Cineblog consiglia: Gli Spietati

Gli spietati (Unforgiven) – Un film di Clint Eastwood. Con Morgan Freeman, Gene Hackman, Richard Harris, Clint Eastwood, Frances Fischer, Saul Rubinek, Jaimz Woolvett, Anna Levine, David Mucci, Beverley Elliott, Liisa Repo-Martell, Josie Smith. Western – colore, 127 minuti. USA 1992.Di fronte all’inattività dello sceriffo, un gruppo di prostitute fa colletta per mettere una taglia

Gli spietati (Unforgiven) – Un film di Clint Eastwood. Con Morgan Freeman, Gene Hackman, Richard Harris, Clint Eastwood, Frances Fischer, Saul Rubinek, Jaimz Woolvett, Anna Levine, David Mucci, Beverley Elliott, Liisa Repo-Martell, Josie Smith. Western – colore, 127 minuti. USA 1992.

Di fronte all’inattività dello sceriffo, un gruppo di prostitute fa colletta per mettere una taglia sull’uomo responsabile di aver sfregiato una loro compagna. Tra i molti che si fanno avanti c’è un ex killer, William Munny(Eastwood), sobillato da un giovane pistolero (Wolvett). I due si mettono sulle tracce del colpevole insieme al vecchi amico nero di Munny, (Freeman). Lo sceriffo (Hackman) però non permette che nessuno gli contenda l’amministrazione della giustizia, ed è subito scontro aperto.

Gli Spietati, come certa critica lo ha descritto, rischiava di passare, esaltato e sottostimato, come l’ennesimo western revisionista, con trent’anni di ritardo rispetto al genere. Ricordiamo solo quelli dagli ardori sessantottini di Altman (il bellissimo “I Compari” e “Buffalo Bill e gli indiani”), il “Candid” americano di Penn (“Piccolo Grande Uomo”) e “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” di Pollack. Tutti film, che a guardar bene, per parlare del western, e di ben altro dietro le righe, si sono allontanati dagli luoghi classici del genere, preferendo sporchi paesi minerari, foreste e circhi. Eastwood, su sceneggiatura di David Webb, sceglie invece i luoghi classici del genere, e soprattutto ne ricalca gli schemi, se pur in tono postmoderno e quindi critico.

Questo spirito di rivisitazione si fonde, però, anche con la nostalgia di un mito verso il quale, come attore di molti western (e il film non a caso è dedicato a Leone e Don Siegel), ha sicuramente parecchi debiti. Il massacro finale quasi supereroistico, da molti considerato da alcuni come una concessione troppo sfacciata al genere, dopo un intero film che sembrava avere scelto un chiaro tono demistificatorio, ha fatto storcere il naso a molti puristi, che forse non hanno intuito che per parlare efficacemente di qualsiasi cosa, anche per parlarne male, il miglior metodo per conoscerla a fondo è amarla. Anche perché forse è impossibile creare una leggenda, almeno, duratura, ambientandola nella contemporaneità.

Come nel film di Ford (in cui un giornalista dice “qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”), “L’uomo che uccise Liberty Valance”, si parla di un mito dalla prospettiva della sua fine. Non è un caso che i due film abbiano in comune il tema dell’amministrazione, privata o sociale, della giustizia. Eppure non c’è solo questo. E’ vero, il trio di cowboy interpretato da Eastwood, Freeman e Woolvett, è un gruppo di eroi disastrato, solo un ombra dei grandi giustizieri del western classico, ma sapranno lo stesso prendersi la loro rivincita. Grande prova tecnica di Eastwood regista, che a differenza di molti attori più blasonati, ha l’incredibile capacità di adattarsi a film diversi rimanendo sempre fedele a se stesso, come ad un’icona tragica (capace però di invecchiare, di portare su di se orgogliosamente i segni del tempo), ma anche meraviglioso carosello di “grandi vecchi”. Come nel meno riuscito, ma godibile, “Space Cowboys”, Eastwood e i suoi non si vergognano di mostrare anni e acciacchi visto che, spesso, ci guadagnano, diventando persino monumentali, come nel caso del grande Gene Hackman. Nasce il sospetto che questa sia una caratteristica che le nuove generazioni, hollywoodiane e non, hanno perso.

Come James Stewart nel film di Ford, nuovo rappresentante della legge che muoveva i primi passi nel selvaggio west, si sarebbe sostituito all’ormai vetusto cowboy John Wayne, così una didascalia alla fine del film di Eastwood ci dice che il protagonista, interpretato dallo stesso regista, avrebbe fatto fortuna qualche anno dopo a Los Angeles, ricordandoci, sempre che ce ne fosse bisogno, il debito di sangue contratto dall’America per diventare la democrazia che è oggi.
Stasera venerdì 15 giugno – 23:15 – Rete4.

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