca il suo destino nella corsa, cerca un equilibrio tra le intime insoddisfazioni e la grandi occasioni della ardua scena della fatica atletica. Ricky Tognazzi ha giocato con Pietro soprattutto nelle inquadrature dall’alto (il piccolo Pietro che vuole salire nel podio della vita e corre corre corre) e nelle scene non d’amore ma di poco allusivi messaggi di sesso. In queste scene, il regista si è divertito ad accostare gli sforzi fisici e psicologici del futuro campione con il corpo attraente di una bella ragazza , Carlotta, conosciuta nella scuola d’atletica. I suoi interventi mimano continui spogliarelli (movimenti di ginnastica, giochi di sguardi e di gesti seduttivi).

La fiction trova nel “sacrificio” della volontà di attrezzarsi a vincere sulla pista, da parte del ragazzo di Barletta; e di conquistare un corpo per vincere nell’amore, la parte sex dell’amore: piacersi e piacere. La stessa scommessa dello scienziato Hawking. Ma il film di James Marsch e Eddie Redwayne è teso, mai noioso, è tenero, forte, toccante. Mentre la fiction su Mennea viene rovinata dalla gonfia sceneggiatura che è una continua esibizione di varie retoriche, tutte, sport e comportamenti nella vita, in dialoghi e in specie nei confronti tra Mennea e il suo mentore Vittori. Non so come possa essere capitato. Ma lo spettacolo, girato e congegnato abilmente, quando gli attori aprono la bocca rischiano di rovinare quello che propongono nelle immagini.
Un adattamento alle “regole” della fiction Italiana o una non sufficiente capacità di essere più sciolti, concreti, veri. Non so. La fiction è una vecchia bandiera al vento piena di buchi quando i personaggi (un bravo Luca Barbareschi, oltre Riondino) aprono la bocca?

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