Venezia 64: Infamous giorno 3

Redacted – Brian De Palma (concorso) Si potrebbe parlare per ore della guerra in Iraq e della storia (partendo da fatti veri) che De Palma ci costruisce sopra, ma quando si vede un De Palma non bisogna mai scordarci che la prima cosa che ci deve interessare sono le immagini, è da li che si

Redacted – Brian De Palma (concorso)
Si potrebbe parlare per ore della guerra in Iraq e della storia (partendo da fatti veri) che De Palma ci costruisce sopra, ma quando si vede un De Palma non bisogna mai scordarci che la prima cosa che ci deve interessare sono le immagini, è da li che si parte ed è li che si arriva. Anche qui, come in tutta la sua filmografia, si riflette essenzialmente sulla rappresentazione, sul suo significato e sui suoi modi, il resto è uno “spiacevole” effetto collaterale.

Aldilà di aver rappresentato (c’è chi dice in modo stereotipato, io dico neutro) la milizia americana in Iraq e i suoi modi di fare, quella di De Palma è senza dubbio la prima rappresentazione al cinema di come vediamo la guerra oggi: non più le lucine verdi della prima guerra del golfo o di quella nei balcani, ma i video digitali dei soldati (di entrambe le fazioni) messi su internet e i reportage più o meno faziosi trasmessi dalle tv.

Quello che De Palma fa è costruire una finzione rielaborando quel materiale, utilizzando il digitale più pulito e perfetto che si sia mai visto (anche all’eccesso) intrecciando nella diegesi pagine simil youtube a finti blog e alle immagini semiamatoriali del soldato che sogna di fare il regista e di un reportage “progressista” di una troupe francese. Il tutto senza voler creare drammatizzazione, l’unico scopo sembra (sembra) null’altro che mostrarci come oggi vediamo la guerra (anche qui dall’una e dall’altra parte della barricata: mostrando come la guerra mediatica venga combattuta alla pari, tutt’altro rispetto all’asimmetria del conflitto reale).

Ho sentito accusare il film di voler in tutti i modi colpire lo spettatore e di farlo impietosire (di cosa poi non lo so) ma se ci si ferma a riflettere, e si scardina il gioco mediatico a cui De Palma ci costringe, si inizia scoprire che dietro a quelle ultime foto con i morti veri (e una ragazza stuprata e bruciata nella fiction) e la musica ridondante, dietro a quel soldato che tornato a casa piange e racconta una storia strappalacrime, non c’è la volontà di farci commuovere e farci tornare a dire quanto brutta la guerra sia (non c’è certo bisogno di De Palma per questo) ma quello di ribadire che l’immagine mente sempre (come dice uno dei soldati) e che per sua natura è manipolabile, interpretabile, alla mercé del filmaker (della grossa produzione come di chi posta la propria faccia su youtube) e di chi ci mette le mani sopra.
Mai fidarsi delle immagini: mai farlo al cinema, figuriamoci di quelle di una guerra.

The Speed of Life – Ed Radtke (giornate degli autori)
Stavano parlando tutti benissimo di questo film che alla fine ho ceduto e sono andato a vederlo pur non avendo molta voglia. Effettivamente è un buon film, ambientato in una New York che sembra un paese, quattro ragazzini rubano telecamere ai turisti più per divertimento e per vedere le immagini degli altri che per bisogno economico. Un film corale dove le storie dei vari personaggi corrono parallele ai loro problemi e alla ricerca di un’impossibile soluzione. Più interessante a livello formale che narrativo/drammatico, visto che da metà film in poi il film diventa effettivamente un po’ troppo consolatorio e buonista per essere efficace. Rimane però uno sguardo indie che ricorda vagamente il Jarmush di Ghost Dog e che comunque rimane lontanto dalle usuali immagini americane, ma un po’ troppo facilone.

Nessuna qualità agli eroi – Paolo Franchi (concorso
Il cinema Italiano riesce sempre ad essere imbarazzante come pochi, io mi ero già accorto della truffa già dalla terza inquadratura, ho resistito un dieci venti munti, poi ho inaugurato (a quanto mi dicono) la lunga fuga di pubblico dalla sala e sembra che mi sono risparmiato un pessimo film, provinciale e borioso come pochi (e di questo me ne ero accorto anche senza vederlo tutto). A fine proiezione sembra non ci sia stato nemmeno un applauso. Sulla repubblica hanno avuto il coraggio di scrivere “accoglienza tiepida”, lol, è stato un flop totale.

Im Sturm der Zeit / Facts & Fakes – Alexander Kluge (Alexander Kluge 75)
Non avendo mai visto un film di questo (si dice molto palloso) filmaker mi ero recato in sala con le migliori aspettative, ma non sono bastate. Ho dei grossi problemi con la videoarte e vedere interviste che si alternano a immagini di repertorio impiastrate con effetti video che farebbero ridere uno studente al primo anno dams che gioca con il suo primo programma di montaggio è veramente imbarazzante. Aldilà della rottura di scatole vedere un dirigibile degli anni trenta fotomontato male su immagini di New York con la musica rock e house è una cosa idiota. Ossequi maestro.

With a girl of Black soil – Jeon Soo-il (orizzonti)
In sala c’era molta gente contrariata, non è certamente un capolavoro e punta sicuramente troppo alle lacrime dello spettatore, però non mi è sembrato nemmeno un pessimo film. Ovviamente molto festivaliero e con diversi difetti (certe facilonerie a livello di sceneggiatura) ma il paese di montagna che vive di miniera, con la terra e i sassi neri, è stato sicuramente più interessante della storia: è vero che le immagini suggestive da sole non bastano, ma in fin dei conti a quella bambina che cerca di tirare avanti con il fratello ritardato e il padre disoccupato (la miniera chiude) e ammalato e che non riuscendo più a trovare lavoro cade in depressione e inizia a bere, io, a quella bambina, mi sono affezionato.

Small Gods – Dimitri Karakatsanis (Settimana della critica)
Prima o poi capita sempre ai festival, sopratutto se ci si bevono due birre prima di entrare in sala, dopo i primi dieci minuti mi sono addormentato e puff, inutile parlare del film anche se poi ho cercato di seguirlo e di recuperare (assonnato e un po’ annebbiato) tutto il resto. Che dire quindi, non ci è proprio sembrato questo gran film, pur avendo delle cose da apprezzare (come la bella fotografia sporca e calda) e altre da criticare (tipo alcuni passaggi un po’ troppo sensazionalistici).

Vip avvistati: Eli Roth, Mastrandrea, Rutelli.

That’s all folks.

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