La Rai vuole e può cambiare: a volte basta ricordare con realismo quel che si può fare...

Cominciammo dal nulla, pochi soldi, diffidenze interne, grandi esperienze

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La stagione degli sperimentali tv della Rai: da Jean Luc Godard a Gianni Amelio, Peter Del Monte, Giuseppe Bertolucci; da Liliana Cavani e Glauber Rocha a Maurizio Ponzi, Sergio Bazzini, Alessandro Cane… e tanti altri. Le voci si rincorrono. Le parole oggi riguardano il futuro della Rai. Tema importante e sentito da tutti, sia da chi ha lavorato in Rai, da chi lavora; e soprattutto da chi si abbona, la guarda. Una nuova stagione si profila, le attese non mancano, anzi.

Vorrei tornare indietro nel tempo e ricordare un significativo momento in cui si discuteva della riforma della Rai, discussione che maturò nella riforma del 1975. Anni che hanno inciso nella storia della Rai e della televisione, e della radio. In quegli anni, presi parte in prima persona a una iniziativa che voglio ricordare perché la si può considerare una vera svolta su cui più volte sono intervenuti libri, pubblicazioni, stampa, comunicazione, università, festival; consensi anche all’estero.

L’iniziativa era quella degli Sperimentali Tv che è stata e resta un punto fisso e importante della ricerca creativa, artistica, fra tv e cinema, fra Rai e mondo degli audiovisivi. Me ne occupai, chiamato nel 1968 a dare concretezza a una esperienza non solo di progettazione o di laboratorio, ma di concreta produzione, qualcosa che durò alcuni anni; fintanto che in me prevalse la scelta di tornare a fare l’autore, cosa che peraltro non avevo mai abbandonato. Fu un periodo straordinario che molti testimoni e il pubblico hanno conosciuto al di là anche delle presentazioni sul video, oltre che come ho detto nelle modalità a cui ho fatto cenno (libri, pubblicazioni, stampa, festival e università…).

Anni di lavoro che continuano ad essere ricordati, tanto per citare un episodio recente: la selezione proposta alla Sala Trevi di Roma dalla Cineteca Nazionale, Centro Sperimentale a Cinecittà, oltre che in città come Venezia, Firenze, Pisa, Bologna, e così via. Basta fare i nomi di chi partecipò, realizzando a basso costo, veramente basso, e con grande impegno, opere che raccontano una trasformazione dei rapporti tra cinema e tv, rapporti che da conflittuali o distratti che erano si fecero interessanti, e produttivi a lungo.

Nomi come Gianni Amelio, che girò film come “La fine del gioco”, un esordio bellissimo e “La città del sole”; più alcuni documentari. Fino alla vittoria di numerosi premi in festival internazionali, compreso il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia. O come Maurizio Ponzi, Giuseppe Bertolucci, Peter Del Monte, Ennio Lorenzini, Alessandro Cane, Giancarlo Cobelli, Gianni Amico, Ivo Barnabò Micheli, Gianluigi Calderone, Sergio Bazzini, Ennio Lorenzini, Giorgio Turi.

Tutti nuovi registi che debuttavano con opere prime e seconde che aprirono per la prima volta la strada ad un importante, straordinario laboratorio, inedito, che attirò l’interesse delle televisioni internazionali nei concorsi e nei confronti sulle produzioni sperimentali. Ecco la parola “Sperimentali”: non proposte solitarie, narcisistiche, nella direzione di una semplice promozione del talento degli autori (che pure ci fu) ma di una elaborazione d’insieme, fatta di confronto e attenzione per il pubblico che cominciava ad orientarsi tra cinema e appunto tv.

Molti sono stati i nomi di coloro , oltre a quelli citati, che parteciparono agli Sperimentali Tv, furono una quarantina e hanno fatto carriera nel campo della fiction o del documentario. Ricordo ancora Alessandro Cane, scomparso pochi anni fa, uno dei più bravi, che si distinse nelle produzioni serial dopo avere realizzato film a sfondo sociale. Era, ripeto, un laboratorio che si aprì ad autori famosi come il francese Jean Luc Godard, il brasiliano Glauber Rocha; e gli italiani Marco Ferreri, che girò per gli Sperimentali un bellissimo film documentario “Perché pagare per essere felici?”; e Liliana Cavani, che realizzò una intensa storia a sfondo sociale intitolata “L’ospite”; a cui seguirono successi come “I Cannibali” e soprattutto “Il portiere di notte”.

Insomma, un’“avventura” in cui confluiva una ansia di futuro e volontà di organizzare strategie ideative. Diede i suoi frutti, è nella storia della tv e del cinema. Un precedente utile. La televisione (e la radio) ne trassero ispirazioni per tentativi sempre avventurosi, leggi coraggiosi, in attesa che nel futuro i media siano sempre ambito di prove e sperimentazioni a getto continuo e non ambienti per format pensati spesso in modo ripetitivo, generico, con poca qualità e poche passioni.

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