Addio a Carlo Rambaldi: diede un ghigno al terrore e un volto all’amore

L’omaggio di Cineblog al grande Carlo Rambaldi. Con l’amore di tutta la redazione.


Se n’è andato Carlo Rambaldi, la notte di San Lorenzo, la notte delle stelle. Lui che alle stelle aveva consegnato il più sensibile degli alieni e che in quello stesso spazio siderale aveva dato corpo al migliore fra tutti gli incubi fantascientifici di sempre.

Se n’è andato Carlo Rambaldi, pietra miliare di un cinema che non sarà più possibile replicare, pioniere di quell’arte animatronica che ha dato lustro all’Italia negli anni in cui era ancora possibile il cinema di genere.

Splendido coi grandi (Spielberg, Scott, Lynch, Stone, Argento, Avati, Fulci, Bava) e grande anche nelle piccole produzioni, ha definito il concetto di effetto speciale meccanico dando inizio ad un’avventura di cui però nessuno ha poi raccolto l’importante lascito.

La sua ambizione più grande, l’Accademia europea degli effetti speciali creata a Terni nel 1997, ha finito per soccombere di fronte alla solita ragion di Stato, sempre ottusa dinanzi all’innovazione e avara nei confronti di tutto ciò che è arte.

I coccodrilli nostrani si sono sprecati a pochi giorni dalla sua morte giusto per quei tre meritatissimi Oscar che lo avevano imposto all’attenzione del mondo mentre è stato proprio in Italia che l’artista ha dovuto conoscere l’oblio della sua professionalità, quella che, purtroppo, non ha potuto lasciare in eredità al più dotato dei suoi figli, l’amato Alessandro Rambaldi morto prematuramente a 33 anni.

Un uomo segnato dalla vita e dall’esperienza che ebbi la fortuna di incontrare a Catania sette anni or sono, quando nei cinema imperversava La guerra dei mondi e i tripodi di Spielberg, così lontani dal pacifico E.T. o dall’alieno di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” cui sempre lui aveva conferito movimento nella chiusa poetica e pacifista del capolavoro spielberghiano.

L’evento era una mostra ufologica presenziata proprio del papà di King Kong che, per l’occasione, esibiva alcuni pezzi unici come il meccanismo creato per la bocca di Alien, un pupazzo di E.T. utilizzato insieme a riproduzioni di creature ed astronavi, accompagnate da bozzetti e realizzazioni grafiche dell’autore.

Provai da subito un affetto sincero nei confronti di quell’arzillo signore in impeccabile completo che, nonostante i 40° di quel pomeriggio e l’assenza di aria condizionata nei locali, si prestava a rispondere amabilmente ad ogni domanda dei ragazzi, una folla di nerd appassionati di Star Wars, studiosi dell’ufologia e cultori dell’abduction aliena.
Mi presentai a lui un po’ timidamente, una vignetta per omaggiarlo in una mano e nell’altra il mio libro illustrato di E.T. del 1982 (conservato insieme ai ritagli di giornale che, fin da bambino, mi avevano aiutato a fare la conoscenza col genio che stava dietro la creatura): fu felice dell’omaggio e per ringraziarmi rese unico il mio libro personalizzandolo con la sua firma e un E.T. disegnato sul posto. Il resto del pomeriggio e fino alla sera non feci che incontrarlo lungo i corridoi accompagnato dalla gentilissima moglie cui aveva affidato i disegni.

Si parlò dell’E.T. del 2002 che né lui né io avevamo amato per i cambiamenti (anche perché in molte sequenze ad essere sostituito era proprio il suo splendido lavoro meccanico), si discusse del King Kong di Jackson di prossima uscita e sul quale nutriva dubbi perché interamente realizzato col digitale (lui che non dimostrava particolare simpatia nei confronti del computer usato in funzione sostitutiva del lavoro artigianale).

Benché giudicasse notevoli i progressi digitali nel campo degli effetti speciali aggiunse anche (e con una certa amarezza) che una mostra del genere fra tanti anni non sarebbe stata più possibile proprio perché sarebbe venuto meno l’oggetto “fisico” dell’esposizione, la meccanica dietro l’effetto visivo.

Perché i pixel non avrebbero mai potuto prendere il posto di una creazione umana “tangibile”.
Un ragionamento cristallino e pragmatico ancorché impossibile da obiettare sebbene non fossi riuscito a nascondergli una certa ammirazione per gli effetti digitali della trilogia jacksoniana o i realistici tripodi de “La guerra dei mondi”.

Piccole perle di saggezza cinefila elargite nel pomeriggio afoso di una giornata che non ti aspetti. E’ stato questo il mio incontro con Carlo, un appassionato, un genio visionario e, anche se solo per qualche ora, un amico.

Che mi appresto qui ad omaggiare con urgenza a pochi giorni dalla sua morte, una morte che mi lascia dentro un inspiegabile vuoto (forse perché “convivo” con E.T. da trent’anni ormai o perché è il film che ho costretto mio padre a rivedere più volte) e che rende più misero il già ristretto panorama cinematografico.

Se n’è andato lo scorso 10 Agosto mentre le stelle cadevano giù ma in realtà è la sua stella che è salita in alto. La guida un buffo animatrone col cuore immenso e lascia la scia di arcobaleno nel firmamento. Grazie Carlo!