Roma: chiusura tra una generale simpatia, ma...

Commenti positivi, dovute ad esperienze dirette, meno casino e più serenità in quello che era il Festival della destra dopo essere stato quello della sinistra… la Festa deve essere della città tutta insieme

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Volentieri sono passato alla Festa del cinema di Roma, ho visto persone note e non conosciute, ho avuto incontri di lavoro, visto alcuni miei studenti che vogliono fare o fanno cinema (auguri ragazzi, non mollate), scambiato opinioni con registi e sceneggiatori con i quali abbiamo condiviso esperienze o stiamo preparandone altre. Ho notato che non molti mi parlavano dei film presentati; sì cenni, riferimenti, citazioni, ma non un tessuto fluido e continuo capace di denotare un interesse ampio, profondo ai film, contenuti, estetiche. Del resto, Antonio Monda e chi ha lavorato con lui, ha mostrato sincerità, insieme hanno proposto il meglio che hanno trovato, non sfuggendo il problema centrale in cui il cinema vive (o sopravvive?).

Il problema centrale, a mio parere, è la produzione cinematografica non solo in Italia, ma nel mondo. I Festival dal 1932 in poi, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, si sono impadroniti del cinema; e lo facevano, spesso ancora lo fanno, per creare consenso ai poteri: il fascismo in Italia, con il nazismo alle calcagna; i festival dei paesi dell’Est, negli anni dell’Unione Sovietica; e così via.

Per tornare nel nostro Paese, in cui i festival sono numerosissimi, poteri centrali romani e regionali, cittadini, paesani, i festival stessi rispondono al gioco dei partiti, niente di male, se non si corrompe; tuttavia i malumori, i contrasti, le polemiche nel cinema (non gli spettatori) sono frutto di contrapposizioni non tanto politiche (intese come servizio culturale) ma semplicemente, mediocremente, squallidamente di partiti, divisi soprattutto nelle nomine (sono i “miei”) e sulla “uso” che la destra o la sinistra pretende di farne.

Con Monda, che vive in America, e non appartiene al generone romano, forse è possibile cambiare strada. Roma ha trattato il cinema così come tratta qualsiasi cosa, con fastidio, malvolentieri, casualmente, opportunisticamente. Il generone è trasversale, ospita vecchioni inamovibili (che talvolta sono i migliori proprio in quanto scafati) e giovani di tarda età, giovinastri, cooptati, più ansiosi di conquistare una briciola di potere (personale).

La situazione così com’è, è sostenuta dai media, giornali, tv locali e nazionale. Aveva ancora una volta ragione Fellini, che conosceva il sottobosco che lo odiava e lo sosteneva perché aveva capito tutto, e tutto metteva in berlina nella romanaccia del cinema servo, senza coscienze e prospettive.

C’è il modo, non solo speranza, di cambiare. Basta lavorare. Basta essere conseguenti ad analisi non difficile, anzi facili facili se non si mette in mezzo al generone, trasversale. Alla Festa del cinema di Roma, ci sono state partecipazioni di spicco, come quella di Wes Anderson e Donna Tartt, che hanno detto cose profonde sul cinema, sul cinema e le sue fonti di ispirazione, il cinema italiano e le sue risorse creative, estetiche con De Sica, Antonioni, Sorrentino e soprattutto Pasolini.

Ecco, serve con questo cambio d’aria di una Festa che festeggi Roma e il cinema, lasciando il generone e le sue logiche al destino di un inesorabile viale del tramonto; che trasformi l’Auditorium in una cassa di risonanza delle idee e della prove più, nel cinema che diventa sempre più grande tecnicamente mentre noi diventiamo sempre più piccoli, ininfluenti tra liti e livori.

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