Roma 2015, ultimo giorno: si chiude con Legend, Verdone, Cortellesi, Sorrentino e Villaggio

La decima edizione della Festa del Cinema di Roma ha preso vita. Film, retrospettive, incontri. Segui tutto su quel che c’è da sapere su Cineblog

E’ arrivò l’ultimo giorno. La Festa del Cinema di Roma 2015 si prepara a sparare le sue ultime cartucce con una nona giornata tutt’altro che povera di eventi e un premio unico, quello del pubblico, pronto ad essere annunciato nella giornata di domani.

Nel frattempo ieri, venerdì 23 ottobre, si è fatto vedere l’ultimo film italiano in cartellone: Alaska di Claudio Cupellini, con Elio Germano ed Astrid Berges-Frisbey protagonisti. Una grande ed epica storia d’amore, a detta del regista, priva di equilirio e di senso della misura, con il concetto di ‘realtà’ evidentemente andato in letargo per un paio d’ore. Perché in Alaska succede di tutto, ma di tutto veramente, e sempre improvvisamente. Come se nessuno accendesse il cervello prima di compiere qualsiasi azione, neanche a dirlo esplosiva e portatrice sana di drammatiche conseguenze. Stilisticamente e registicamente convincente, perché che Cupellini sappia girare è cosa nota, il film si perde nei suoi ridondanti e stancanti eccessi, così forzatamente ripetuti dall’affondare anche quel buono che in superficie prova a farsi notare.

Estremamente interessante, invece, Experimenter di Michael Almereyda, opera dedicata ad uno degli esperimenti più celebri, discussi, studiati e chiacchierati della storia delle scienze sociali, ovvero quell’obbedienza all’autorità che tramutò il brillante Stanley Milgram in uno degli psicologi più famosi degli anni ’70 e ’80. “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?”. Partendo da questo quesito, nato al via del processo contro il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, Milgram trasse ispirazione per la sua ricerca più famosa, interessata a capire come mai, ancora oggi, l’uomo sia portato sistematicamente a ‘cedere’ di fronte all’autorità. Come mai, nella Germania nazista, nessuno ebbe il coraggio di ribellarsi, piegandosi alla dittatura più sanguinosa della storia contemporanea.

Sentiti e meritati applausi, infine, per Microbe et Gasoline di Michel Gondry. Il trionfo dell’immaginazione, della creatività vista attraverso gli occhi di due quasi 15enni armati solo e soltanto della loro spiccata intelligenza, di quella curiosità sessuale che li vede sempre più ‘interessati’ all’altro sesso e di quell’ingegno che vuoi o non vuoi riuscirà a farli uscire indenni da qualsiasi complicata situazione. Un viaggio che li porterà tra bordelli coreani, dentisti psicopatici, campi rom, sagre di paese e quella chimera chiamata ‘primo amore’ da inseguire (nella menzogna) che finirà per incrinare solo momentaneamente un rapporto apparentemente indistruttibile.

Ultima giornata di proiezioni, come detto, quella di oggi. Pronti, via e potremo vedere Legend di Brian Helgeland, con Tom Hardy in un ‘doppio ruolo’. Lo sceneggiatore premio Oscar® per L.A. Confidential si ispira a una storia vera e racconta la scalata dei gemelli Reggie e Ronnie Kray, due dei gangster più famosi della storia dell’Inghilterra, ai vertici della malavita londinese. Di umili origini, arrivarono a controllare lo scenario dei nightclub per buona parte degli anni sessanta, fino a quando un misto di tracotanza, lealtà tra fratelli, malattia mentale e gusto per la violenza, li hanno portati alla rovina. La Festa del Cinema, poi, completa l’omaggio a Pier Paolo Pasolini con la proiezione di Pasolini. Il corpo e la voce. Il documentario di Maria Pia Ammirati, Arnaldo Colasanti, Paolo Marcellini, prodotto dalle Teche Rai, che sarà presentato alle ore 11 allo Studio 3 all’Auditorium, contiene le più celebri e storiche apparizioni in tv di Pasolini.

Alle ore 16, presso la Sala Petrassi, Paolo Villaggio incontrerà il pubblico e presenterà la proiezione de Il secondo tragico Fantozzi di Luciano Salce, nella versione restaurata grazie ad una collaborazione tra Eagle Pictures e Premium Cinema. Alle ore 18.30, la Sala Sinopoli ospiterà l’incontro fra Carlo Verdone e Paola Cortellesi che torneranno a duettare, questa volta sul palco dell’Auditorium, dopo il debutto come coppia artistica nel 2014 in Sotto una buona stella. Occhio poi alla versione estesa de La grande bellezza di Paolo Sorrentino: alle ore 20 presso la Sala Petrassi sarà mostrato il film premio Oscar® con 40 minuti di scene inedite, alla presenza del cast che sfilerà mezzora prima dell’inizio del film sul red carpet dell’Auditorium Parco della Musica. Completa l’omaggio a Sorrentino il documentario Cercando la grande bellezza di Gianluca Iodice, che sarà presentato al MAXXI alle ore 17: la pellicola porta lo spettatore nelle location in cui sono state ambientate le vicende di Jep Gambardella.

Alice nella Città, infine, presenta alle 18, presso il Nuovo Cinema Aquila, Alice in the Cities di Wim Wenders e alle ore 22 il film vincitore del premio Taodue Camera d’Oro per la migliore opera prima. Al cinema Avorio, si potrà assistere alle proiezioni di Jack of the Red Hearts alle ore 16.30, del film vincitore del concorso Young Adult alle ore 18.30, di The Answer alle ore 20.30 e infine, alle 22.30, di Alias Maria.

[accordion content=”applausi per Grandma e Carol – arrivano Gondry, Larraín, Fantozzi, Experimenter e Alaska di Cupellini” title=”Roma 2015, giorno 8″]

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Mattinata iniziata male, malissimo quella andata in scena ieri alla Festa del Cinema di Roma. Tenendo conto degli spazi dell’Auditorium Parco della Musica, infatti, il caos è diventato realtà dinanzi ad un semplice e inspiegabile cambiamento di programma. Carol di Todd Haynes, inizialmente annuciato alle ore 09:00 in Sala Sinopoli e dalla durata di due ore, è stato all’ultimo minuto spostato nella sala Mazda Cinema Hall esterna alla struttura ideata da Renzo Piano. Tutto questo con Ouragan, l’odysee d’un vent di Cyril Barbançon e Andy Byatt confermato alle ore 11:00 in sala Petrassi, che è appiccicata alla sala Sinopoli. Roba che neanche dinanzi alla più straordinaria delle puntualità e con il teletrasporto a traino i tanti andati a vedere Carol avrebbero poi potuto assistere alla proiezione del doc francese, se non fosse che a peggiorare i piani sia arrivato un clamoroso ritardo di 20/25 minuti nella sala Mazda. Immancabile la conseguenza, visto lo slittamento negato alla proiezione delle 11, di fatto ‘rovinata’ nella sua visione perché abbondantemente iniziata da quasi mezz’ora. Problemi di calendario che hanno così appesantito una giornata già di suo molto costipata.

Poco da dire, se non attraverso applausi e riverenza, sul meraviglioso, elegante e raffinato film di Haynes, da noi di Blogo già recensito ed ammirato al Festival di Cannes. Un’opera di pura bellezza trainata da due attrici in stato di grazia. Perché se sulla stupenda Blanchett abbiamo ormai già detto tutto, a stupire, in questo caso, è l’impeccabile Mara. Per entrambe, neanche a dirlo, ci sono due nomination agli Oscar in saccoccia. Spettacolare e apocalittico, invece, il documentario interamente dedicato all’uragano atlantico, trascinato da una terza dimensione finalmente ‘necessaria’, per quanto affascinante nella sua profondità. Peccato che i primi 25 minuti del film, come precedentemente scritto, il sottoscritto li abbia persi causa disorganizzazione da Festa.

Ricchi consensi e applausi, invece, per Grandma di Paul Weitz, pellicola impreziosita da una strabordante Lily Tomlin, attrice oggi 76enne che qui indossa i ‘rozzi’ abiti di Elle, poetessa lesbica e tutta d’un pezzo a cui è da poco morta la compagna di una vita. Quasi 40 anni insieme per poi ritrovarsi sola, in compagnia di una ragazza molto più giovane di lei e dopo solo 4 mesi di ‘coppia’ già innamorata. A stravolgerle una giornata già di suo particolarmente complessa, ecco però arrivare la nipote Sage, diciotto anni appena ed un problema di non poco conto. La gravidanza. Inaspettata e da interrompere. Peccato che Sage non abbia i 630 dollari che una clinica le ha preventivato per l’operazione del pomeriggio, tanto da chiedere aiuto alla nonna squattrinata, pronta ad intraprendere al suo fianco un viaggio cittadino per racimolare il denaro necessario. Un’avventura che porterà entrambe a conoscersi meglio, riavvicinando di fatto una famiglia particolarmente divisa. Un’attrice, la Tomlin, ‘risorta’ nel corso degli ultimi 12 mesi, prima in tv ed ora anche in sala, qui aggressiva fuori e dolce dentro, con gli amori di una vita da incidere sul proprio non più giovane corpo e quelle lacrime da nascondere agli occhi altrui, onde evitare fraintendimenti emotivi. La sua straripante Elle, scelta tutt’altro che scontata in quel di Hollywood, rimarrà fino alla fine fedele a se’ stessa senza mai abbandonare i propri difetti, neanche a dirlo adorabili una volta scoperti, pesati e digeriti. Anche perché una nonna così, tanto diretta quanto sboccata, moderna e protettiva nei confronti di chi ama, chi di noi non la vorrebbe.

Chiusura di giornata, infine, con il recupero di Showbiz, malinconico, terrificante e al tempo stesso affascinante viaggio nel sottobosco delle tv private romane anni ’80 e ’90, da compiere insieme a 4 tra i suoi più famosi (e dimenticati) (non)protagonisti: Massimo Marino, Riccardo Modesti, Stefano Natale e Schultz, ovvero gli epigoni del sorrentiniano Jep Gambardella trionfatore agli Oscar, qui rivisto in chiave ‘lato B della Grande Bellezza’.

Ottava e penultima giornata quella in scena oggi con l’ultimo film italiano della Selezione Ufficiale, Alaska di Claudio Cupellini. L’autore di Lezioni di cioccolato e Una vita tranquilla (presentato alla Festa nel 2010), porta sul grande schermo la storia d’amore di Fausto e Nadine che si conoscono per caso, sul tetto di un albergo a Parigi, fragili, soli e ossessionati da un’idea di felicità che sembra irraggiungibile. Il destino avrà in serbo non pochi ostacoli e sorprese per questo amore. Sul red carpet, accanto al regista, Elio Germano ed Elena Radonicich. Nel programma degli Incontri Ravvicinati, alle ore 20 presso la Sala Petrassi, Riccardo Muti sarà protagonista di un incontro con il pubblico durante il quale parlerà del rapporto tra cinema e musica, immagini e note, e analizzerà i film che hanno segnato la sua vita e la sua carriera. Alle ore 19 al MAXXI, nell’ambito delle Retrospettive, il cineasta cileno Pablo Larraín parlerà agli spettatori e presenterà il suo nuovo film, El club, che quest’anno ha ricevuto l’Orso d’argento a Berlino e rappresenterà il Cile ai prossimi premi Oscar® – distribuito a novembre nelle sale italiane da Bolero Film.

Alle ore 22.15 la Sala Sinopoli ospiterà la proiezione di Experimenter di Michael Almereyda, pluripremiato regista di film come Twister, Another Girl Another Planet, Nadja, Hamlet e Paradise. Nel 1961 lo psicosociologo Stanley Milgram conduce una serie di controversi esperimenti comportamentali all’Università di Yale. I test coinvolgono gente comune, a cui viene chiesto di inviare scosse elettriche di intensità progressiva a una persona legata a una sedia in un’altra stanza. Scopo dell’esperimento è capire il condizionamento umano di fronte all’autorità. Un giorno Milgram incontra Sasha, una ex ballerina che vive a New York. Inizia a corteggiarla e la porta a visitare il suo laboratorio a Yale, dove gli esperimenti hanno intanto prodotto risultati sconvolgenti.

Alle ore 22.30 nella Sala Petrassi, sempre per la Selezione Ufficiale, si terrà la proiezione di The Propaganda Game di Alvaro Longoria, il cui esordio alla regia – con il documentario Hijos de las nubes, la última colonia – gli è valso il Goya per il Miglior Documentario nel 2013. La pellicola realizza una profonda riflessione sulla propaganda proiettando gli spettatori in una nazione sinistramente reclusa e sconosciuta, la Corea del Nord. Con i confini più militarizzati del mondo e il flusso di informazioni imparziali praticamente inesistente, è lo scenario ideale per una guerra di propaganda. Alle ore 19.30, il Teatro Studio ospita Sport di Ahmad Barghouthi, Tal Oved, Lily Sheffy, Matan Gur: i quattro registi, israeliani e palestinesi, hanno realizzato corti (documentari e di finzione) sul tema dello sport. Prodotto durante l’escalation di violenza tra Israele e Palestina nell’estate del 2014, in libertà creativa e con troupe miste di palestinesi e israeliani, il film – fra i titoli della Selezione Ufficiale, riproduce un personale, coraggioso punto di vista sulla realtà. Segue alle ore 21.30, sempre in Teatro Studio, la proiezione di Girls Lost di Alexandra-Therese Keining. La regista, sceneggiatrice e scrittrice svedese porta sul grande schermo una storia magica dal sapore lisergico e i risvolti inquietanti, un ritratto di cosa vuol dire crescere oggi da una prospettiva tutta al femminile. Alla ricerca del loro posto nel mondo, Kim, Bella e Momo sono tre adolescenti vittime della prepotenza dei compagni. A sconvolgere le loro vite è la scoperta di una strana pianta con misteriose e affascinanti qualità: bevendone il nettare, le ragazze si trasformano temporaneamente in ragazzi.

Quaranta anni fa, nel 1975, appariva per la prima volta sul grande schermo il ragionier Ugo Fantozzi. Dietro quella straordinaria maschera, oggi parte del patrimonio culturale italiano, c’era l’attore e scrittore genovese Paolo Villaggio. Alle ore 17.30 presso la Sala Petrassi, la Festa presenta Fantozzi di Luciano Salce, in versione restaurata grazie ad una collaborazione tra Eagle Pictures e Premium Cinema. Diversi gli appuntamenti con Alice nella Città, infine, ma tra i tanti spicca l’atteso Microbe & Gasoline di Michel Gondry.

[accordion content=”delude Rubini, convince Ponsoldt, meraviglia Eva no Duerme – arrivano Todd Haynes e Paul Weitz” title=”Roma 2015, giorno 7″]

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Secondo film italiano nella selezione ufficiale alla Festa di Roma e grossa grassa delusione targata Sergio Rubini. Il suo Dobbiamo Parlare, già ribattezzato ‘Carnage all’amatriciana’, ruota attorno a un chirurgo, una ghostwriter, una dermatologa e uno scrittore. Due coppie, una casa e un’unica notte per iniziare realmente a parlare d’amore. Vomitandosi addosso di tutto. Da una parte la rappresentazione plastica dell’amore e dell’onestà relazionale formato ‘radical-chic’; dall’altra quella esibizionista che dichiara quasi con orgoglio guerra alla ‘verità’, perché ‘omettere’ e ‘celare’ sono due verbi che nessuna coppia al mondo dovrebbe mai cancellare dal proprio vocabolario. Avanguardia pura.

Tutt’altra musica in arrivo dagli States con The End of the Tour, nuovo film di James Ponsoldt, regista dell’acclamato The Spectacular Now. Non un biopic ma il riuscito resoconto di un incontro tra due persone che non si erano mai viste prima: da una parte un giornalista aspirante scrittore e dall’altra uno scrittore nonché professore universitario, balzato agli onori delle cronache grazie alla pubblicazione di un ‘mattone’ di 1400 pagine incensato dai critici di tutto il mondo. Ovvero David Foster Wallace, nella metà degli anni ’90 diventato autore di culto internazionale grazie a Infinite Jest, e David Lipsky, 30enne giornalista di Rolling Stone che viaggiò insieme a lui per centinaia di chilometri per l’ultima parte del tour promozionale legato al romanzo, tra reading, corsi di scrittura e lunghe conversazioni in grado di spaziare tra politica, cinema, letteratura, musica e aspetti personali legati alla vita di Wallace, vedi droghe, alcool e depressione.

Si può invece gridare al semi-capolavoro dinanzi al meraviglioso Eva no Duerme di Pablo Aguero, riuscito a raccontare con disarmante bravura un pezzo di storia sudamericana. Al centro del contendere Eva Peron, morta nel ’52 all’età di solo 33 anni e da allora diventata ‘santa pagana’, anche perché priva di sepoltura. La sua salma, accuratamente imbalsamata, venne ‘rapita’ per volontà del dittatore Aramburu e nascosta per 25 anni. Affidatosi all’uso costante della voce-off, Aguero ha ripercorso 1/4 di secolo di ‘peronismo’, tra repressione, (in)giustizia sociale, culto dell’immagine e rivoluzione. Quella donna, quella voce, quella figura tanto amata dal popolo argentino doveva essere rimossa, cancellata per sempre e mai più nominata. A seppellirla, paradossalmente, ‘il guardiano della civilità occidentale e cristiana’ Emilio Eduardo Massera, capo di Stato Maggiore della marina militare e tra i maggiori responsabili del colpo di Stato del 1976, nonché tra i più crudeli repressori del dissenso nel paese, qui interpretato da un Gael Garcia Bernal che inizia e chiude la pellicola. Perché furono proprio loro, i nemici storici del peronismo, a far tornare la Peron in patria dopo l’assassinio del generale Aramburu, contribuendo di fatto alla sua eterna venerazione. Viva o morta, per sempre Evita.

Settima giornata, quella di oggi, che vedrà la Festa di Roma ricordare Morando Morandini con la proiezione del documentario di Daniele Segre, Je m’appelle Morando – alfabeto Morandini. Piera Detassis, Giorgio Gosetti, Paolo Mereghetti, Mario Sesti rievocheranno la figura di uno dei più importanti critici cinematografici dell’Italia contemporanea dal dopoguerra ad oggi, autore di un dizionario dei film di grande successo. Saranno presenti la figlia Lia Morandini, il direttore artistico Antonio Monda, il regista Daniele Segre. Grande attesa invece per Todd Haynes, acclamato maestro del cinema indipendente d’oltreoceano che alle 17:30 incontrerà il pubblico. Per l’occasione il regista presenterà alla Festa il suo ultimo film, Carol, in concorso a Cannes lo scorso maggio, che è valso alla protagonista Rooney Mara il premio alla migliore interpretazione femminile. Tra le pellicole della selezione ufficiale, invece, spazio a Ouragan, l’odysee d’un vent di Cyril Barbançon e Andy Byatt, documentario che porterà a termine uno spettacolare viaggio in 3D di 15mila chilometri sulle tracce di uno degli eventi più devastanti del nostro pianeta: l’uragano atlantico.

Nella stessa sala, alle ore 22.30, sarà la volta di Full Contact, sesto lungometraggio di David Verbeek, autore di R U There presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard. Con il suo ultimo lavoro, il regista olandese realizza un film che trascende il confine tra realtà e finzione: il protagonista è un cacciatore ipermoderno, in cima alla scala tecnologica, che guarda dall’alto le sue vittime come un voyeur onnipotente. La sua vita cambia quando accidentalmente bombarda una scuola con un drone comandato a distanza: la guerra moderna lo mantiene al sicuro e del tutto separato dalle sue vittime, tuttavia, dopo l’incidente, Ivan comincia a disconnettersi da tutto e da tutti. Il film è anche un viaggio nelle sue fantasie e nei suoi incubi.

Alle ore 21.30, il Teatro Studio Gianni Borgna ospiterà la proiezione di Amama di Asier Altuna, due volte nominato ai Goya come miglior regista esordiente e per il miglior cortometraggio documentario. Il regista basco ambienta la sua storia in un Baserri, una fattoria tradizionale nel mondo rurale: la vita, in posti come questo, può sembrare aspra e arcaica e gli abitanti si sentono come intrappolati da un destino imposto fin dalla nascita. I tre figli di Tomas e Ixabel conoscono bene questa realtà e la affrontano ciascuno a proprio modo: la combattono con le armi dell’umorismo, la rifiutano fuggendo, esorcizzano i problemi attraverso l’arte. La nonna, Amama, osserva placida il destino della sua famiglia e del mondo che sembra sbiadire davanti ai suoi occhi.

[accordion content=”incanta Hitchcock/Truffaut, convince Land of Mine – arrivano Rubini, Ponsoldt e Game Therapy” title=”Roma 2015, giorno 6″]

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Giornata tra le più povere di questa decima edizione della Festa del Cinema, quella andata in scena ieri, con un clamoroso buco pomeridiano che ha di fatto svuotato l’Auditorium di ‘ciccia’. Leggasi pellicole. Mattinata intensa, invece, grazie a 3 titoli decisamente differenti tra loro. Se ‘Ville-Marie‘ di Guy Edoi con la nostra Monica Bellucci protagonista ha calamitato soprattutto pernacchie, tutt’altro è accaduto con il danese Land of Mine, film chiamato a raccontare una sconosciuta nonché drammatica pagina di storia legata alla Seconda Guerra Mondiale. 2600 prigionieri tedeschi, la maggior parte dei quali ragazzi tra i 15 e i 18 anni, vennero infatti costretti a sminare chilometri di costa da inglesi e danesi. Prigionieri impreparati il più delle volte appartenenti al Volkssturm, milizia nazionale istituita da Hitler verso la fine della guerra per arruolare coloro che non erano ancora al servizio delle forze tedesche. I più, neanche a dirlo, giovanissimi. In 5 mesi la metà di loro morì o rimase gravemente ferita, rimuovendo quasi un milione e mezzo di mine. Un film sulle conseguenze fisiche, sociali e morali di un confronto bellico tanto devastante, in grado di tramutare vittime in carnefici.

Una conversazione sul Cinema fatta da due uomini di Cinema, invece, quella andata in scena con Hitchcock/Truffaut, documentario che ha reinterpretato la visione di fatto unica e rivoluzionaria del regista britannico attraverso le parole di 10 colleghi come David Fincher, Arnaud Desplechin, Kurosawa, Wes Anderson, Paul Schrader, Richard Linklater, Olivier Assayas, James Gray, Peter Bogdanovich e l’immancabile Scorsese. Il tutto partendo dall’epocale intervista andata in scena nel 1962 tra un giovane François Truffaut, all’epoca 30enne e con 3 film alle spalle, ed Alfred Hitchcock. Un omaggio ad un genio per decenni considerato solo e soltanto un ottimo ‘mestierante’, per poi come troppo spesso accade andare incontro al ‘mito eterno’ una volta morto. Colui che tramutò un mezzo di comunicazione di massa in pura forma d’arte. Colui che sfruttò il sistema divistico di un tempo smontandolo comunque pezzo dopo pezzo, considerando gli attori puro e semplice ‘bestiame’. Colui che ribaltò modalità di scrittura e di regia, dando poi vita ad un’irripetibile sintonia con il pubblico. Un generatore automatico di emozioni, irrimediabilmente attratto dall’essenza stessa della ‘paura’ e lontano mille miglia dal più digeribile concetto di logica, da lui definita ‘noiosa’. Soffermandosi su alcuni film in particolare del maestro, vedi Vertigo e Psycho, Jones inonda lo spettatore di particolari ai più sconosciuti e in questo caso svelati da immensi ‘colleghi’ del regista, capitanati da uno strepitoso Scorsese e tutti concordi nel sottolineare l’importanza storica di Hitchcock nell’evoluzione della settima arte.

Mercoledì particolarmente intenso quello di oggi, grazie ad un programma assai ricco e variegato. Scoccherà infatti l’ora di Dobbiamo parlare, l’ultimo film di Sergio Rubini che porta sul grande schermo un’intensa riflessione sull’amore e le sue ombre: la discussione su un tradimento conduce due coppie a una lunga fila di recriminazioni che durerà per una notte intera, e farà emergere rancori inattesi in entrambe. Quale delle due, l’indomani mattina resterà in piedi? Spazio poi a The End of the Tour di James Ponsoldt. Nel 1996, poco dopo la pubblicazione del rivoluzionario romanzo “Infinite Jest”, l’acclamato autore David Foster Wallace (interpretato da Jason Segel), concede un’intervista di cinque giorni al giornalista David Lipsky (Jesse Eisenberg), inviato dalla rivista Rolling Stone. Con il passare dei giorni, tra reporter e intervistato si crea un esiguo quanto significativo rapporto.

Alle ore 20 presso la Sala Petrassi saranno proiettati i primi due episodi della attesa serie tv “Fargo 2”, che sarà trasmessa dal 22 dicembre su Sky Atlantic HD, mentre alle ore 22.30, sempre in Sala Petrassi, si terrà la proiezione di Monogamish, ultimo documentario del regista indipendente Tao Ruspoli che, dopo un divorzio, decide di parlare di amore, sesso e monogamia nella nostra cultura: lo fa con i suoi parenti, con i consulenti editoriali, gli psicologi e gli storici, con gli antropologi, gli artisti e i filosofi, con i sex workers, i terapisti del sesso e le coppie ordinarie. I risultati di questa ricerca su sesso, amore e monogamia sono assolutamente sorprendenti. Alle ore 21.30, al Teatro Studio Gianni Borgna, sarà la volta di Little Bird del giovane regista Vladimir Beck, autore di Bez kozhi, vincitore di numerosi premi in Russia. Il suo secondo lungometraggio è un film sull’amore e l’insondabile universo dei sentimenti che emerge fra infanzia e adolescenza, un mix di emozioni sconosciute che travolgono il mondo dei protagonisti allontanandoli dalla realtà, catturandoli e consumandoli. Quattro, infine, gli appuntamenti di Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa: alle ore 11 in Sala Sinopoli si terrà la proiezione di Iqbal: bambini senza paura di Michel Fuzellier e Babak Payami. Sempre alle ore 11 alla Madza Cinema Hall sarà la volta di Returning Home del regista Henrik Martin Dahlsbakken. Occhio poi a Game Therapy di Ryan Travis, titolo interpretato dai famosi youtubers Favij, Federico Clapis, Leonardo Decarli e Zoda.

[accordion content=”The Walk 3D e Mustang strappano applausi – arrivano Eva no Duerme, Land of Mine, Hitchcock/Truffaut e la Bellucci” title=”Roma 2015, giorno 5″]

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Giornata pregna di qualità quella vissuta ieri alla Festa del Cinema di Roma. Nell’arco della giornata si sono infatti viste tre perle d’autore, tanto diverse eppure simili nel trattamento ricevuto sia dalla stampa che dal pubblico. Leggi un fiume d’applausi. Pronti, via e tutti con un profondo senso di vertigini grazie allo splendido The Walk 3D, capolavoro ‘tecnico’ di un regista che nel corso dei decenni ha sfidato e battuto limiti tecnologici di ogni tipo. Robert Zemeckis. La favola di un uomo visionario, di un pazzo incosciente, di un colpo criminale, di un amore tenuto in piedi da un’illusione, di un’impresa senza precedenti e di fatto irripetibile. Il sogno impossibile diventato possibile del funambolo che la mattina del 7 agosto del 1975 ‘passeggiò’ tra le Torri Gemelle, a 412 metri d’altezza, dopo aver teso un cavo tra i due grattacieli. Seduti sulla comoda poltrona di un cinema vi ritroverete improvvisamente a ‘danzare’ su una corda, provando uno straniante senso di pericolo, di terrore che si fa estasi. Perché in pace con voi stessi di fronte a cotanta bellezza. Vi sdraierete su quel fino insieme a Petit, lo sfiorerete con le dita, lo attraverserete con i piedi, assaporando la realizzazione di un sogno.

Altro titolo ed altri applausi a scena aperta dinanzi a Mustang, opera prima candidata ufficiale agli Oscar per la Francia già vista a Cannes nella sezione Un Certain Regard e incredibilmente tornato a casa senza neanche un premio di peso da poter stringere tra le mani. Una pellicola ‘sofiacoppoliana’, quella scritta e diretta dalla sorprendente giovane Deniz Gamze Ergüven, autrice di una favola nera e contemporanea ambientata in un remoto villaggio turco. Qui vivono 5 sorelle orfane tra i 12 e i 16 anni, bellissime e legate tra loro, complici, vivavi e troppo ‘moderne’ per gli standard del luogo. Un semplice bagno a mare con dei ragazzini scatena infatti uno scandalo in famiglia, tanto da portare le 5 ad un’autentica prigionia educativa che tramuterà la casa in una ‘fabbrica di spose’. Gli arcaici riti del villaggio impongono alle giovani donne regole ferree, tra castità e cieca obbedienza alla figura maschile, fino ad arrivare all’infamia dei matrimoni combinati.

A completare la tripletta perfetta, poi, è arrivato Mistress America di Noah Baumbach, delizioso indie-movie che vede generazioni differenti scontrarsi e confrontarsi, omaggiando scult anni ’80 come Fuori orario e Cercasi Susan disperatamente nell’inseguire una giovane (pazza) protagonista per le travolgenti strade della Grande Mela. Mattatrice assoluta Greta Gerwig, musa nonché compagna del regista nel 2012 già strabordante con Frances Ha e qui nuovamente anche co-sceneggiatrice. Tracy, matricola del college sbarcata a New York con l’ambizione di diventare scrittrice, non ha amici e non è mai stata troppo popolare. Tendenzialmente asociale si getta quindi tra le braccia della sconosciuta Brooke, trentenne tuttofare sua futura sorellastra. La madre della prima sta infatti per sposare il padre della seconda. Ma le due non si conoscono, se non fosse che sin dal primo incontro nella luccicante e caotica Time Square scatti qualcosa. Un’alchimia probabilmente data dall’ingombrante solitudine di entrambe, anche se strutturalmente differente. Tanto diverse eppure clamorosamente simili, Tracy e Brooke diventano improvvisamente quasi indivisibili, fino a quando il fallimento di un presunto affare le porterà lontane dalla città, tra ex ricconi mai del tutto archiviati, amiche-nemiche da ritrovare, vicini invadenti, donne incinte dimenticate dai mariti, fidanzatine gelose e vendicative e un racconto di troppo, perchè in grado di svelare con fastidiosa chiarezze verità fino a quel momento mai pronunciate. Almeno non a voce alta. Coppia che vince, vuoi o non vuoi, non si cambia. E allora come fare a non amare questa 3° collaborazione tra Baumbach e la Gerwig, compagni nella vita reale e in arrivo 5 anni dopo Lo stravagante mondo di Greenberg. Un altro cinico e divertente spaccato dei ‘newyorkesi’ di oggi, quello ideato dai due, con generazioni a confronto e donne tanto distanti dall’attrarsi inesorabilmente. Perché la strabordante, vitale, spassosa e popolare Brooke interpretata dalla meravigliosa Grewig è una fascinosa 30enne dai mille interessi, nevrotica, egocentrica e con un progetto imprenditoriale pronto a decollare. Dall’esterno, ovvero dal triste e frenato mondo della nerd Tracy (deliziosa Lola Kirke), tutto questo appare come un esempio da cavalcare per riuscire ad attraversare indenni i pericolosi incroci della Grande Mela, se non fosse che sotto la patina di donna tutto d’un pezzo la bionda Brooke nasconda una dolorosa fragilità e una conclamata capacità al fallimento, che esso sia sentimentale, sociale o professionale.

L’esplosivo rapporto tra le due non-sorelle prende così rapidamente piede, travolgendo lo spettatore con dialoghi taglienti e a tratti irresistibili, scivolando inesorabilmente nell’alleniano duro e puro grazie ad un irrefrenabile finale in cui personaggi secondari, no-sense e sotto-trame si accavallano continuamente, rubandosi la scena a ripetizione. Una storia d’amicizia al femminile, è evidente, ma non solo, tanto da portare entrambe le protagoniste ad interrogarsi sulla propria vita e sul proprio io. Da una parte i sogni infranti di una donna che non è più ragazza, e che di fatto si ritrova a guardare al futuro senza nulla di certo tra le mani; dall’altra le debolezze di una diciottenne ambiziosa ma remissiva, chiamata a darsi una scossa prima che il trascorrere del tempo le divori progetti e opportunità. Nel farle incontrare Baumbach ha dato vita ad una commedia a tratti inarrestabile, intelligente, frizzante ed energica, innegabilmente lontana dall’essere un trionfo di originalità ma vuoi o non vuoi figlia di quel cinema indipendente americano che davvero in pochi, oramai, sono in grado di fare. E lui, il 46enne Noah, è da tempo uno di loro.

Giornata interessante anche quella di oggi, pronta a partire con Ville-Marie, secondo lungometraggio di Guy Èdoin, autore di Marécages, presentato alla Settimana della critica a Venezia. Con il suo nuovo film il regista canadese racconta le vite di quattro problematici personaggi che si intersecano durante un disastroso evento a Ville-Marie in una buia notte di Montreal. Protagonista del film la nostra Monica Bellucci. Estrema curiosità lo suscita anche Angry Indian Goddesses di Pan Nalin, primo “Buddy movie” indiano al femminile. Con il suo nuovo film, Pan Nalin – inserito lo scorso anno nella prestigiosa lista di “The Better India” dei “25 indiani residenti nel mondo che hanno fatto l’orgoglio dell’India” – firma un ritratto fresco e spigliato delle donne nell’India di oggi: Frieda, una fotografa di moda, si sta per sposare e raduna le sue più care amiche per un addio al nubilato che durerà una settimana intera, in cui le ragazze metteranno alla prova il loro legame fra rotture, ricongiungimenti, sesso, passione, paura. Ben presto gli eventi prenderanno una piega diversa. E molto drammatica.

Occhio anche a Land of Mine di Martin Zandvliet, titolo che porta sul grande schermo un capitolo completamente sconosciuto della seconda guerra mondiale: la storia di un gruppo di prigionieri tedeschi, tutti giovani soldati adolescenti, che vengono deportati in Danimarca e costretti a sminare due milioni di ordigni disseminati dall’esercito nazista lungo la costa Ovest del Paese. Molto atteso Eva no duerme di Pablo Agüero, premio della Giuria a Cannes per Primera nieve che qui mostra la vera incredibile storia del corpo scomparso di Eva Perón, mai raccontata in un film: la pellicola inizia nel giorno della morte di Evita e finisce la notte in cui lei è sepolta, venticinque anni più tardi. Alle ore 21.30 presso il Teatro Studio Gianni Borgna, invece, largo a The Confessions of Thomas Quick di Brian Hill, autore di documentari andati in onda sulle più importanti emittenti del Regno Unito e in molti altri Paesi nel mondo. Il suo ultimo lavoro è la storia del più prolifico serial killer della Scandinavia che prima ha confessato 39 omicidi e poi, dopo circa 10 anni, ha improvvisamente dichiarato di non aver commesso nessuno di questi delitti, ha ritrattato tutte le sue confessioni e si è dichiarato innocente.

Omaggio imperdibile quello che andrà in scena nei confronti di uno dei più importanti cineasti dello scorso secolo, Alfred Hitchcock. Partendo dalle registrazioni originali delle interviste di François Truffaut ad Hitchcock – alla base di uno dei più importanti testi dedicati alla settima arte, “Il cinema secondo Hitchcock” – il critico e documentarista Kent Jones approfondisce la sua opera e il lascito del cineasta londinese, attraverso filmati e testimonianze di alcuni grandi del cinema mondiale. Fra questi, Martin Scorsese, Wes Anderson, James Gray, David Fincher, Kiyoshi Kurosawa, Olivier Assayas, Richard Linklater, Arnaud Desplechin, Peter Bogdanovich, Paul Schrader.

Nella sezione parallela Alice nella Città, invece, attenzione a Il bambino di vetro di Federico Cruciani, unico film italiano in concorso. Liberamente tratta dal romanzo “Figlio di Vetro” di Giacomo Cacciatore, la pellicola racconta la storia di Giovanni, dieci anni, che arriva a scoprire come può annidarsi il male dietro al concetto di famiglia. Da una parte la sua famiglia naturale, dall’altra le famiglie criminali, e il legame tra le due è più vero di quanto lui possa immaginare. Chiude la giornata, il film The New Kid, opera prima del regista francese Rudi Rosenberg, in programma alle 18.30 presso il Cinema Avorio al Pigneto. Benoit è un quattordicenne che si è appena trasferito a Parigi, e ha problemi a fare nuove amicizie all’interno della sua nuova classe. Ma dopo una festa organizzata per il suo compleanno le cose cambieranno in modo del tutto inaspettato…

[accordion content=”delude Pan, ammalia To e non sfonda Freeheld – arrivano The Walk 3D, Wes Anderson, William Friedkin e Dario Argento” title=” Roma 2015, giorno 4″]
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Domenica di freddo e pioggia alla Festa del Cinema di Roma, subito partita con l’atipico e sorprendente musical ‘finanziario’ di Johnnie To: Office 3D. Prendendo spunto dal crollo delle borse del 2009, il regista giapponese ha immaginato e costruito un’azienda miliardaria il cui è il tempo a guardare tutti dall’alto in basso. Enormi orologi pendono sulle teste di giovani impiegati ossessionati dal lavoro e costantemente attaccati ai telefonini, vivendo di fatto 3/4 della propria giornata all’interno di un gigantesco ufficio ‘open space’ in cui non esistono porte ne’ vetri divisori. Neon pop e linee verticali caratterizzano la teatrale e meraviglisoa scenografia, vera e folgorante protagonista di un’opera dall’eleganza travolgente. Brecht che incontra il Capitalismo con sottofondo musicale. Amore e odio che si intrecciano, sfrenate ambizioni e giochi di potere che si scontrano, giovani e anziani che si sfidano, corruzione e menzogne che si sommano per una critica ‘musicale’, quella del regista, alla società moderna schiacciata dalla competitività e dalla sete di denaro.

Altro film presentato nella selezione ufficiale Freeheld di Peter Sollett, storia di diritti, amore ed uguaglianza interpretata da Julianne Moore ed Ellen Page. Protagoniste Laurel Hester e Stacie Andree, due donne ‘banalmente’ innamorate che nel 2005 diedero il via ad un’epocale battaglia contro la contea di Ocean. Pluridecorata detective del New Jersey, Laurel scoprì di avere un cancro allo stato terminale e pretese che la propria pensione finisse alla compagna Stacie, se non fosse che i repubblicani funzionari della Contea, detti “freeholders” (proprietari), non le vollero riconoscere quel sacrosanto diritto. Prese così vita una corsa contro il tempo per far cambiare loro idea, appoggiando così questa donna che per oltre 20 anni aveva lottato per la giustizia altrui, chiedendo ora uguale trattamento in cambio. Una profonda ed evidente ingiustizia qui ‘soffocata’ da una regia inspiegabilmente piatta e con pochi guizzi. Perché Freeheld, dal punto di vista prettamente cinematografico, non sfonda.

Ancor più deludente, infine, Pan di Joe Wright, titolo mai lontanamente epico, completamente svuotato dai suoi significati letterari e totalmente sbilanciato in favore di un intrattenimento per bambini. Kolossal flop da 150 milioni di dollari, il film naufraga rapidamente a causa dello script di Jason Fuchs (L’era glaciale 4 e l’imminente Wonder Woman), infantile nei toni, tremendo nei dialoghi e flebile nella costruzione dei suoi personaggi. Destino che ci auguriamo a cui non andrà incontro il film più atteso di oggi, ovvero The Walk di Robert Zemeckis, che vedrà tornare Philippe Petit all’Auditorium 8 anni dopo Man on Wire, all’epoca eletto miglior documentario prima di trionfare agli Oscar. Giornata pregna d’appuntamenti, invece, per i tanto amati “Incontri Ravvicinati” con il pubblico, ad oggi sempre sold-out.

Alle ore 18, presso la Sala Petrassi, Wes Anderson e Donna Tartt, Premio Pulitzer per la narrativa con “Il cardellino”, parleranno ai presenti in sala del loro grande amore per il cinema italiano, nato con i film di Fellini, Visconti, De Sica, Germi e Pasolini. Nella stessa Petrassi, ma questa volta alle ore 20, incontro “da brivido” fra due grandi autori del cinema di genere, il premio Oscar® William Friedkin e il maestro dell’horror italiano Dario Argento. I due sveleranno le reciproche influenze, le fonti di ispirazione, i punti di contatto fra le loro opere.

Tornando ai film spazio a Les Rois du monde, primo lungometraggio di Laurent Laffargue. Il regista teatrale e attore – amante del teatro francese classico e contemporaneo e dei drammaturghi anglofoni – porta sul grande schermo una tragedia greca che presto assume i tratti del Western: a Casteljaloux, una città nel Sud Ovest della Francia, Jeannot esce di prigione con un unico pensiero, riconquistare Chantal, il grande amore della sua vita. Mentre lui scontava la sua pena, la donna è andata a vivere con il macellaio del paese. Nel cast un sorprendente Eric Cantona. Alle ore 22, presso la Sala Petrassi, occhio all’ultimo lavoro di Gianni Amelio, Registro di classe – Libro Primo 1900-1960, realizzato con Cecilia Pagliarani. Con questo documentario, i due autori realizzano un viaggio lungo un secolo utilizzando i registri di classe: insegnanti, bambini, genitori di ogni parte d’Italia raccontano la storia della scuola dell’obbligo, vissuta in prima persona tra grandi aspettative e delusioni spesso profonde.

Alle ore 21.30, presso il Teatro Studio Gianni Borgna, sarà la volta de La delgada línea amarilla, primo lungometraggio di Celso García, pluripremiato autore di cortometraggi. García porta sul grande schermo il viaggio di cinque uomini che hanno il compito di tracciare la linea mediana di una strada che unisce due città del Messico. Il viaggio cambierà il loro approccio alla vita. In collaborazione con la sezione autonoma e parallela Alice nella città, la Festa presenta alle ore 17 al Teatro Studio Gianni Borgna Une enfance di Philippe Claudel, scrittore noto per il romanzo “Les Âmes grises”, e regista di Ti amerò sempre, vincitore del Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Berlino. Con il suo nuovo film, Claudel racconta la storia di un’infanzia difficile, quella di Jimmy, un ragazzino di tredici anni che è stato costretto dalle circostanze a crescere troppo velocemente, scontrandosi con i limiti della sua piccola città, strattonato tra una madre capricciosa e superficiale e un patrigno che la tiene in pugno.

Proprio oggi, infine, prenderà vita la retrospettiva dedicata al regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Pablo Larraín, straordinario talento in grado di immaginare e realizzare un cinema unico che lo ha portato a divenire, con cinque film, uno dei più interessanti filmmaker dell’ultimo decennio. Gli appuntamenti si terranno al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, che ha prodotto l’evento in collaborazione con l’Ambasciata del Cile. Il primo film in programma, Fuga, si svolgerà alle ore 21.30.

[accordion content=”ovazioni per Room e Lo Chiamavano Jeeg Robot – arrivano Freeheld, Pan, Johnnie To e la masterclass Pixar” title=”Roma 2015, giorno 3″]
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Un sabato da urlo, quello andato quest’oggi in scena alla Festa del Cinema di Roma. Perché due film hanno accolto unanimi consensi ed ovazioni, tanto da parte del pubblico quanto della stampa. Un titolo italiano, che ha sbalordito e suscitato reazioni da stadio, ed uno canadese, che ha emozionato e convinto dopo aver già trionfato a Toronto.

Pronti, via e Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti ha terremotato l’Auditorium grazie ad un genere, il cinefumetto, qui preso, smembrato e rimontato con sorprendente capacità. Ambientato in un’Italia spaventata dagli attentati terroristici che fanno esplodere la Capitale, il film ruota attorno ad Enzo Ceccotti, burbero e solitario delinquente di Tor Bella Monaca che per sfuggire alla polizia si getta nel ‘biondo’ Tevere, finendo accidentalmente in un bidone pieno di sostanze radiattive. Uscito dall’acqua e tornato a casa il roccioso Enzo si accorge di avere una forza sovraumana, tanto da resistere ai proiettili e ad una caduta dal nono piano di un palazzo. Un dono, quello degli inattesi poteri, che l’asociale Ceccotti sfrutterà immediatamente per mettere a segno clamorosi colpi criminali, vedi bancomat sradicati a suon di pugni e camion portavalori aperti in due come scatolette di tonno. Ombroso, introverso, ossessionato dai porno, dagli yougurt e privo di amici, Enzo viene però travolto dal sincero affetto di Alessia, assolutamente convinta che proprio lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio, da lei semplicemente idolatrato. Meravigliosamente divertente, Lo chiamavano Jeeg Robot passa dai fumetti al dramma, dalla commedia nera al gangster movie, dall’action con credibili effetti speciali al trionfo citazionista, e senza mai perderci la faccia.

Altro giro, altra corsa ed altri applausi con Room di Lenny Abrahamson. Trasposizione cinematografica dell’omonimo best seller di Emma Donoghue, arrivato in Italia con il titolo ‘Stanza, letto, armadio, specchio’, Room è due film in uno, diversi nei toni e nel genere eppure legati da un amore indivisibile. Quello di una madre per un figlio e viceversa. L’amore di una donna che ha ideato un universo parallelo pur di non svelargli la tragica verità e l’amore di un bambino pronto a tutto pur di salvarla. Un rapporto d’amore fatto di necessarie menzogne e devastanti rivelazioni, sviscerate con maestria dalla sua autrice. Perché Jack è un bambino di 5 anni che non ha mai visto una strada, un cane, una macchina, un albero o anche semplicemente un altro essere umano che non sia sua madre. Jack e Ma’ vivono infatti in una Stanza di 10 metri quadrati. Lei da 7 anni, lui da sempre, essendoci nato. Impossibile uscirne, perché niente e nessuno esiste al mondo. Questo è quello che ha sempre saputo il dolce Jack, capelli lunghi come Sansone e un compleanno, quello dei 5 anni, da festeggiare con l’agognata e difficile verità da dover digerire. Perché fuori da quella Stanza c’è un mondo a lui sconosciuto a causa di un violento uomo, carceriere di entrambi.

Decisamente deludente, invece, il promettente The Whispering Star di Sion Sono, atipico scifi in b/n dal taglio retrò mbientato in un imprecisato futuro apocalittico in cui l’umanità si è drasticamente ridotta. L’80% della popolazione è formata da robot, con i pochi umani rimasti in vita sempre più specie in via d’estinzione. Machine ID 722 non è altro che un’androide ‘postino spaziale’ chiamata a viaggiare da un sistema solare all’altro per consegnare pacchi agli esseri umani, di fatto alla disperata ricerca dei rispettivi malinconici ricordi. A tratti visivamente folgorante, ricco di spunti ed esteticamente affascinante, The Whispering Star si perde malamente nel ridondante sussurio di una trama che proprio non riesce ad evolversi, ribadendo continuamente quanto già detto e già visto.

Domenica di sole ricchissima di appuntamenti quella di oggi, con un Auditorium che di fatto esploderà d’eventi. Prima mattinata con la proiezione stampa di Freeheld, film di Peter Sollett interpretato dall’attrice premio Oscar® Julienne Moore e da Ellen Page, indimenticabile Juno attesa ospite della decima edizione, che nel film veste i panni di una giovane e attraente meccanica innamorata di Laurel, poliziotta che scoprirà di avere ancora poco tempo da vivere. Insieme, in difesa del loro amore, saranno protagoniste di una lotta contro la rigidità delle istituzioni pubbliche affinché il diritto di uguaglianza venga garantito anche alle coppie omosessuali. Nell’ambito del programma degli Incontri Ravvicinati, il premio Oscar® Paolo Sorrentino incontrerà il pubblico alle ore 17.30 presso la Sala Sinopoli: il cineasta napoletano mostrerà agli spettatori le sequenze dei film che hanno segnato la sua carriera e presenterà in prima mondiale un inedito di quindici minuti: “La fortuna”, episodio da lui diretto nel film collettivo Rio, Eu te amo. In tarda serata a dir poco attesa la proiezione di Office 3D di Johnnie To, tornato a dirigere una storia ambientata nella sua Cina, uno scintillante musical che si divide tra intrighi e potere, amori e odi determinati da spietate strategie di dominio e controllo. Ora di pranzo con Pan di Joe Wright, invece, con la Cavea dell’Auditorium che si trasformerà per l’occasione nel galeone del pirata Barbanera.

Alle ore 20, in Sala Petrassi, sarà la volta di Au plus près du soleil, la pellicola diretta dal francese Yves Angelo, vincitore di tre César per la migliore fotografia di Nocturne indien, Tous les matins du monde e Germinal. Il film racconta la storia di Juliette, accusata di aver sfruttato e indotto al suicidio il suo amante, e di Sophie, giudice istruttore che interrogandola scopre che l’imputata è la madre biologica del figlio da lei adottato. In viaggio a bordo di una nave da crociera, le due donne saranno protagoniste di imprevedibili e inquietanti situazioni. Mistress America, alle 22.30 in Sala Petrassi, è la vivace commedia di Noah Baumbach.

In Teatro Studio Gianni Borgna, alle ore 17, si terrà la proiezione del film These Daughters of Mine di Kinga Dębska. La sceneggiatrice e regista di lungometraggi e documentari presentati e premiati in diversi festival internazionali, porta sullo schermo una storia sulla forza dei legami familiari in una situazione di pericolo imminente. Alle ore 21.30, sempre in Teatro Studio Gianni Borgna, sarà la volta di Distancias Cortas di Alejandro Guzman Alvarez: il protagonista è un uomo affetto da obesità cronica che vive rinchiuso nel suo appartamento sino a quando non nasce in lui il desiderio di acquistare una fotocamera: lungo la strada per raggiungere il negozio incontrerà un solitario teenager con cui stringerà un inaspettato legame di amicizia, di quelli che cambiano davvero la vita. A cent’anni dalla nascita, Frank Sinatra rimane uno dei personaggi più carismatici mai apparsi nell’industria dello spettacolo. La Festa lo omaggia alle ore 18.30 e alle ore 21.30 al MAXXI, con la proiezione dei due episodi di Sinatra All or Nothing at All firmati da Alex Gibney, il regista di Taxi to the Dark Side (presentato a Roma e vincitore del Premio Oscar® nel 2008), autore di numerosi e pluripremiati documentari. La pellicola raccoglie interviste d’archivio, ricordi di amici e parenti, filmati inediti, registrazioni poco note del famoso concerto di “addio” del 1971 a Los Angeles.

Alle ore 15 presso il Teatro Studio Gianni Borgna, infine, il pubblico potrà assistere alla masterclass con Kelsey Mann: il filmmaker, ai Pixar Animation Studios dal 2009, ha collaborato al film premio Oscar® Toy Story 3, diretto il cortometraggio Party Central, e ricoperto il ruolo di story supervisor di Monsters University. Nel corso dell’incontro, la Festa presenterà in anteprima un footage del nuovo film Disney•Pixar, Il viaggio di Arlo, diretto da Peter Sohn (Parzialmente Nuvoloso) e prodotto da Denise Ream (Cars 2), con Kelsey Mann come Story Supervisor. Il film sarà nelle sale dal 25 novembre, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

[accordion content=”convince Truth, è il giorno di Room, Belle e Sebastien 2 e Jude Law” title=”Roma 2015, giorno 2″]

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Se n’è andata via abbastanza rapidamente la prima giornata della decima edizione della Festa del Cinema di Roma, tra incontri, red carpet e proiezioni. Confermata l’immotivata e ormai storica guerra dichiarata dagli organizzatori agli ‘zainetti’, che a differenza di borse, tracolle e quant’altro non possono entrare in sala anche se assolutamente identici nei contenuti (leggi pressbook e tablet), l’ex Festival ha da subito iniziato a pagare l’assenza della Santa Cecilia, la sala più capiente dell’Auditorium Parco della Musica, con inevitabili ‘ingorghi’ tra una proiezione e l’altra alle porte dalla sala Petrassi. Pronti, via e chi si è ritrovato alle 10:54 ad uscire dalla visione di Monster Hunt, per dire, si è comunque dovuto rimettere fila per rientrare nella stessa sala alle ore 11:00, con luci che si sono immancabilmente spente con mezz’ora di ritardo causa ressa.

Problemi da ‘giorno 1’, probabilmente, che ci auguriamo possano presto finire nel dimenticatoio. Nell’attesa quattro i film film visti in giornata, partendo proprio da quel Monster Hunt sopra menzionato. Campione d’incassi in Cina con quasi 400 milioni di dollari incassati, il film Raman Hui (co-regista di Shrek Terzo) non è altro che un fantasioso e infantile film per famiglie infarcito di scene d’action ‘cappa e spada’, momenti gratuitamente musical e sketch volutamente demenziali, tra creature travestite da umani alla Men in Black e temibili cacciatori ‘cannibali’. Un mix di live action e animazione 3D in CGI pensato per ammaliare i più piccini, almeno in patria impazziti per questo dolce batuffolo dai dentini vampireschi che ride, piange, gioca, spara frutti come se fossero proiettoli e fa le puzzette.

Di tutt’altro tenore la visione di Truth, film d’esordio di James Vanderbilt trainato da una superba Cate Blanchett. Un thriller politico da inchiesta giornalistica con al centro dello ‘scandalo’ l’ondata di polemiche che nel 2004 travolsero la trasmissione ’60 minutes’, ovvero in piena campagna elettorale per la rielezione alla Casa Bianca di George W. Bush. Il cosiddetto “Rathergate”, per intenderci, che vide protagonisti la giornalista e produttrice televisiva Mary Mapes, vincitrice di due Emmy e professionalmente riconosciuta come un pezzo da novanta del settore, e il noto anchorman Dan Rather, leggenda del giornalismo televisivo d’America. Un processo all’etica giornalistica e alla tragica evoluzione a cui questa è andata incontro nel corso degli ultimi 15 anni. Vanderbilt, nel cercare la ‘verità’ dietro questa incredibile storia che ha visto pericolosamente incrociarsi potere politico e libertà d’informazione, tratteggia i lineamenti di una professione in caduta libera, quella del giornalista moderno, tanto più influenzabile e manipolabile quanto in grado di manipolare e influenzare un’opinione pubblica che sempre più tende a soffermarsi sul dito che indica la Luna. Tralasciando quest’ultima.

Pomeriggio a tinte Sundance, invece, grazie al sorprendente The Wolfpack, documentario interamente incentrato sull’incredibile storia dei fratelli Angulo, per quasi 15 anni rinchiusi in un appartamento da un padre padrone che ha vietato loro contatti esterni con il mondo per ‘salvaguardarli’ e mantenerli ‘puri’. A salvarli, letteralmente, la settima arte. Perché attraverso vhs, tv e dvd gli Angulo hanno imparato a conoscere quel mondo a loro totalmente sconosciuto, aiutandoli indirettamente a crearsene uno tutto loro. Un’ossessione, quella per la cinematografia, che li ha portati a ricreare meticolosamente i loro film preferiti, con scenografie elaborate fatte in casa e costumi di cartone. Un passatempo per sfuggire alla monotomia delle 4 mura e a quella finestra su New York da cui osservare con timore ‘gli altri’, per poi tornare a concentrarsi su quella scatola chiamata tv. Serata condita da un’anticipata stampa, infine, ovvero Belle e Sebastien – L’avventura continua, su cui non si può però dir nulla fino alle ore 13:30 di oggi, vista l’anteprima mondiale ‘ufficiale’ delle ore 12:00. Per quell’ora potrete comunque leggere su queste pagine la nostra recensione in anteprima.

2° giornata, quella di oggi, che vedrà nel pomeriggio l’atteso incontro con Jude Law. Due volte candidato all’Oscar® per le sue interpretazioni ne Il talento di Mr. Ripley e Ritorno a Cold Mountain, entrambi di Anthony Minghella, l’attore, attualmente protagonista della prima serie televisiva firmata dal premio Oscar® Paolo Sorrentino “The Young Pope”, co-produzione internazionale targata Sky, HBO e Canal, chiacchiererà con il pubblico romano in Sala Sinopoli, alle ore 18. Altro incontro pomeridiano, questa volta in Sala Petrassi alle 19:30, con Renzo Piano, padre dell’Auditorium Parco della Musica. Senatore a vita nonché personalità di spicco della cultura italiana nel mondo, Piano racconterà al pubblico come l’immaginario cinematografico dialoghi con l’architettura e del suo personale rapporto con la settima arte.

In ambito cinematografico, invece, spazio al primo film italiano inserito nella Selezione Ufficiale della Festa, Lo chiamavano Jeeg Robot, lungometraggio dell’attore e produttore cinematografico italiano Gabriele Mainetti che racconta la storia di Enzo Ceccotti, interpretato da Claudio Santamaria che, dopo aver scoperto di possedere poteri sovraumani, affronterà la sua vita da delinquente con uno spirito tutto nuovo. Serata con Junun di Paul Thomas Anderson, poi, e con l’acclamato Room di Lenny Abrahamson, thriller vincitore della 40esima edizione del Toronto Film Festival: il film racconta l’amore sconfinato tra una madre e il suo bambino, costretti ad un’esistenza intrappolata tra le mura di una stanza di dieci metri quadri. Ancora per la Selezione Ufficiale ci sarà tempo anche per Hiso Hiso Boshi di Sono Sion: la pellicola è incentrata sulla figura di Machine ID 722, l’androide che muove i passi in un mondo la cui popolazione è composta per l’80% da robot. Con il computer di bordo viaggia da un sistema solare all’altro, consegnando pacchi agli umani; uno dei suoi viaggi lo porta a “Whispering Star”, la stella dei sussurri, dove ogni rumore superiore a trenta decibel può uccidere gli abitanti.

Nell’ambito dell’omaggio a Stanley Kubrick, alle ore 18.30 presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, si terrà la proiezione di S Is For Stanley: il regista Alex Infascelli porta sul grande schermo la storia di Emilio D’Alessandro, autista personale del grande cineasta statunitense. Un’amicizia che ha attraversato trent’anni di vita. Tornando all’Auditorium, infine, occhio ai primi tre episodi di Fauda, serie tv cult di Assaf Bernstein che racconta la storia del conflitto israelo-palestinese da due punti di vista differenti. Se da una parte il comandante di un’unità israeliana sotto copertura e il suo team operano all’interno dei territori palestinesi a caccia di un’attivista, dall’altra parte della barricata si narra la tragica vita di Abu-Ahmed, della sua famiglia e delle ragioni del loro crescente odio nei confronti di Israele.

[accordion content=” via alla Festa con Truth – primo “Incontro ravvicinato” con Joel Coen e Frances McDormand” title=”Roma 2015, giorno 1″]
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Pronti, via. E’ ormai davvero tutto pronto per la decima edizione della Festa del Cinema di Roma, la prima con la direzione artistica di Antonio Monda e Piera Detassis alla guida di Fondazione Cinema per Roma. Concluso il triennio di Marco Muller, l’ex Festival è tornato Festa, si è fatto più snello, meno glamour e ancora più aperto al pubblico, unico ‘giurato’ ufficiale dell’intera manifestazione.

Ad aprire le danze capitoline sarà Truth di James Vanderbilt, opera prima dello sceneggiatore statunitense celebre per aver collaborato a The Amazing Spider-Man 1 e 2 di Marc Webb e a Zodiac di David Fincher, qui affiancato da due premi Oscar come Cate Blanchett e Robert Redford. Un film che attinge al repertorio del thriller politico e giornalistico alla stregua di Tutti gli Uomini del Presidente e The Insider, ispirato al libro “Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power” scritto dalla giornalista e produttrice televisiva Mary Mapes. Un volto, quello della Mapes, che per anni ha lavorato alla trasmissione della CBS “60 minutes” al fianco del noto anchorman Dan Rather. La pellicola narra le vicende che hanno portato al controverso caso, noto come “Rathergate”, sui presunti favoritismi ricevuti da George W. Bush per andare alla Guardia Nazionale anziché in Vietnam. Una storia non confermata che, emersa nel 2004, a due mesi dalle elezioni presidenziali americane, ha poi provocato le dimissioni di Rather e il licenziamento di Mapes, portando tutta la CBS News ad un passo dal collasso.

Ancor prima di Truth, però, proiezione stampa mattutina per Monster Hunt, film per famiglie che è entrato nella storia del cinema cinese con quasi 400 milioni di dollari d’incasso. Nel pomeriggio, invece, in sala Sinopoli andrà in scena il primo degli “Incontri ravvicinati” della Festa con protagonisti Joel Coen e Frances McDormand, marito e moglie, regista e attrice da Oscar: i due si sono conosciuti nel 1984 sul set di Blood Simple – Sangue facile, l’esordio cinematografico di Joel e del fratello Ethan. In trent’anni di matrimonio Joel e Frances hanno lavorato spesso insieme in film come Arizona Junior, Fargo, L’uomo che non c’era e Burn After Reading, per una ‘chiacchierata’ con il pubblico in cui i due approfondiranno il tema del rapporto sul set tra moglie e marito, ripercorrendo la storia di altre celebri coppie della storia del cinema. Anteprima mondiale serale, inoltre, per Belle & Sebastian 2.

La prima giornata della Festa del Cinema sarà poi dedicata al ricordo di Ingrid Bergman: per i cento anni dalla nascita, la figlia Isabella Rossellini incontrerà il pubblico alle ore 17 presso il Teatro Studio Gianni Borgna e presenterà un piccolo gioiello che vede protagonista l’indimenticabile diva svedese: l’episodio da lei interpretato, diretto da Rossellini, del film collettivo Siamo donne. Alle ore 21 al MAXXI, Isabella Rossellini proporrà inoltre agli spettatori il film del regista Jody Shapiro, di cui è interprete e autrice, Isabella Rossellini’s Green Porno Live!.

Con il via della Festa prenderanno vita anche alcune delle retrospettive curate da Mario Sesti, coordinatore artistico del comitato di selezione. Due gli appuntamenti con “Viaggio nel mondo Pixar”: alle ore 15 al Teatro Studio Gianni Borgna l’ultimo capolavoro del team creativo che ha ridefinito i confini dei film d’animazione, Inside Out di Pete Docter, preceduto dal corto Lava di James Ford Murphy. Alle ore 17, la Mazda Cinema Hall ospiterà la proiezione in 3D del primo film targato Pixar, Toy Story di John Lasseter, e del corto dello stesso autore, Tin Toy. Tre, invece, i film in programma al Cinema Trevi per la retrospettiva dedicata ad Antonio Pietrangeli, a cura di Istituto Luce Cinecittà e Centro Sperimentale di Cinematografia/Cineteca Nazionale: alle ore 17 sarà proiettato Il sole negli occhi, alle ore 19 Lo scapolo, alle ore 21 Souvenir d’Italie.

Il programma di Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema, prevede invece 3 appuntamenti: alle ore 9.30, presso la Mazda Cinema Hall, The Wolfpack di Crystal Moselle, che sarà inoltre proiettato alle ore 20.30 presso il Cinema Avorio, una delle sale storiche della Capitale, chiusa nel 2009, riaperta temporaneamente grazie alla stretta collaborazione tra Alice nella città e la proprietà del cinema. Alle ore 11 (Sala Sinopoli) sarà la volta di The Big Day di Pascal Plisson, mentre alle 22.30 presso il Cinema Avorio sarà presentata la pellicola Street Opera di Haider Rashid. Che dire di più? Facile: seguiteci, perché tutto quel che ci sarà da sapere sulla Festa di Roma lo potrete leggere su queste pagine.

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