Film horror e gli effetti bizzarri sul nostro cervello

Uno studio ci spiega come il nostro cervello interagisce con un film horror.

Quando ci si siede a guardare un film si ha la consapevolezza che ciò che si sta guardando non è reale. Eppure a volte, un particolare film, ci trasmette un tale senso di ansia e di tensione che alla fine saltiamo sul divano come se ciò che stessimo guardando fosse reale.

Questo è un effetto potente e galvanizzante che coinvolge quella misteriosa e meravigliosa macchina che è il nostro cervello che reagisce di volta in volta con reazioni reali ad input "fittizi" trasmessi da immagini e suoni di un film.

Michael Grabowski, un associato docente di comunicazione al Manhattan college e autore del libro di testo "Neuroscience and Media: New Understandings and Representations" ci spiega questa reazione ad una scena horror.

Di solito quando si sta guardando qualcosa tendiamo a spegnere le regioni motorie del cervello, eppure quegli stimoli [forniti da una scena scioccante] sono così forti che superano l'inibizione del sistema motorio.

Saltiamo o urliamo perché un film bypassa il nostro stato di calma stimolando e attingendo ad un istinto primordiale, che è quello di reagire immediatamente per proteggere noi stessi e mettere in guardia gli altri, questo prima di prendere tempo per elaborare quello che ci ha spaventato.

L'urlo è un modo per avvisare gli altri nel proprio gruppo sociale e spaventare eventuali aggressori.

Il background di Grabowski è nel cinema, ma la sua ricerca ora si concentra su un settore emergente chiamato "neurocinematics", che si concentra sul rapporto tra la mente e l'esperienza cinematografica.

Mentre i registi sono stati in grado di evocare risposte emotive negli spettatori per più di un secolo, è solo ora che le neuroscienza moderna ci può mostrare ciò che realmente accade nel cervello di qualcuno.

Questo va oltre i film horror. Pensate all'ultima volta che avete provato un'emozione così forte durante la visione di un film da portarvi alle lacrime. Pur sapendo che un film non è reale, si percepisce come reale l'emozione che trasmette.

Uri Hasson, un ricercatore e professore all'Università di Princeton i cui campi di studio sono la neuroscienza e la psicologia, è colui che ha iniziato questo studio e che per primo ha coniato il termine "neurocinematics", scoprendo che le persone che guardano qualcosa di spaventoso o che trasmette tensione tendono ad avere risposte particolarmente simili nel loro cervello.

Per il momento questa intuizione aiuta a capire in gran parte ciò che la paura trasmette nel cervello, ma alcuni ricercatori pensano che il cinema moderno, con una comprensione aggiornata delle neuroscienze e della psicologia, in realtà rispetto al passato è meglio in grado di attingere alle emozioni dello spettatore.

A conferma di ciò c'è uno studio olandese sui media della professoressa Patricia Pisters che ha esposto in un saggio per il sito Aeon dal titolo "Neurothriller".

Nei thriller contemporanei lo spettatore ha poche informazioni come i personaggi e viene immediatamente coinvolto emotivamente e in maniera viscerale dai protagonisti. Come spettatori sperimentiamo un mondo sempre più "reale / fittizio" e abbiamo accesso diretto al dramma dai meccanismi neurali delle emozioni. Noi saliamo su una montagna russa neuronale che finirà per rivelarci la storia.

In futuro dice Grabowski sarà possibile per i registi utilizzare spunti ancora più precisi per stimolare direttamente certe emozioni, per controllare con maggiore precisione quando il loro pubblico salterà dallo spavento e ciò che proverà.

Quando si combinano con tecnologie potenti come la realtà virtuale, cosa che rende ancora più difficile per noi discernere la realtà dalla finzione, le possibilità sono affascinanti e anche un po' inquietanti.

E' come il sogno di Alfred Hitchcock che la Pisters cita nel suo saggio, citato a sua volta dalla biografia del regista scritta da Donald Spoto ("The Dark Side Of Genius: The Life Of Alfred Hitchcock"). Hitchcock parlando con lo sceneggiatore Ernest Lehman si riferisce al pubblico come un gigantesco strumento musicale da accordare e suonare.

Il pubblico è come un organo gigante che io e te stiamo suonando. Ad un certo momento suoniamo questa nota e otteniamo questa reazione e poi suoniamo quella corda e loro reagiscono. Un giorno non avremo nemmeno bisogno di fare un film, ci saranno elettrodi impiantati nel loro cervello come nel nostro e basterà premere diversi tasti e tutti esclameranno 'oooh' e 'aaah' e noi li spaventeremo e li faremo ridere a comando. Non sarebbe meraviglioso?

 

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Fonte: Business Insider

 

 

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