Dalla morte di Pasolini, la caccia al mistero non finisce, sa solo di cronaca nera?

Sono ormai molti i film sulla brutta fine di Pasolini , ma la cronaca non lascia intravedere ulteriori fatti sulla ricerca dei responsabili, verranno?

Forse arriverà il momento di fare un bilancio della produzione di film e degli innumerevoli documentari su Pasolini. Un bilancio serio però . E ci vorrà tempo. Intanto il lungo elenco si allunga, con l’uscita della “Macchinazione” di Davide Grieco che torna sul tema delle responsabilità ma che, pur con la presenza di Massimo Ranieri, non è stato preso troppo sul serio dai giornali e dai media, e circola con una certa difficoltà. Ne riparleremo. Vorrei preparare il terreno per una valutazione del cinema su PPP col racconto di qualcosa che ci porta a Pasolini e alla sua “forzata” necessità di andare a Roma, dove cominciò subito a cercare di far cinema, presentandosi a Cinecittà per offrirsi come comparsa nel 1951 per il kolossal americano “Quo Vadis?”. Un breve racconto, di viaggio.

Prendere il treno per Casarsa della Delizia è utile. Si ragiona sulla Storia, con tutte le sue storie in minuscolo. Fra molte storie, in maiuscolo, è cresciuta quella di Pier Paolo Pasolini, ragazzo in cerca di vita. In un giorno sul finire dell’ottobre 2015, monto su un treno; in realtà, di treni ce ne vogliono due, uno veloce poi la tartaruga di regione. Devo arrivare alla meta, nei giorni del lutto.

Dal lontano 1975, quarant’anni sono passati dalla tragica notte di novembre tra i Santi e i Morti, sappiamo che Pasolini non ci abbandonerà. La morte segreta non sarà spiegata né raccontata così come è andata veramente, si è archiviata da sola, nella montagna di fascicoli, carte, tante domande insolute. A Casarsa ascolterò molti amici, vedrò volti nuovi, tutte persone che non vogliono dimenticare, ricordano. Continuano a raccontare la “fortuna” del poeta-regista nel mondo, il nostro, quello occidentale; mentre nelle altre zone della globalizzazione si sa poco o nulla, briciole della vita di poeta-regista ucciso dalla avidità d’amore,di sesso, gay famoso in un rito clandestino e pericoloso, come tanti dello stesso tipo, un massacro.

Noi siamo in terre friulane, quelle della madre di Pier Paolo, Susanna Coluzzi ; tra Casarsa e Pordenone, per cercare la vita pasoliniana, le luci, le ombre, annotando documenti, relazioni, conoscenza e curiosità, scendendo nel fiume carsico del poe-
ta anche regista che è letteralmene esploso in un grande romanzo da innumerevoli capitoli di una stagione di accoglienza, attenzione, interesse e successo veri, lievito che assesta e aumenta.

Da parte mia, ho intitolato il mio intervento per un incontro di Pordenone, troppo è dire “relazione”, così: “La fortuna…il caso e la gioia”. La “fortuna” di un autore appartiene al linguaggio dei tomi, degli studi, dei dizionari letterari, pagine di carta e pagine di pellicola in cui scrupolosi, ordinati ordinatori di testi e schegge di tempo spiegano con impassibile partecipazione la necessità di resistere alla dimenticanza degli autori e delle loro opere, amate o meno amate. Archivisti della qualità.

Sta accadendo qualcosa di non previsto a quarant’anni dalla morte di Pier Paolo, dopo anni e anni di bandiere sventolate da Pasolini, che non sempre le dispiegava al vento, spesso le chiudeva nelle sue tempeste personali. Un vento nelle vene, che soffiava impetuoso, in nome della “meglio gioventù” che era il suo manipolo di piccoli eroi poetici.

Sta accadendo che cominciamo non solo ad apprezzarlo meglio e a diminuire la carica di spasmodica curiosità per i suoi segnali, cospicui, di attività, pensiero e ricerca. Eravamo e siamo interessati fino all’eccesso, nella voglia di sapere come veramente andò nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975. Ma non è tutto. C’è una esistenza, all’insegna di una “disperata vitalità”, ancora in ombra, tra speculazioni di cronaca nera e fonti di brividi da rotocalchi.

La fine di Pasolini è nutrita fino alla indigestione di inchieste, dibattimenti, scoop svuotati, ipotesi negate, sentenze una dopo l’altra a tentoni, carte bollate, fiumi di internet, strascichi di esequie. I poteri dei giornali e delle tv sono padronali, fanno bollire il ricordo. Un brontolio, sull’onda del mito del “cari agli dei coloro che muiono giovani”; ma Pasolini è morto a 53 anni e con la falce si era trovato faccia a faccia da sempre. Sta accadendo che forse cominciamo a capirlo, fuori dalle appropriazioni indebite e dagli usi istituzionali confezionati con sussiego celebrativo, d’obbligo, braccia aperte in tempi senza eroi, solo apparenze di aureole di successo, solo miti fittizi, nelle fantasie, nella realtà delle convenienze politiche che palpitano per se stesse e il loro precario destino di ceralacca. Per proiettarsi, garantirsi il domani senza congedi, il potere da tenere stretto, fino alla tomba, e oltre, ai monumenti, alle statue, alle foto da diffondere con i volantini.

Forse Pasolini sta diventando la persona “centrale” per quanti hanno imparato ad avvicinarlo o a conoscere meglio secondo una strepitosa scalata cresciuta negli anni, spontanea spinta d’orgoglio, non ambizione. Piccoli passi. Era noto in un piccolo, ristretto, cerchio di letterati e di allievi della scuola, negli anni della guerra. La famiglia lo assorbiva. Il padre militare lo teneva d’occhio come una recluta. La madre, timida, presa dal fascinoso primo genito, Pier Paolo; chiusa nel dolore per fucilazione del figlio più piccolo, Guido, partigiano, contrario all’idea di cedere una parte d’Italia, il Friuli, il Nord Est, ai compagni “titini”, vecchi e giovani comunisti della nuova Jugoslavia che non amavano una Mosca padrona ma la servivano, ambivano di allargare i confini verso il nostro Paese fascista e sconfitto.

Pier Paolo scriveva , in mezzo ai contadini della terra della madre, pagine colme di passione, quasi clandestinamente, versi e pagine che piacevano solo a critici dal prestigio sicuro, importanti e lontani, come Gianfranco Contini docente a Friburgo, che nel 1942 lodava il giovane perché aveva osato scrivere poesie in friulano, un vero e proprio scandalo positivo diceva Contini nel mare mogio della nostra letteratura nemica dei dialetti considerati non lingua.

Contini scriveva che in quel friulano commosso e drammatico viveva “l’odore irrefutabile della poesia, in una specie inconsueta…”; aggiungeva che bisognava interpretare Pasolini “non in modo dogmatico”, considerarlo come “un uomo complicato che viveva di contraddizioni” , consigliando di tenere verso di lui un’attenzione sul suo “spirito critico” .

Stiamo imparando a poco a poco, lentamente, continuando a sorseggiare tra le rivelazioni e le notizie di cronaca nera sognando in grande sulla story, anzi sul martirio del genio, un genio gay per bisogno di energia e per richiesta di affetto veloce, conservando il fondo di rapporti continui, come una speciale famiglia , il rapporto con Ninetto Davoli.

Stiamo capendo che Pasolini era un sintomo tutto intero, diviso dentro come tutti, attraverso i suoi lavori e gli articoli che saranno raccolti in “Scritti corsari”, e in libri che esplodevano di spirito critico, tra amore e rabbia, e il sogno di una cosa.

Il sintomo del bisogno di aggredire, senza servirla banalmente, retoricamente, una Italia smarrita prima e dopo la seconda guerra mondiale, sconvolta tra macerie e morti sconosciuti ai registri dell’anagrafe.

Timido, sfuggente, colmo di pulsioni, grande ambizioso ma represso il poeta che viveva di sola poesia (anche civile) e soffriva le pene dell’inferno dopo i vent’anni fascisti di voluttà e imbalsamazione eroica. Quale futuro per un’Italia lacerata anche da una cruente guerra tra italiani nel periodo della Repubblica di Salò, dal settembre 1943 all’aprile del 1945? Quale destino da creare e da attendere, tra con una carriera modesta da professore fra i ragazzi contadini, la politica stordita dalla guerra e dallo choc delle soluzioni solo improvvisate, tra usignoli della chiesa cattolica e la fede del “sogno di una cosa” (il titolo di un romanzo di Pasolini) da scoprire alla luce del dilagante marxismo e le ombre del compromesso democristiano , le parole cariche di emozione dal tavolo di una piccola sezione del Pci, gli articoli sulle pagine del quotidiano rosso, tra vive attese e dedizioni. E intorno a tutto questo i sospiri d’amore per i ragazzi più rassicuranti delle ragazze traumatizzate dalle famiglie e dal parroco; la poesia come disperata e amata consolazione, sulla scia dei letterati giovani che avevano creduto nel Risorgimento e nell’Italia più sentimento che ragione, più foscoliana retorica della morte finita nell’inno di Mameli.

Il nuovo “romanzo” di Pasolini si sta costruendo , al di là delle carte e dei film che aumentano, uno dopo l’altro, secondo un inseguimento senza soste, nello sperpero di creatività volenterose, generose, gentile, commosse, ed è già tanto; ma lontane, provvisorie, annichilite, creatività pennelli, penne, cineprese, tutti racconti molto laconici e imbarazzati.

Grazie al cinema, Pasolini è il problema “centrale” del nostro Paese ma solo lo sfiora, dopo essere stato diviso tra ostilità e accettazione, tra sospetto e devozione, tra odio e cinismo che invoca l’effetto della morte che a poco a poco cancella le persone mentre si appassiscono le epigrafi sulle tombe. Secondo pensieri affiorano, come ho cercato di fare, seguendo i più diversi percorsi, compresi quelli di amicizia.

Pier Paolo Pasolini credeva di vivere in Italia, ma viveva altrove. Nel Paese che cominciava a non essere più lo stesso. Un Paese che si dissolveva a poco a poco, sotto gli occhi di tutti, occhi spesso ciechi, senza voglia di vedere.

Il giovane poeta lo sapeva, una grande sensibilità gli permetteva di andare veloce.
Si stava preparando qualcosa di decisivo che accadrà dopo la vittoria degli Alleati allineati dietro la bandiera a stelle degli americani, dei marines che si spartivano l’ingresso nelle città della Liberazione con inglesi, polacchi, mentre rombavano nel trionfo storico i camion dei partigiani italiani. Gli inni lasciavano contemporaneamente spazi agli ottoni di Glenn Miller, sinuosi e potenti. Dilatati dal cinema.

Miller morirà cadendo con un aereo nell’oceano e la sua splendente musica si farà da parte, subito sostituita dal rock and roll, invadente e prepotente. Forte iniezione nelle vene dei ragazzi. Il tempo incalzava pressante.

Voglia di altra musica, voglia di vivere. La grande maggioranza dei giovani guardava ad occhi spalancati verso Hollywood che era uscita dall’invisibile prigione dei divieti censori politico- militari dei nazisti e fascisti.

I suoi film spedivano il senso di una rivincita, l’urlo di un sentimento di libertà e di fine della paura. Arrivavano i giorni dell’ amore dopo i giorni dell’odio. I divi e gli amori, formula della felicità, che tardavano a sopravvivere a Cinecittà occupata dai senza tetto e dai profughi. Scelte nuovi, kolossal gradassi, miti e leggende: “Quo Vadis? (1951)

Pasolini era uno spettatore come tanti altri; dedicò in “Amado mio”, righe più che affettuose, tenere, di desiderio, a Rita Hayworth che era bellissima: Gilda, nel film omonimo del 1946, uscito in Italia più tardi in cinema rapidamente restaurati, rossi capelli in bianco e nero, striptease totale, un guanto dopo l’altro.

Il poeta aveva vent’ anni e vibrava davanti allo schermo. Quella volta e tante altre, anche se i brividi li accenderanno per sempre i giovani delle campagne e, quando si trasferì dal Friuli, delle borgate romane e del mondo, grazie ai viaggi venuti dopo il successo come regista in Africa e Asia, con i nuovi amici del grand tour con Alberto Moravia e di Dacia Maraini.

Meravigliosi anni Cinquanta. Un’altra epoca. Potenti calamite via film e tv. Sul filo di una curiosità e dei fuochi d’artificio esplosi nei cieli e nei cuori dei ragazzi. Voglia di ogni felicità, incendi di passione; esaltazioni malinconiche di promesse di feste e di consumu.

Arriveranno i ragazzi del Sud per approdare nelle fabbriche del Nord, una folla di occhi sgranati che scendevano dai treni dalla Sicila alle città sotto le Alpi. Più tardi sogneranno California. Erano le generazioni che reintegravano i vuoti dei caduti nelle battaglie e in campi di sterminio e di concentramento. Trovarono un’identità, un identik sorprendente che si rovesciava su di loro a causa di un’offensiva pacifica un entertainement, vita e spettacolo, incesto travolgente, fraternamente erotico.

La storia cambiò passo. Forniva gli archivi del cinema e poi della tv; e costruiva un presente imbevuto di futuro, labile, pronto a cedere. Giorni in parte prefabbricati da stupendi film e in parte ripresi dalle nuove generazioni per vestirsi alla moda, secondo allucinazioni, il cui piacere era dolce come il piattino di latte per i gattini.

I giorni fantastici di una realtà ghiotta: desideri promessi, accolti. Pasolini aveva un’educazione seria, sofferta. Era stato bambino e ragazzo. Fu randagio Pier Paolo, seguendo le orme del padre ufficiale dell’esercito, tra la nascita a Bologna, Parma e Reggio Emilia, Cremona, Conegliano; poi Pordenone e Casarsa della Delizia, nel Friuli.

Girava l’Italia e amava la poesia, amava la madre intellettuale e riservata, soffriva col fratello minore Guido le liti di Susanna col marito Carlo Alberto, appartenente al ramo secondario di una nobile famiglia. Abitò in senso familiare e psicologico nel Friuli, scrivendo poesie nella sua lingua dialetto, della terra di sua madre. Il cognome, Colussi, secondo quando si sapeva, sarebbe coinvolto nella fondazione di Casarsa della Delizia, il borgo , da cui Pasolini partì per Roma, nel 1950, un anno importante. Era un anno che, nella storia di Pasolini, coincise con lo scenario globale di fatti e di intrecci.

Accadde un fatto che lo stesso Pasolini trattò in modo molto indiretto, quasi evasivo, come sottolinea Walter Siti, autore dei volumi sull’opera e la vita del poeta-regista, nei Meridiani pubblicati da Mondadori. Un’accusa che cambiò in fretta, imprevedibilmente, il suo percorso di poeta, artista, uomo. Un fatto avvenne quando il clima del dopoguerra, con la Liberazione, stava creando una situazione nuova, a cui gli italiani non erano abituati. In gran massa erano stati fascisti affascinati da bonifiche, dapolavorismo, impero, Cinecittà. La Resistenza fu opera di minoranze. I partiti ritrovavano esistenza e intendevano sostituire la dittatura con la democrazia,un compito immane dopo vent’anni regime, e molti di essi erano impreparati.

Pasolini, prima della fine della guerra, prima della Resistenza, scrisse articoli per Architrave, la rivista Gruppo universitario fascista (Guf) e fu redattore de Il Setaccio, la rivista italiana del Littorio (Gil); e il suo potenziale antifascismo fu tutto culturale, insofferenza per la chiusura e le censure del regime. Non solo allora un giovane era prigioniero di uno stile e di una organizzazione corrispondenti a uno statalismo ideologico.

Nel febbraio del 1945 il fratello di Pier Paolo, Guido, che partigiano era andato a combattere nella brigata Osoppo del Partito d’Azione, fu ucciso per contrasti politici dai partigiani garibaldini che auspicavano l’adesione del Friuli alla Jugoslavia di Tito.

Era il nero periodo delle foibe in cui furono gettati decine e decine di dissidenti, di italiani, di malcapitati. Due anni dopo, Pasolini decise di iscriversi al Partito comunista, partecipò attivamente alle sue iniziative, come la compagna elettorale del 1948 e le manifestazioni della Camera del lavoro per l’applicazione del lodo De Gasperi (risarcimento dei danni di guerra ai contadini e obblighi della loro organizzazioni).

L’impegno politico produsse un cambiamento nella sua produzione letteraria : mentre fino a quel momento aveva affrontato la narrativa da un punto di vista lirico e autobiografico, nel 1947 mise in cantiere l’ambizioso progetto di romanzo sociale, che doveva intitolarsi La meglio gioventù e che aveva al suo centro un prete, don Paolo, destinato a morire per salvare dalla polizia il fratello di un ragazzo di cui è innamorato. Il romanzo fu poi pubblicato, molto tagliato e ridotto nelle ambizioni, nel 1962 con il titolo Il sogno di una cosa.

Sa di campagna questo racconto che propone una svolta personale, forte, e soprattutto decisiva. Ma, a rileggerlo, il “sogno” non esiste e non esiste neanche la “cosa”, ovvero un meta o semplicemente uno “sperare” o un “battersi” dopo la fine ingloriosa delle parole d’ordine del regime “credere, obbedire, combattere”.

Non fu un caso che il libro concepito e scritto fra il 1948 e 1949, quindi prima di “Ragazzi di vita” e di “Una vita violenta”, anni Cinquanta, viene pubblicato solo nel nel 1962. E si capisce perché. I tre ragazzo friuliani protagonisti vivono la loro breve giovinezza e affrontano il mondo: la miseria delle origini, la fuga in Jugoslavia, le lotte contadine, l’emigrazione, ma anche l’amicizia, l’amore, la solidarietà. Si comincia con l’ebrezza di una festa, sensualità, vino, si finisce con la tristezza di una morte: la “meglio gioventù” è già conclusa.

Sono proprio i giorni del “Sogno di una cosa”- cosa potente, cosa di desiderio, cosa destinata a tramontare- che corrispondono a una svolta, e forse alla decisione di rimandare la pubblicazione del libro. Un libro morbido, colmo di sentimenti e crudo. Massacrato dalla spietata profezia di un vecchio, una campana che sembra venire dal domani, musica di esperienze amare, orizzonti…

Il vecchio dice ai ragazzi: “Io ho girato il mondo, tutte le Americhe e tutte le Germanie quando avevo la vostra età”. Gridava, con una faccia ridente, gonfia, rossa come il fuoco. “E cosa ci avete ricavato?”, chiesero i ragazzi. “Un calcio in culo…Voi giovani siete dei minchioni. Cosa state a fare in Italia! L’Italia! Ah, via, via! Potrete girare tutto il mondo ma porcherie non le troverete mai. L’italiano è un ladro. Se può fregarti ti frega in tutti i modi. E i poveri peggio dei ricchi…Via da, via, gioventù, via all’estero!”.

Il vecchio continua a inveire, con le sue parole che scottavano. Parole che Pasolini aveva sentito e che aveva il pudore di metterle in circolazione, e infatti tornarono in un libro che uscirà ben dodici anni dopo, dissepolte e ancora più tragiche, con la loro forte, lunga eco.

Il Pasolini giovane di “Storia di una cosa” era negli anni del fatto che cambiò la sua vita. Un’accusa lo portò a fuggire da Casarsa, dal piccolo paese, la campagna, la terra della madre Susanna. Ancora ci interroghiamo: cosa era veramente accaduto; perché, e come, l’accusa e le conseguenze, cambiarono la disperata voglia di vivere, e non di sopravvivere, di un giovane di ventisette anni Pasolini che ventisei anni dopo troverà la morte sulla spiaggia di Ostia?

L’ho capito soltanto quando ho sentito l’odore. Un odore di campagna che suggerì sensazioni, pensieri, forse allucinazioni, in un ambiente piccolo, raccolto, seminato nei campi e stalle. In un giorno qualunque, nei primi anni del Duemila.
Ho sentito l’odore della campagna e l’avevo riconosciuto, con le mie narici di città. In un primo momento l’avevo scambiato per una puzza. Mi trovavo a Casarsa in auto, mentre stavo raggiungendo in compagnia di una cara amica un posto che doveva essere una chiesetta e si rivelò più grande di una cassaforte. Qualcosa d’importante, su cui torno volentieri.

Vi accennai il giorno in cui, grazie al convegno tra Casarsa e Pordenone, trovando un pubblico di giovani e di giovani davanti a noi, venuti da fuori, a ricordare, anzi a presentare la storia di Pasolini, anzi la sua “Fortuna” di scrittore, regista, uomo di grande cultura. Cosa raccontare a ragazzi che sentono parlare molto di Pasolini ma da lontano, molto lontano? I ragazzi di oggi a cui parlano, quando le conoscono, le poesie struggenti di “disperata vitalità”, che tutto quanto intoro al poeta-regista rischia d resistere soprattutto perché fa scandalo?

Decisi che dovevo dimostrare la “fortuna” di Pasolini senza maiuscole, che cresce e si allontana dalle atmosfere di scandalo in cui non di rado affiora il senno della piccola, tremenda piccola borghesia.volgare; ovvero, quel che gli è capitato, se lo è andato a cercare. Raccontai il viaggio, per andare oltre. Nel transito in auto, l’odore di campagna mi entrava in testa; non se andava, profumo del passato con i suoi sintomi e vapori.

L’aria invasa dagli effluvi dei concimi naturali. Blocchi di paglia umida, là dove c’erano una volta i covoni. Ordinati cascinali, stalle di mucche, pulite, là dove c’erano una volta, poco lontano, i letti di fieno per ogni tipo amore. Odori di merda e di sesso, che a poco a poco cominciai a perdere.

Nostalgie appese al ricordo di terre poco conosciute, vissute a singhiozzi. Il respiro del dopoguerra rimasta semicongelata in una periferia di una città del nord, in cui sono nato, Milano. Il breve viaggio da Casarsa stava per concludersi. La chiesetta era ormai a portata di occhi, tra i campi e i nudi filari di vite, era piccola , davvero; una chiazza grigia col tetto di coppi consumati e colorati di neve sporco, fessure stantie.

Volevamo visitarla. L’amica fermò il motore e andò a prendere la chiave dal contadino che era già lì richiamato dal rumore del veicolo. Eccola, la chiesetta. Il suo interno. Pareti con affreschi nel vuoto grigio, resti degli affreschi che erano. Ma non furono loro a toccarmi, a provocarmi.

Fu una fotografia vicino alla porta. Una vecchia foto. Gli studentelli di Pier Paolo Pasolini accanto al professore dallo sguardo serio, abito stirato, con camicia e cravatta. Impeccabili. Indimenticabili. Esemplari. Simboli della compostezza in un Paese che, con il tempo, fino all’oggi che abbiamo visto scomporsi.

Una foto commovente. Ecco, da qui, dalla foto, negli anni, è nato per me il bisogno d tornare a Pasolini e alla sua storia, cercando ancora i segreti in una vita violenta, e poetica, in cui la violenza è accanimento contro Pier Paolo.

Nel Paese dei processi interminabili, delle archiviazioni, dei fatti spesso mai bene accertati, la brama di un sorta di impossibile “resurrezione” può non derivare dalla ricerca del vero, ma il proseguimento di una allucinazione che sembra senza fine.Far “sopravvivere” solo il corpo straziato nella squallida spiaggi di Ostia. Cosa me lo fa credere?

Il punto di partenza alla domanda è la domanda: cosa me lo fa credere? Lo si trova alla porta degli anni Cinquanta. In un giorno qualsiasi. Un giorno del settembre 1949, quando durante una festa, ricorda Siti, il professor Pasolini si appartò con due ragazzini.

L’interesse per i giovani contadini, continua Siti, era sempre stato sessuale oltre che linguistico, la ricerca del friulano parlato. Le gite in bicicletta e le sagre erano i luoghi privilegiati.

Durante una festa, Pasolini si appartò con due ragazzini, ma il giorno dopo a uno dei ragazzi scappò qualche parola di troppo, qualcuno udì e informò i carabinieri. Il professore, il segretario della sezione del Pci, fu denunciato per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico.

Il processo finì poi con il ritiro delle querele di parte e con l’assoluzione per una insufficienza di prove. Le porte del tribunale chiusero il fatto nella sentenza. Ma intanto scattava lo scandalo. L’espulsione dal Pci e la sospensione dalla scuola. Reazioni che organizzarono automaticamente gli orizzonti diversi del professore che con i suoi studenti aveva restaurato gli affreschi religiosi, consunti, nella chiesa di campagna.

Accadde la svolta. Il padre di Pier Paolo, tornato dalla prigionia depresso, non resse alla situazione, alla vergogna, reagì chiudendosi in casa, odiando il figlio, lasciandolo all’amore misericordioso della madre Susanna. La coppia partì per Roma. Lei gli fu ancella e perno di sentimenti. Lui le si dedicò appassionatamente, dolorosamente, conservando sempre nelle case in cui abitarono il lettino da solitario,tornando a tarda ora dopo le incursioni amorose, tra i libri, in una una cella monacale. Cercava di rimuovere la memoria dei giorni della festa campestre e le sue conseguenze penose.

Lo dimostrano i pochi accenni alla faccenda: alcune poesie, il romanzo Il disprezzo della provincia, pubblicati postumi. Siti trova strano che l’episodio più romanzesco di tutta la sua vita non abbia mai trovato, nella sterminata produzione pasoliniana, un momento di piena espressione.

A Casarsa nacque un tormento senza fine. Una impossibile fuga. A Roma, cominciò la rimozione passo passo, con la ripresa del lavoro nella scuola nelle borgate come Ponte Mammolo o a Ciampino, piccolo centro, in una zona sempre più affollata di case e abitanti, della cintura della capitale, a poca distanza da Cinecittà.

Cinecittà. Tornavano i film, dopo la chiusura del periodo bellico, dopo la Liberazione. Nel 194 8 il kolossal Fabiola di Alessadro Blasetti, coprodotto con la Francia; e “Cuore” con Vittorio De Sica, nel ruolo del maestro Edoardo Perboni.
Arrivarono le commedie: la breve serie di “Pane, amore e fantasia”, l’altra che cominciò con “Poveri ma belli”. Ma arrivarono soprattutto i kolossal ricchi, ad argomento storico-mitologico come furono chiamati; cominciò la lunga Hollywood sul Tevere, con grandi divi e una pioggia di dollari.

Pasolini scelse il cinema. Propose di fare qualunque cosa a Cinecittà, come ho già ricordato addirittura la comparsa in “Quo Vadis?”, nell’anno del debutto di Sofia Scicolone, poi Sophia Loren.

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Ebbe successo, l’ex maestro e professore abbandonò la scuola e divenne un brillante sceneggiatore e poi regista dal 1960. Cercò storie e ispirazioni con pazienza e coraggio nelle borgate che rubavano terra alle campagne. Visse con loro. Visse la mondanità senza appartenenza. Inventò Accattone e fece della mondina Silvano Mangano, una borghese ricca,raffinata; e di Maria Callas, voleva che fosse fotografata mentre baciava sulla bocca l’amato Pier Paolo che le aveva regalato un prezioso anello, forse di fidanzamento.

Visse, comprese molta della “realtà come poesia” non più tra più i contadini friulani ma tra i ragazzi senza radici tra campagna e città, tra le baracche, i bagni nel Tevere che cominciava a sporcarsi, giovani, molto giovani, in cerca di vivere invece che sopravvivere. Erano, diventeranno,“ i ragazzi di vita”, protagonisti dei primi romanzi romani di Pasolini.

Roma anticipava “Vivere e morire, a Los Angeles “ (1985). William Friedkin, regista, racconta una storia nella leggendaria capitale della California, terra di sole e di delitti, sale da gioco e donne favolose. Willem Dafoe (che interpreterà Pasolini nel film di Abel Ferrara), John Turturro, Dean Stokwell: due poliziotti hanno il compito di incastrare uno spietato pittore falsario, oltrepassano i confini della legge, rubano dollari veri per comprare i suoi dollari falsi. La ronde del crimine tra leggi e delitti

Roma anticipava il James Franco di “In stato di ebbrezza” e “Il manifesto degli attori anonimi”. Storie globali. Gangster. Fanatici kamikaze. Sangue e sanguinari che viaggiano o stanno per decollare. Los Angeles come Roma, oggi Roma come Los Angeles. Droga e corruzione. Morti abbandonati sulle spiagge.

Personaggi veri e inventati. Omicidi, alcool, droga, sesso a pagamento, poco sesso per amore, amor platonico, recitazione, finzione, realtà. Le parole d’ordine sono “Fare è lo specchio in cui vediamo noi stessi”. Roma. Mafia capitale. E’ stata una febbre che si è nutrita di dolori sinceri, speculazioni ripetute, domande senza risparmio che hanno tenuto in vita l’unica cosa che meno serviva ma che non era, com’è stato dimostrato nei fatti, una banale “disperata vitalità”, solo una epigrafe.

Sono parole profonde di una poesia di Pier Paolo Pasolini tratta dal poema “Poesia in forma di rosa”, parole sventolate come una bandiera, diventate il titolo di uno spettacolo di Laura Betti, attrice, amica fedele, innamorata di Pasolini, interprete delle sue canzoni eseguite in vari festival e di “Orgia”, un testo ispido e intenso andato in scena in un teatro della periferia di Torino; oltre che di film come “Teorema”, scandalo alla Mostra del cinema del 1968: un giovane misterioso seduce e distrugge l’ordine di una famiglia della ricca borghesia.

Nel 1996 lo spettacolo di Laura Betti , intitolato come lo spettacolo “Una disperata vitalirà”, è diventato un film, per la tv , realizzato da Mario Martone, un regista capace di intuire fino in fondo i segreti intimi, velati, irresistibili, veri, di un autore, Pasolini, che seguiva l’impulso di dichiararsi, sempre.

Diceva Pasolini: “La morte non è nel non poter comunicare ma nel non essere più compresi”. Infatti, il poeta-regista continua a non essere compreso. Aveva osato e nessuno osa andare oltre l’assassinio e la fedina penale, diario della perversità.
La Betti erano giovane e bella quando dava la gioia e la riceveva dalla compagnia di un uomo che sapeva di non poter amare, toccare, intrecciarsi a lui. Stavano bene insieme. Sempre Via Veneto era per loro, narcisisti senza complessi,negli anni della “Dolce vita” felliniana, la fugace passarella di una gioia uscita dalle nebbie del Nord, confusa e ricattata da Cinecittà e dai suoi falsi storici, italiani e soprattutto americani, come dimostra Pasolini regista in “La ricotta”, girata nel 1963 sui set di un kolossal-parodia.

Pasolini aveva avuto una “disperata” esistenza in due parti di vita, nettamente divise dalla fuga di Casarsa; si dedica nei suoi versi, nella sua opera a renderne ragione, persino ad accusarsi, a gemere dolcemente. Ma ebbe anche, prima quasi sepolta e dolente nelle nebbie, la “vitalità” che lo salvò, a Roma, e lo ha salvato per sempre.

Pasolini era un ossimoro, “ghiaccio bollente” come viene esemplificata la parola. Era ed è ossimoro. C’era la “disperazione”,il compiacimento di possederla senza dubbi o nascondimenti; e la “vitalità”, salute strepitosa, irruente e instancabile voglia di fare e di essere, di godere, ricavarne forza. Per accendete e chiudere il “ghiaccio bollente”. Pasolini ossimoro, uomo di ieri e di domani. E il cinema, più che la letteratura ce lo mostra.

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