Deus Ex Machina, manca il Deus e la Machina funziona fino ad un certo punto…

Il film di Alex Garland, in una notte d’estate, ci porta nelle alte sfere di una nuova umanità, tutta speciale

Infilarsi in una sala cinematografica d’estate, in un posto di vacanza, offre delle sorprese. Perché sono andato a vedere “Ex Machina” di Alex Garland, primo film di uno scrittore e di una sceneggiatore figlio a sua volta di uno scrittore e di un autore di graphicnovel? Ci sono andato un po’ a caso e un po’ per prendermi un po’ d’aria condizionata e stendere il sol leone con un knock out di un paio d’ore. L’aria funzionava abbastanza e altra gente come me se la godeva massaggiandosi le parti ustionate dalla esposizione ai raggi, in spiaggia.

Non sapevo cosa aspettarmi dal film. Non avevo letto nulla in proposito e il titolo di strizzava l’occhio per dirmi che si poteva trattare di un story di fantascienza, con i piedi per terra, ben piantati, anche se in una terra lontana, indefinibile, dotata di belle foreste e montagne; e non solo. Ed è stato così. Un ragazzo programmatore di computer, un informatico, viene premiato dal capo della azienda in cui lavora senza gloria dopo un test selettivo fra gli altri programmatori. Un elicottero lo porta in una zona carica di mistero. Il posto è occulto e misterioso, ipertecnologico, abitato dal capo della azienda che conduce qui le sue ricerche sui robot, umani, persino troppo umani, fatti di metallo e plastiche varie.

Non starò qui a raccontare la vicenda per filo e per segno. Voglio e posso dire, per non togliere sorprese, che l’avvio è promettente. C’è una strana aria da film di Ingmar Bergman e l’ambiente (riprese in un paese scandinavo) favorisce strane associazioni.

Con le liturgie bergmaniane sull’uomo e sui conti da fare con l’invisibile e l’imprevisto. Con figure e atmosfere espressionistiche, siamo nelle vicinanze di “Metropolis” per le esperienze laboratoriali del capo dell’azienda (un tipo geniale, sinistro) impegnato in una gara tutta sua con il Creatore, un Creatore senza identità o evocazioni, un assoluto assente ma presente nella scommessa in cui è impegnato: testare i sentimenti e le reazioni “umane” delle sue robot, “sue” perché sono programmate “solo” femmine. Il ragazzo è stato convocato proprio per stabilirlo.

Racconto filato, immagini belle e intense, interni claustrofobici,fantasmi di future, possibili, creature che coltivano in se stesse liberamente il desiderio di amare e mescolarsi alla folla, alla grande folla umana, in una piazza, ad un semaforo di una strada intasata di auto. Ecco il sogno. Il racconto fa pensare. Ecco un film che riprende il grande cinema, lo intinge nel passato e nella fantascienza, va incontro alle domande e alle paure di noi esseri in carne e ossa di fronte a robot donna in cerca di amore e realtà. Ma urla: attenzione! Danger! Pericolo! Laboratorio di Frankenstein! Only Women?

Si torna a terra, repentinamente, nella nave spaziale adagiata tra gli alberi. Ci sono delle rivelazioni. Il Deus è stato congedato e Bergman rimesso con i suoi dubbi in cineteca. La Ex Machina ci prova… a fare una nuova umanità.

Il punto è anche un altro. Riflessioni. La sfera inarrivabile della esistenza è tutta nel computer e nelle sue arti magiche. La tecnologia è troppo sicura della propria forza che aumenta. I suoi “prodotti” possono sfuggire di mano. Il cinema americano sembra avere ereditato, chiuso in sé, l’universo della artificialità elettronica che si fa padrone di noi, delle nostre paure, delle nostre aspettative, grazie al Creativo terra terra destinato a soccombere. Speculazione filosofico-informatica.

E l’altro cinema, il nostro? E’ abbarbicato alla realtà, inventa poco, segue il realismi a casaccio? Chi sopravviverà?L’invenzione che a lungo stucca, come in questo “Ex Machina”? O il realismo sterile, che pura stucca, del nostro cinema?Quando dico “nostro”, intendo dire “italiano” così attaccato al passato che snobba il presente tecnologico ed elettronico che ci prepara il futuro.