E' in arrivo il nuovo film di Quentin Tarantino, inseguirà Zalone?

Lungi da me proporre ipotesi sulle gare degli incassi fra Tarantino che ha “incassato” con il grande Morricone il Golden Globe, speranza per l’Oscar; e Zalone, che viaggia a piene vele verso traguardi da primato

Tarantino contro Zalone, Zalone contro Tarantino. Italiano, Zalone; italoamericano, Tarantino. Distanti le mille e mille miglia, ma mica tanto. In entrambi i casi, affiora una possibile similitudine tra i film di entrambi.

Zalone nel comico, Tarantino nel tragicomico usano una determinazione narrativa, e di regia, che li vedono in gara sullo stesso piano. Essi vogliono, e sanno piacere, come sempre accaduto anche per il nostro cinema italiano con i grandi registi (Fellini, Visconti, Rosi…) fino a quando in nome della qualità (parola astratta) si è chiesto auto, protezioni, assistenzialismo, spesso fuori posto. In America, Tarantino ha imparato a girare “non assistito” e ha scalato incassi e consensi dei critici, dei festival.

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Mi fermo qui. Il confronto avrebbe bisogno di una analisi articolata che sfugge dai reportage, per quanto pensati, che vendono proposti in queste sedi. Internet è un’arena e non c’è se non indirettamente il confronto con gli incassi. Nelle tv poi, i dati di ascolti non hanno né la verità, né il prestigio degli incassi nei cinema, sono bolle di sapone create da indefinibili famiglie; sono una stima, e come tale, poverella di indicazioni, paglia. Voglio procedere in modo diverso, proprio avendo come test “Quo vado”, quattrini a catinelle, meglio del sole. Voglio soffermarmi sul tema del film e di un suo importante precedente.

Il precedente è un film del 1961, che affronta lo stesso tema di “Quo vado”. Si chiama “Il posto” e lo realizzò, senza esiti formidabili al botteghino ma decorosi; e con giudizi generalmente positivi. Ecco il punto: il “posto”, avere il “posto”, cosa fare per conquistarlo e mantenerlo. Un tema sempre drammaticamente, sarcasticamente, frequente nel nostro pigro cinema che ama ripetersi, per non sbagliare.

Il regista era Ermanno Olmi che, con attori “presi dalla strada” per così dire, affrontò la rissa nel mondo delle scrivanie, competizioni, quadri e quadretti di comportamenti, soffoco, aria bassa, clima di ostilità, “posti” ghiotti, insoddisfacenti, stinti nella commozione. Un buon film nello stile di Olmi che non si è mai smentito: cuore in mano e cinepresa sorvegliata. Sono passati quarantacinque anni tra “Il posto” sottile e riflessivo, e “Quo vado”, in cui, come sappiamo, la via crucis moderna, è diversa rispetto all’Italia di Olmi.

Quella di Zalone, è disseminata di furbizie, piccole e medie corruzioni che assommate ricordano sono le grandi, devastanti corruzione di appena ieri, oggi e forse, ahimè, di domani. Una via crucis scontata per chi è “condannato" a percorrerla e, proprio per questo, capace di stimolare gabole per proteggersi, rilanciarsi, contare su risorse indispensabili. Risorse alla Forrest Gump di Tom Hanks, ma anche alla Alberto Sordi, splendido esemplare, cinico, impavido, in grado di far stupidità virtù.

La cosa si è consolidata. Checco è un vincitore, combatta o no, vince sempre, in un modo o nell’altro. E’ solo, affiancato dai complici della famiglia, dei parenti e degli amici acquisiti. Un trionfo dell’aurea mediocrità che gli italiani del resto sono usi a riconoscere, perché ad essa devono tutto: dalla burata all’amore, dai diritti (l’outing degli omosessuali), al cenacolo di resistenza della famiglia.

La ricetta più per sopravvivere che per vivere. Alla fine se non onesta è resa consapevole nella ostentazione, e nel senso del limito, nel paese di Mafia Capitale, capitalizzata, inesauribile, incistita; appena scalfita dall’autocritica: bisogna pur andar esistere. Ne risulta un ironico ma severo schiaffo a un paese che non sa o non vuole migliorare, vuole ma è colmo di randagi senza meta.

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