In 11 minuti può accadere di tutto: anche la fine del mondo

Il vecchio Jerzy Skolimowski ci riporta all’epoca in cui i registi polacchi se ne andavano dal loro paese in cerca fortuna, ad esempio Roman Polanski

11-minutes-Skolimowski

Cosa raccontare oggi? Beh, alla Mostra domina la diversità, anzi una congerie di proposte, ognuna delle quali va per proprio conto, come accade da diversi anni, con una tendenza che si accentua. Non è male, anzi è bene. Bisogna vedere questa tendenza, fenomeno della contemporaneità, in unico modo, a parer mio: siamo nel mondo e il mondo vive le differenze, con una sola, potente ansia: chi siamo? dove andiamo? Interrogativi classici di tormenti classici. Ah, saperlo!

Ed ecco che alla Mostra arriva, scelto da selezionatori a cui sta a cuore la qualità insieme alle differenze, Jerzy Skolimowski, regista della “Ragazza del bagno pubblico”, polacco, trapiantato a Londra, fuggendo ad un regime comunista non proprio amico di registi bravi come Roman Polanski. Il quale se ne andò negli Usa e poi decise di scappare a Parigi, per sfuggire da una condanna per stupro.Un regista bravo in cerca di libertà era ed è Andrej Wajda, rimasto in patria, non amato dal regime per i suoi lavori, “L’uomo di marmo” e altri, in cui raccontava l’atroce peso della dittatura comunista sulla popolazione tutta, compresa quella operaia, che si ribellò e portò al potere Walensa, un elettricista cattolico, sindacalista, che fu alla testa della protesta.

La Polonia è un paese interessante, ricco di storia, molto cattolico, che ha avuto un papa, Giovanni Paolo II. E ha avuto,e ha, una cultura di grandi tradizioni e di amore per la libertà non solo espressiva, ma per la libertà politica, stretta come è sempre stato tra Germania e Russia che lo depredavano. Skolimowski è un regista sensile ai temi sociali, con quel piglio polacco che chiama in causa soprattutto l’aspetto esistenziali delle cose che accadono non solo nel suo paese ma nel mondo. In “11 minuti” cerca di raccontare nel tempo indicato un intreccio di fatti e pesonaggi. La sinossi parla chiaro: “Un marito geloso che perde la testa, l’attrice sexy che l’ha sposato, un viscido regista di Hollywood, un incauto corriere della droga, una giovane donna disorientata, un lavavetri....”; e così via.

La città dove è stato girato è in Polonia ma le immagini fanno pensare a New York, in vario modo. Stereotipi ambientali. I grattacieli, le altre massocce costruzioni, le strade di un grande centro storico ma non più storico divorato dal cemento e dall’arredo urbano tipo made in Usa. Le immagini sono precise. Tra i grattacieli passano di continuo grandi aereoplani, i motori fischiano, le prue sfiorano anzi scompaiono dietro le torri e si pensa alle Torri Gemelle abbattute dai fanatici terroristi musulmani.

Questa è la cornice: ovvero la minaccia incombente, la precarietà delle metropoli, la febbre anzi le febbri che minano le esistenze delle persone. Skolimoski è un bravo regista e sa incastrare le vicende dei suoi “eroi non eroi” del quotidiano, oscuri protagonisti della città che allude ai pericoli delle persone inconsapevoli negli scatoloni dove vivono e muoio. La morte e il rischio della morte percorrono gli intrecci.

Un film di bravura indiscutibile. Velocità, fotografia, situazioni e personaggi sono a posto. Gli effetti musicali e sonori sono forti, intensi, urtanti. E’ la cassa visiva e sonora per le “bare” psicologiche in cui si consumano i giorni, 11 minuti per un 11 settembre senza soste. Una spada di damocle. Sussulti continui. Paure incastonate dentro di no.

Ok, vecchio Jerzy, sei bravo, ma il film risulta vuoto, sorvola e non decolla. Difetto di sceneggiatura? Senza dubbio. Lo stesso regista parla genericamente di un’attesa drammatica: “...potrebbe finire tutto d'un colpo, nel mondo che meno ci aspetteremmo”. Yes, Jerzy. Per un’altra volta nel tuo quadro dalla tecnica ineccepibile metti, please, un pò d’anima, poca poca, tanto per dare “taste”, insomma: sapore.

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