Handy: intervista al regista Vincenzo Cosentino

Quattro chiacchiere con Vincenzo Cosentino, ideatore e regista di “Handy”, un originale ed eccentrico film italiano che chiede il vostro aiuto su KickStarter

di carla

Oggi Blogo supporta un progetto italiano segnalatoci dal nostro lettore Flavio. Ho visto di cosa si tratta e non potevo non parlarne perché è decisamente stravagante ed originale e coraggioso con protagonista… una mano. Si tratta di Handy, un film di Vincenzo Cosentino nato prima di tutto come cortometraggio e poi sviluppatosi in lungo. Vincenzo ha ora bisogno di un sostegno morale e fisico ed economico per portarlo al cinema. Ho contattato Vincenzo ed ecco la nostra chiacchierata.

1. Cominciamo dall’inizio. Il cortometraggio. Cosa puoi raccontarci? Da dove è nata l’idea?
Avevo avuto la fortuna di vincere una competizione al Festival di Cannes nel 2008, era il “FLIP VIDEO CONTEST” e vinsi con un corto chiamato “THE FLIP TRIP”. Le regole erano ferree, ci avevano selezionato in 300 e ci avevano dato questa telecamerina chiamata “FLIP”, con questa telecamera avremmo dovuto filmare dentro Cannes, in meno di 3 giorni. Decisi di fare un corto proprio sulla vita di questa telecamerina che scappava via dal proprio propietario perché veniva utilizzata solo per video amatariali mentre lui (MR Flip) voleva diventare il miglior cinematografo del mondo. Flip scappa dal proprietario e vince il Cannes Film Festival. Ebbi la fortuna di vincere quella competizione ma non ne ero entusiasta perché la qualità del corto era bassissima, la telecamera filmava in bassa risoluzione (2 megapixel, era il 2008). Non potevo spiegare ad un eventuale produttore di aver vinto una competizione a Cannes con quel corto di bassa qualità. Avrei dovuto spiegare tutte le regole a cui il corto stesso era sottoposto per la sua realizzazione e poi a me non piaceva nemmeno tanto questo mio lavoro e (lo dico sempre) il terzo classificato meritava di vincere, non io. Insomma, non riuscivo a dormirci la notte… e difatti la notte stessa della vittoria scrissi la storia di Handy, una mano che si staccava dal proprietario per diventare la migliore scrittrice di sempre. Invece di Flip ora… era e si chiamava Handy. Poi il corto divenne un lungometraggio vero e proprio di 80 minuti, dopo 4 anni di duro lavoro dove ci ho sudato giorno e notte facendo praticamente tutto da solo perché non avevo trovato chi volesse investire nell’idea dandomi i soldi per potermi permettere una troupe.

2. Perché le mani?
Perché ho amato con le mani, mi sono rialzato con le mani, mi sono spiegato con le mani, ho aiutato e sono stato aiutato con le mani e per tante di quelle cose che diamo per scontate ma che senza non potremmo fare nulla. Le mani sono da sempre state il nostro mezzo per fare del male (premere un grilletto e uccidere) o il bene (aiutare il prossimo). Le mani le abbiamo tutti e ci permettono di rompere le barriere geografiche, come il film che ho voluto realizzare. Ogni nazione ha una lingua, una cultura, un sistema di pensare diverso…. eppure tutti abbiamo le mani quindi potenzialmente poteva essere un concetto virale su cui contare facendo al contempo del bene dando un messaggio di pace, di unione e non di separazione. La mano che aiuta l’altra, appunto. Inoltre… non era mai stato fatto un film interamente incentrato sulle mani che si relazionavano e combattevano contro i loro stessi umani… ed io volevo essere il primo a fare quel tipo di film. Volevo essere ricordato per il mio primo film e l’unico modo era fare qualcosa che non fosse mai stato fatto.. .a costo di rischiare tutto, a costo di essere preso in giro, non accettato, scartato. Era tutto questo quello che pensavo chiuso a casa in quei 4 anni mentre lavoravo al computer sul film, poi per fortuna in America è piaciuto nei festivals (Austin, Atlanta, Cleveland, Newport Beach, Los Angeles, St. Louis, Indianapolis, New York, Orlando, Oporto) e questo mi fece tirare un sospiro di sollievo…però ho davvero vissuto gli anni della realizzazione come una scommessa che potesse essere più persa che vinta. Fu un sollievo dopo tanto dolore e tanta paura.

3. Qual è la tua formazione scolastica?
Prima mi laureai in Economia e cercai di farlo col massimo dei voti per rasserenare i miei genitori ma il mio sogno era sempre fare il regista. Studiai per 5 anni Economia, sognando di fare il regista. Mi laureai con 107 solo per dimostrare a me stesso e ai miei genitori che se fossi riuscito a prendere dei buoni voti in una cosa di cui non me ne fregava nulla magari sarei riuscito in ciò che amavo. Devo dire però che i miei genitori sono sempre stati dalla mia parte in qualsiasi decisione e volevano sempre e dico sempre che io mollassi economia per fare Regia ma fui io che non volli. Il perchè è semplice, quando ero più piccolo ero un cretino, (non che le cose siano migliorate col tempo 🙂 Ero un cretino perché iniziavo mille cose e non ne finivo mai una, quindi mi IMPOSI di finire Economia perché avevo fatto una cretinata nello scegliere una università in maniera frettolosa…e l’unico modo per prevenirne un’altra cretinata in futuro era “mangiarmi” questa mela mentre sognavo di mangiare ben altro. Finita la laurea in Economia andai in Australia (era l’opzione più economica) a studiare regia ma la scuola che scelsi non mi dava tutto ciò che volevo quindi mi iscrissi contemporaneamente in un’altra scuola a 3 ore di distanza dalla prima e facevo due scuole simultaneamente (le scuole non sapevano l’una dell’altra, non si poteva fare e mi avrebbero sbattuto fuori dal continente australiano). Facevo 3 ore di lezione al mattino a Byron Bay, poi viaggiavo 3 ore per andare verso l’altra scuola, facevo lezione li e tornavo a Byron Bay. Doppi compiti in classe, doppi esami. Non ci capivo più nulla e il mio inglese era penoso, non dormivo quasi mai e infatti mi ero costruito un letto dentro il camioncino che mi ero comprato per 1300 dollari (era un Nissan Vanette). Quindi quando ero stanco del tragitto in auto (soprattutto di notte) mi accostavo nei benzinai e dormivo li. Però il massimo l’ho ottenuto dai tutorials che compravo su EBAY, mi arrivavano ogni sabato una caterva di dvd e fu cosi che imparai moltissimo. Imparai più da quei dvd e dagli errori fatti che dalle due scuole… non avevo tempo di vivere le bellezze dell’Australia ed è uno dei più grandi rammarici, non essermela gustata a pieno. Non ho mai avuto nemmeno il tempo di imparare a surfare o gustarmi la spiaggia. Ero sempre a casa, a scuola, nel camioncino… per 2 anni. Era un massacro però non sentivo dolore, era come essere innamorati… te ne fanno di tutti i colori ma non avverti dolore. Facevo regia finalmente… ed era ciò che avevo sognato per i 5 anni dove avevo fatto economia, mi sentivo come un cane randagio a cui avevano dato la libertà di uscire via dal canile per sempre. Libero di correre felice verso ciò che amavo.

4. Come hai incontrato (e convinto) Franco Nero a recitare in Handy?
Ero a Miami per un festival che vedeva il mio corto “Being Handy” in competizione. Vinsi una menzione speciale e Franco era li a far parte della giuria. Mi chiese quale fosse la produzione dietro il mio corto. Io gli dissi che l’avevo fatto io con 300 euro di budget. Lui rimase colpito e mi disse che semmai avessi voluto fare il lungometraggio di Handy… avrei potuto contare su di lui. Io gli dissi che non avrei mai avuto il budget per potermi permettere una leggenda come lui e lui mi disse che mi avrebbe aiutato gratis perché credeva nel potenziale dell’idea. Quando mi sarebbe ricapitata una occasione così? Mai. Quindi la sera stessa scrissi 15/20 pagine (ora non ricordo) sul suo personaggio e le sue battute e gliele portai in aeroporto il giorno dopo prima che partisse. Lui mi disse che ero pazzo, un mese dopo eravamo a Roma a definire il suo personaggio e due mesi dopo eravamo a Siracusa (dove sono nato) a filmare. Ho voluto filmare quasi tutto il film in Sicilia per tentare di ripulire un pochino nel mio piccolo l’immagine della mia terra dal prototipo di “Mafia Film” che le è stato inflitto negli anni. Volevo fare un film di animazione e mostrare le bellezze, il cuore dei siciliani e dell’italiano in genere. Ci sono troppi contrasti in Italia, contrasti inutili tra città, regioni… ma alla fine siamo tutti figli di questa terra che è infinitamente piena di problemi ma anche piena di gente che vale, in tutti i settori… dallo studente al falegname, dall’artista di strada al medico, all’avvocato. In tutti i lavori e settori, in tutte le facoltà e università. Dovremmo solo essere più uniti e “darci una mano a vicenda” piuttosto che ostacolarci tra di noi. La vera crisi è nei valori che stiamo perdendo.

5. Ci racconti le difficoltà tecniche di realizzare un film del genere?
Sono tutte le difficoltà che puoi incontrare nel costruire un hotel senza avere il cemento, senza avere 50 o più persone che ti aiutano con le fondamenta, senza avere la reception, gli ascensori, le scale, le stanze, i bagni etc. Insomma costruire qualcosa senza avere i soldi per farlo, senza avere i soldi per pagare i professionisti che ti servirebbero per aiutarti nel suo compimento. Perché quando andai a chiedere i finanziamenti ovviamente mi dissero di no, che il film sarebbe costato troppo e che non avrebbero dato tutti questi soldi ad uno sconosciuto al suo primo film. Però ci credevo tanto e avevo Franco Nero come possibile attore quindi decisi di rinchiudermi a casa e fare quasi tutto il film da solo con l’aiuto di qualche ottimo amico che mi aiutava quando non riuscivo. In questo film ho fatto la regia, la scenografia, parte dei costumi (insieme a Mariuccia Macchietto), gli effetti speciali, il montaggio, la fotografia etc. Fui fortunato ad avere al mio fianco poi un grande sound mixer come Gianfranco Tortora e un ottimo compositore come Sveinung Nygaard, due anime buone che mi aiutarono riducendo (di molto) i loro salari perché credettero nel progetto e mi vollero aiutare. Diventammo grandissimi amici. Dio li benedica.

6. Chi si è occupato degli effetti speciali?
Li ho fatti io, 2 dei 4 anni che ho impiegato a fare il film li ho spesi facendo effetti. Lavorando 25 minuti a fotogramma, per ogni mano. Purtroppo non avevo soldi e ho dovuto fare quasi tutto il film su un computer portatile 13 pollici che poi alla fine infatti si è fuso. Poi l’ultimo anno ho avuto finalmente un MacBook Pro e andai mooooolto più veloce (poi si fuse anche quello).

7. E poi, ovviamente, le difficoltà per portarlo in sala… Contro cosa ti sei dovuto scontrare? Quali sono i “nemici” principali?
La gente che voleva comprarmi il film a offerte e condizioni per me non “etiche” solo perché si sapeva che l’avevo fatto con un budget di 13.000 euro. Mi sono rifiutato e ho deciso di portarlo al cinema in maniera autonoma così da poter stare a contatto con la gente e ricevere le loro opinioni e migliorare su tutto. Sono giovane ed ho bisogno del parere del pubblico per migliorarmi. In futuro spero di trovare un produttore voglioso di credere in me e darmi un budget e una troupe anche perché non ho intenzione di farmi un altro film da solo, uscirei pazzo (ride). Mi chiedi quali siano i nemici principali. Io penso che non esistono nemici nella nostra vita, questo l’ho imparato da un proverbio africano che mi sono scritto nella mia stanza per farmi forza ogni giorno negli anni in cui facevo Handy. Recita così: “If there is no enemy within, the enemy outside can do us no harm” ovvero, “se non hai nemici dentro la tua anima, i nemici esterni non possono scalfirti”

8. Descrivi Handy con 3 aggettivi.
Handy è una manina Determinata, Coraggiosa e Onesta.

Se vi abbiamo convinto potete contribuire alla campagna donando su Kickstarter (ci sono premi per ogni tipo di donazione). E potete seguire Vincenzo e Handy su Facebook e Twitter.

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