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Gli spettatori sono tutti editori, i produttori sono esecutori, servono cervelli sintonizzati sull’invenzione

Le stagioni del cinema e delle tv cominciano ormai da anni negli stessi mesi, tra settembre a novembre, gli autunni lasciano cadere foglie gialle o ingiallite; il pubblico sbanda, frastornato e decide di fare da se

Due grandi massmedia soffrono e manifestano disagio, in cerca di soluzioni. Il cinema, che vive di gloria e di piccole consolazioni dei nostri giorni. Un segnale indiscutibile. L’insoddisfazione generale della mediocrità dei film e del cinema italiano, a bocca asciutta nei Festival, che per fare un caso indicativo sceglie per le candidature dell’Oscar “Non essere cattivo”, punito alla Mostra di Venezia, con la esclusione dai film in concorso. Caricando di gravose responsabilità Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, il sempre verde ingiallito Nanni Moretti.

La televisioni che tirano a campare, in silenzio, tra problemi silenziati e svolgimento nell’ordinario più ordinario: la valorizzazione dei dilettanti sempre più al vaglio degli infiniti “X Factor” e delle infinite imitazioni, il paradiso jurassic park. Come sono cambiate le cose. Il cinema e le televisioni, ai livelli degli indagatori del mercato e dei produttori, avevano bisogno di esperti per sapere orientamenti e provvedere. Era la situazione del vecchio e caro cinema approdato agli anni Duemila, che ha cercato di adattarsi nei paesi guida, America in testa, Bollywood e proposte sparse del terzo mondo oggi diventato primo. I mercati vacillano. Comandano le major che hanno occhi, portafogli, polmoni pubblicitari, capacità di fingere di cambiare, aggiornandosi; sopravvivono gli altri che si avvantaggiano dietro le mura delle lingue e costumi.

Le televisioni si accodano e cedono margini di stile e/o contenuti fiction al cinema della storia o storiona, su personaggi o fasi politiche (ricordi della seconda guerra mondiali, campi di sterminio, capi e vip politici, crisi sparse nelle zone calde, paesi arabi e affini).

I dati prevedili sono costruiti secondo queste coordinate. I successi sono sempre di rado di respiro mondiale, tranne i cartoons e la fantascienza, o il serial infinito di James Bond, agente 007. Il pubblico passa al contrattacco appeso ai telefonini, agli app, ai nuovi mezzi tecnici che si aggrappano alle mammelle dei new media, e si affacciano, entrano ed escono, dagli schermi dei computer e derivati. In particolare, qui da noi, la fatica è sovrumana. Il cinema va alla ventura e regge a tratti, si abissa ed emerge. Sognando di sfuggire al Titanic.

La televisione segue i tracciati tradizionali, con il braccio di ferro continuo tra Mediaset e Sky, in piena concorrenza sempre meno soft. La lotta è dura. Sky è sempre più disinvolta e robusta nella offerta, dalle news ai telefilm, allo sport e alla cultura. E la Rai? Sta vivendo una stagione di attesa e preparazione, con scadenza annunciata per fine anno (iniziata da prima dell’estate), in cui lo studio non solo per le nomine di capi e organici, ma la proposta di strategie e prospettive concrete, si dovrebbe concludere a fine anno. I mesi richiesti documentano la necessità di elaborare qualcosa non di affrettato o provvisorio. La questione è seria, molto seria. La fase immediatamente precedente (direttore Gubitosi) ha svolto una funzione intermedia tra un passato in netta crisi crescente e una fase nuova, tutto da studiare.

L’innovazione, la capacità di immaginare il futuro non sono mai state la forza della Rai, se non per brevi, brevissimi, periodi, dimenticati e in diversi casi dimenticabili. La Rai da tempo ha sempre meno cuore e sempre meno cervello, nell’intreccio tra una tradizione rispettabile e un servizio utile al Paese. Manca sempre da tempo una meta, un luogo dove far abitare il Paese, i suoi desideri di aggiornati ; e migliorare, correggere improvvisati percorsi, frustrati regolarmente da un cammino ordinario mai convincente tra qualità e sintonia; non con il suo pubblico abituale ma con tutto il pubblico, anche potenziale, che la Rai deve richiamare a se, uscendo da incertezze e dubbi.

Oggi il pubblico nuovo, o seminuovo, giovane e di tardi “giovani” che arrivano ai sessant’anni, è o pretende di essere “editore” di ciò che cerca, vede e giudica. Questo pubblico è “apolide”, decide da solo, sempre più liberamente, congedando i critici e gli opinion leaders, abbondantemente scartati e insignificanti. Non appartiene a nessuno. Ascolta distrattamente quel viene diffuso da tutte le fonti, procede per le fascinazioni che raccoglie come meglio può o sa. Non ci sono guru che sappiano capire e inventare. Devono cambiare i signori progettatori ma spesso non sanno o non vogliono farlo. Ecco tutto ciò riguarda di essenziale, sia il cinema, quello italiano che non sa dove andare; sia le televisioni in cui la Rai “sa” di non poter mancare all’appuntamento del cambiare e convincere, sul serio, senza tentennamenti e velleità astratte.