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Jour de Fête: l’esordio di Jacques Tati torna al cinema

L’ingenuo e maldestro postino François di ‪Jacques Tati, torna al cinema in bicicletta, nella versione restaurata del suo folgorante esordio

di cuttv

L’Omaggio a Tati di RIPLEY’S FILM e VIGGO, riportando in sala quattro delle opere più innovative e dirompenti di Jacques Tati(scheff), continua il viaggio nella comicità garbatamente poetica, le acute intuizioni e le innovative sperimentazioni di una delle personalità più rivoluzionarie e lucidamente visionarie della storia del cinema.

Un viaggio che, pur non seguendo un ordine rigorosamente cronologico, dopo la versione restaurata della raffinata satira della vita moderna del mite Monsieur Hulot, di Mon Oncle e del monumentale PlayTime, seguito dal ritorno al cinema della prima comparsa dell’anarchico alter ego di Tati con Les vacances de M. Hulot, chiude idealmente la rassegna a ritroso con il pluripremiato lungometraggio d’esordio di Jour de Fête e l’esilarante ossessione della velocità del suo postino François.

Prima di vestire i panni del laconico, imperturbabile e garbatamente ribelle Hulot, mettendo a frutto anni di esperienza come mimo, attore e uomo di spettacolo, insieme a quel metro e 87 di altezza che considerava un handicap per la comicità, indossando una divisa troppo stretta, calzoni troppo corti, la borsa a tracolla con la quale armeggia senza sosta, sul volto impassibile plasmato dal patrimonio genetico russo-francese-italiano-olandese, Tati da vita al suo zelante ed esilarante postino francese, infatuato da velocità ed efficenza di stampo americano nella Francia rurale del dopoguerra.

Nel tranquillo paesino francese di Sainte Sévère, animato dall’arrivo delle “attrazioni” della festa annuale, tra giostre, tiro a segno e un tendone per proiettare film dove, l’ingenuo e maldestro postino, complice anche un bicchierino di troppo, spia senza pagare il documentario sui prodigi del servizio postale statunitense, esaltandosi al punto da immolarsi al mito della “Velocità”, escogitando ogni sorta di tecnica per accelerare i tempi di consegna e raccolta della posta.

Tati/François non si getta dagli aerei ma riesce a superare un gruppo di ciclisti in gara, timbra lettere sulla ribalta di un camion dal quale si lascia trainare, consegna posta al volo, infilandola su forconi e in trebbiatrici, tra inseguimenti spericolati e gag mirabolanti, con risultati disastrosi che non mancano di suscitare l’ilarità e la derisione di molti suoi compaesani, comunque affezionati alla sua generosità e dedizione, anche quando diventa un po’ eccessiva.

La trama è tessuta da due diversi timbri cominci che aprono e chiudono il film. L’inizio si concede ampie inquadrature della Francia pre-industriale e l’interazione con i placidi abitanti del paese, dalla vecchia comare che attraversa la strada con la sua capretta commentando gli eventi alla sarta, dal barbiere e il barista-albergatore al saltimbanco Roger e la sua nascente complicità con la contadina Jeannette, tenuta d’occhio dall’accigliato consorte.

Il ritmo e la comicità cambiano con le vorticose e acrobatiche imprese di François, riappropriandosi di quella corporeità nata sul suolo francese ed esiliata oltreoceano durante la guerra, sulla scia del grande slapstick del passato e del celebrato Max Linder.

La sottile e raffinata critica ai modelli e ritmi di efficienza statunitense e l’ambivalenza del rapporto con il liberatore, si manifesta in diversi modi e occasioni, dalle affermazioni esplicite della vecchia comare, alle imprese velocizzate del postino che, parlando al telefono con New York, sfreccia in bici davanti alla jeep della polizia militare americana, rimasta a pattugliare il paese, mentre il Piano Marshal supporta la ricostruzione della Francia e il recupero dell’Occidente con le sue ‘esportazioni’.

Con il film d’esordio e il personaggio anticipato dal cortometraggio a colori “L’École des facteurs“, Tati inaugura anche molte delle peculiarità del suo singolare e innovativo approccio cinematografico, dalla scelta di allargare l’inquadratura allo sguardo, evitando deformazioni prospettiche e piani ravvicinati, destinata a diventare panoramica con di 70 mm di PlayTime, al personalissimo uso della dalla partitura sonora, distillata da subito con un mix armonioso di brusii, conversazioni indistinte e suoni d’ambiente.

Dal borbottare incomprensibile del postino, al nitrito che accompagna l’immagine dei cavallucci della giostra, dalla gestualità tra Roger e Jeannette che sembra dialogare con le battute del film proiettato nel tendone, al ronzio del moscone che basta ad infastidire chiunque.

In Jour de Fête ci sono anche le premesse ‘frustrate’ di uno sperimentatore troppo all’avanguardia per i suoi tempi, costretto a rinunciare alla versione a colori del film girato con una tecnica sperimentale, insieme a quella in bianco e nero che arriva al cinema nel 1949.

[quote layout=”big” cite=”Jean-Luc Godard]”Con lui nacque il neo-realismo francese. Jour de fête deriva dalla stessa ispirazione di Roma città aperta.”
[/quote]

Nel film che per Jean-Luc Godard inaugura il neo-realismo francese, con la messa in scena del mondo rurale destinato a scomparire e i ritmi tranquilli della provincia francese stravolti dall’influenza americana, Tati offre uno sguardo malinconico all’arrivo dei programmatori della modernità, con quel meccanismo di gag e comicità corporea portata a compimento da Monsieur Hulot, rispetto al postino troppo francese che risente della grandeur ma ha comunque reso Jour de Fête il maggior successo commerciale di Tati.

[rating title=”voto cut-tv’s” value=”9″ layout=”left”]

Jour de Fête (Giorno di festa, Festival Day, Francia, 1949, Bianco e nero) di Jacques Tati. Interpreti: Jacques Tati (il postino François), Guy Decomble (Roger), Paul Frankeur (Marcel), Santa Relli (Germaine), Maine Vallée (Jeannette), Roger Rafal (Lo scudiero), Jacques Beauvais (Il proprietario del caffè), Delcassan (la pettegola), Valy (Edith), Robert Rafael (il parrucchiere), Balbo, André Pierdel e gli abitanti di Sainte-Sévère. Di nuovo al cinema in versione restaurata da lunedì 27 giugno 2016.

[quote layout=”big” cite=”Jacques Tati]”Non sono nemico della modernità, figuriamoci. Sono nemico dei programmatori della modernità. Quello che non mi va bene, quello che stona, è il rapporto uomo-ambiente. Io dico che l’uomo non è al passo coi tempi, non è ancora preparato a vivere il futuro che gli stanno facendo vivere” [/quote]

Jour de fête: curiosità

Nel 1947 Tati viene chiamato ad interpretare per la prima volta il personaggio del postino François nel cortometraggio a colori di circa 18 minuti “L’École des facteurs” (La scuola dei postini), del quale aveva scritto anche sceneggiatura e dialoghi e all’ultimo momento dirige anche, sostituendo il regista René Clément, ammalatosi improvvisamente.

Il corto vinse il Premio Max Linder, mentre le sventure del postino impacciato di Tati convinceranno il produttore Fred Orain a ripetere subito l’esperimento con Jour de fète e le stesse gag riprese in un contesto più ampio e dilatato.

La sceneggiatura di Jour de Fête è dello stesso Jacques Tati, con Henri Marquet e la collaborazione di René Wheeler.

La produzione è di Fred Orain per Cady Films.

Girato nel 1947, ma giunto nelle sale solo nel 1949, il film trova in Sainte-Sévére-sur-Indre una location particolare perché il regista vi era stato ospitato e nascosto, insieme al suo futuro co-sceneggiatore Henri Marquet, dalle truppe tedesche da cui era ricercato e aveva promesso che vi sarebbe tornato a girare un film.

Ancora oggi, le comparse del film, che erano perlopiù abitanti del paese di Sainte-Sévère-sur-Indre e i loro discendenti, si riuniscono una volta l’anno per ricordare Jour de fête, rinnovando la festa.

Sainte-Sévère ospita anche la Maison de Jour de Fête, un esclusivo museo nato per far rivivere a cinefili e turisti le atmosfere di “Giorno di festa” e conoscere tutti i retroscena legati alle riprese del film.

Proiettato a Parigi per la prima volta l’11 maggio 1949, consacrò Tati come una delle personalità più innovative e geniali del cinema francese, secondo solo a Max Linder.

Il film, acclamato dalla critica, ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1949 e il Grand prix du Cinéma Français nel 1950.

Ad oggi resta il suo maggior successo commerciale, con quasi 7 milioni di spettatori solo in Francia. Al cinema, i suoi primi 4 lungometraggi hanno venduto in tutto quasi 19 milioni di biglietti.

Allo scopo di migliorarlo, Tati ritoccò costantemente il suo film per decenni, come faceva per i suoi spettacoli di musichall. Sperimentò con il colore, come fece con il formato in 70 mm e il suono in PlayTime, e fu sospettato di voler distrarre l’attenzione ma in realtà voleva semplicemente testare e affermare la libertà dello spettatore. Non rifiutava mai le nuove tecniche che si presentavano in campo cinematografico anche se fu spesso accusato di essere un regista conservatore.

Jour de fête è stato concepito e girato su pellicola a colori, affiancata da una seconda macchina con pellicola in bianco e nero per una copia di sicurezza, visto che il colore affermato da qualche anno in America, era una novità in Europa. Il negativo a colori in sperimentale Thomsoncolor però non riuscì ad essere sviluppato in Francia per mancanza di un adeguato laboratorio di stampa, quindi nel 1949 il film uscì in bianco e nero.

Affatto rassegnato, nel 1961 Tati riuscì a colorarlo utilizzando l’antico sistema artigianale “au pouchoir”, già usato nel XIV secolo e nei primi anni Venti per colorare le cartoline e le illustrazioni, capace di evidenziava alcuni oggetti come il fanalino della bicicletta di François o i palloni e le bandiere della festa.

Nel 1987 la figlia di Tati, Sophie Tatischeff, coadiuvata da François Ede, ha deciso di ripristinare la “tavolozza” originale di Jour de fête, portata a termine solo alla fine del 1994, inaugurando le manifestazioni programmate in Francia per la celebrazione dei primi cent’anni del cinema, ma la travagliata riedizione del primo lungometraggio di Jacques Tati ha consentito di riportare l’attenzione su un’opera innovativa, non solo dal punto di vista tecnico che le ha restituito la fisionomia desiderata dal suo autore.

Sfortunatamente il negativo originale in bianco e nero del 1949 fu distrutto. Nel 2012, una prima versione in bianco e nero è stata restaurata in risoluzione 4K, da due pellicole positive di preservazione conservate negli archivi francesi. Anche la densità variabile del suono è stata recuperata dagli stessi positivi.

La versione che torna al cinema è quella originale del ’49, in bianco e nero, con il restauro dell’Immagine Ritrovata e quello del suono L.E. Diapason.

Il primo lungometraggio di Tati ha ispirato anche un omonimo libro per l’infanzia, con tavole a colori.

Via | RIPLEY’S FILML’École du regardKinopoisk.ru

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