Ettore Scola e Ugo Gregoretti: una coppia di "persone serie"

Le persone serie nel cinema non mancano ma Ugo e Ettore avevano qualcosa di più, l’intelligenza e la misura

Ero amico di Ettore. Sono amico, spero ancora a lungo, di Ugo. Non solo hanno fatto bei film o una ottima tv. Come dimenticare di Ettore “C’eravamo tanto amati”, “La giornata particolare”, “La famiglia”, tutti tesi a tenere il filo del racconto di un Paese sempre incerto sul dover essere e quindi dell’essere concreto, essenziale, capace, coinvolgente. Ettore non era incerto, costruiva la certezza (relativa) in storie problematiche, satiriche, semplici e profondo.

Siamo da ieri a oggi e a domani con Ugo e con i suoi “I nuovi angeli”, “Le belle famiglie”, .e altro ancora...; o dei televisivi “Il circolo Pickwick”, “Il controfagotto”, le inchieste, le parodie di romanzi popolari; di numerosi programmi intelligenti, spiritosi, impegnati con verve a descrivere il mediocre, spesso ridicolo, modo di vivere di noi italiani; e poi il teatro, le regie, la direzione del Teatro Stabile di Torino.

Perchè ho scritto “persone serie”, come se non ce ne fossero altre. Ci sono e ci saranno ma non vivono e non riescono a contribuire a una ripresa di qualità e di inventiva. Il fatto è che dal punto di vista produttivo balbettiamo anche se azzecchiamo qualche buon colpo sul piano nazionale (troppo poco) e internazionale (discreto, non eccezionale, è il risultato nei mercati e nei riconoscimenti.

A che cosa si deve tutto questo? Penso lo si debba a una organizzazione anchilosata, restia ad abbondonare situazioni illusorie e/o velleitarie; ne sono stati responsabili i governi che si sono succeduti e i ministeri specifici in cui la lottizazione nelle scelte è stata pari a quella della Rai. La speranza che gli interventi (sovvenzioni) fossero sufficienti , ha generato scarsa creatività e ripetuto errori nel premiare finanziariamente, e posizioni di privilegio, produttori e affini che rispondevano a scelte dei partiti.

Ma c’è dell’altro. L’incapacità di legare la storia del cinema italiano ai cambiamenti veri e magari invisibili, alle esigenze del pubblico (nella sue diverse esigenze) si è rivelata permanentemente senza risposte. Troppa casualità e improvvisazione, scopiazzature sciagurate dei prodotti americani, poca inventiva, poca originalità, rassegnazione nelle storie e nelle prospettive. Certo, Sorrentino, Garrone e pochi altri, hanno inventato con coraggio e buon senso, isolati; mentre i debutti crescono velocemente ma hanno vita grama, sono “debuttanti” allo sbaraglio.

La domanda capitale: qualche buon risultato lo si deve al caso? Rispondo affermativamente, sul piano generale. E la responsabilità non è solo nella politica ma è, pesante, del mondo confuso e scombinato nella produzione complessiva e nelle scuole professionali o nelle accademie; i privati fanno poco o niente, sono marginali.

Il cinema fai da te, dei suoi funzionari, dei suoi cerchi magici, dei suoi avventurieri (ci sono e non solo pochi) domina, incontrastato. Il fatto è che Checco, bravo, grandi incassi, è in testa da solo. Troppo solo. Intorno a lui, nel deserto del poco, dovrebbero sguinzagliarsi concorrenti ambiziosi, di talento. Ettore e Ugo hanno vinto anche perchè non erano isolati, l’ambiente e gli spettatori se li sono guadagnati.

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