Venezia 2012 – The Reluctant Fundamentalist: Recensione in Anteprima

Mira Nair apre la 69a edizione del Festival del Cinema di Venezia con The Reluctant Fundamentalis. Cineblog vi offre la propria recensione in anteprima

11 Settembre. Apparentemente una data come tante altre. Come altre se non fosse associata al 2001, anno in cui davvero il mondo è cambiato, e non solo per una parte di esso. La storia di The Reluctant Fundamentalist si (e ci) pone, per l’appunto, nei panni di una delle tante parti rimaste tragicamente coinvolte, travolte da quel nefasto giorno. Uno di quelli che vorremmo cancellare, come tanti ce ne sono stati nell’arco della storia.

Ci avevano detto che nulla di male sarebbe più accaduto. Che avevamo imparato la lezione dopo il secondo conflitto mondiale. Eppure eccoci qui, Anno Domini 2012, ad avvertire la pressante esigenza di tornare su argomenti così vergonosi, come mai avremmo voluto accadesse. E vergognosi non semplicemente per via dell’episodio in sé.

La profonda amarezza, il disgusto per quel tragico ed estremo atto è acuito da quanto è avvenuto dopo. Perché l’11 Settembre, come altre pagine di storia, è divenuto da subito tabù. Il verbo promulgato dalla cosiddetta versione ufficiale non va toccato, né tantomeno messo in discussione. Quel giorno alcuni terroristi islamici, sotto mandato di un invasato, hanno dirottato più aerei di linea per poi farli schiantare sulle Torri Gemelle. That’s it, come direbbero gli americani.

Peccato apprendere, con non poco rammarico, che anche nell’ultima fatica di Mira Nair la questione appena sollevata venga a malapena sfiorata. Changez Khan (Riz Ahmed) è un giovane pakistano di nobili origini. Nobili sì, ma non per questo benestanti. Anzi, a dispetto del suo titolo di principe, la famiglia versa da tempo in cattive acque. Crescere in quel contesto, di velate privazioni e malcelato disagio, lo ha reso “affamato”, come dirà colui che di lì a poco lo assumerà nella maggiore agenzia di rating della Grande Mela (Kiefer Sutherland).

Ma torniamo indietro. Changez si dirige verso gli States a diciotto anni, bramando spasmodicamente l’oramai fantomatico quanto attraente sogno americano. In tal senso, il film adotta un registro abbastanza classico. Tanto da lasciare “scoprire” a voi il prosieguo. Ma mentre assistiamo al consolidarsi e successivo frantumarsi di questa marcata ambizione, contrassegnata dal solito e non del tutto casuale afrore con cui ci viene descritto in chiave allusivamente anti-americana, seguiamo l’alternarsi di un secondo filone narrativo.

Perché Changez, tornato in patria a distanza di anni, si suppone sia l’organizzatore di un rapimento ai danni di un insegnante americano che lavora presso un’università di Lahore. Ma in una cultura del sospetto come quella inaugurata (nuovamente) da quell’11 Settembre, la supposizione è già certezza. Non importa accertarsi di certe accuse: un dito puntanto è prova più che sufficiente.

Quanto detto ci aiuta a delineare un contesto. Uno di quelli che pone i quesiti giusti, senza però approfondirli né traendo delle possibili conclusioni. Perché The Reluctant Fundamentalist tenta di veicolare il proprio messaggio focalizzandosi sulla tragedia di un solo uomo. Quel giovane dalle doti spiccate che ha visto coi propri occhi la Bestia in faccia, e che da tale incontro ne è uscito irrimediabilmente cambiato. Quello che si è trovato in balia di un’onda, assecondandola, seppur contemporaneamente atterrito da essa. Almeno in un primo momento.

Un film, quello della Nair, che ci parla dell’incontro/scontro di Civiltà. Ed è in questo passaggio che tende un po’ a perdersi; stipato all’interno di un discorso oramai ampiamente sdoganato, forse l’unico permesso in un clima di ermetismo così evidente come quello a quanto pare imposto in relazione quell’infame tragedia accaduta undici anni fa.

Uno dei personaggi, quasi come parlasse per bocca diretta dell’autore, ci dice che l’espressione più alta di poesia giace nell’ambito della politica. Ma a dividere i popoli, le persone, non è solo la politica. E’ anzitutto altro. La verità, per esempio. A più riprese evocata nell’arco delle due ore circa attraverso cui si snoda la pellicola, resta comunque una componente non indagata a sufficienza.

Perché in fondo, a dispetto di una buona realizzazione, il lavoro della Nair non riporta a galla nulla di ciò che non sia già stato detto. Realtà che sono fatti, ci mancherebbe, ma riguardo ai quali si preferisce restare in superficie. Nulla di male se non sviassero da argomenti ben più sostanziali da affrontare in merito alla vicenda.

Nel riassumere dunque le nostre sensazioni in merito a The Reluctant Fundamentalist restiamo divisi. Da un lato della bilancia abbiamo uno spunto interessante ed una struttura efficace anche se non brillante. Dall’altro, però, dobbiamo necessariamente fare i conti con una progressione per lo più scontata, segnata da una tesi di fondo assolutamente condivisibile ma a conti fatti timida.

Il dolore che ci lacera perché essenzialmente vittime inconsapevoli di qualcosa di spropositatamente più grande. Veder crollare in maniera del tutto inaspettata tutte quelle certezze, per quanto labili, che si danno per scontate. Questo attraversa sulla propria pelle Changez, spudoratamente deluso anche dall’unica estranea con cui riesce a stabilire un reale contatto (Kate Hudson). Ma anche qui: troppe differenze e poca incisività nel tentare di darne ragione.

Siamo consapevoli di quanto l’11 Settembre rappresenti una sorta di spartiacque tra due epoche, ma dopo più di dieci anni è decisamente tempo di “osare”. Non si dirà mai abbastanza riguardo a quanti e quali sentimenti abbia scatenato quel gesto così sciagurato. Sentimenti probabilmente rimasti sepolti in qualche angolo in fondo non così remoto della “coscienza americana”, in attesa di essere risvegliati, e con rinnovato rigore. Ma ora bisogna andare oltre. Perché è evidente che la tragedia di un singolo o di un popolo finisce per toccare alcuni e lasciare indifferenti molti. Specie se le immagini giocano a fare economia, focalizzandosi di più su un certo stato interiore. Anche in tal senso, non si segnala quasi alcun episodio teso a scuoterci sinceramente.

Ecco, forse è questo l’unico ma pesante spunto che manca a The Reluctant Fundamentalist, ossia la sua incapacità di colpirci nel profondo. Carenza che rischia di vanificare una seppur meritevole realizzazione, condotta senza particolari intoppi e con un palese trasporto. Tutte cose che rendono quest’opera sì degna, ma meno valida di quanto era del tutto lecito sperare.

Voto di Antonio: 6,5
Voto di Gabriele: 4

Voto di Simona: 7

The Reluctant Fundamentalist (USA, 2012), di Mira Nair. Con Kate Hudson, Liev Schreiber, Martin Donovan, Kiefer Sutherland, Riz Ahmed, Nelsan Ellis, Om Puri, Shabana Azmi, Victor Slezak, Mark Oliver, Haluk Bilginer, Clayton Landey, Adil Hussain e Christopher Nicholas Smith. Nelle nostre sale nel 2013.

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