La La Land: jazz, teatro, amore, tutto fuori moda ma così struggente

Un esordio atteso, un inizio dolce come un biscotto allo yogurt, gustato e applaudito

Bene, primo ciak attraente. Per un appassionato di musical come sono e soprattutto come sono stato (sapevo a memoria ogni sequenza dell’“Americano a Parigi” il film di Vincent Minnelli, con le gambe, i piedi, il sorriso più luminoso di Gene Kelly, che balla con la forza di un atleta e cantava con grazia appassionata). Con lui c’era, c’è sempre, indimenticabile, Leslie Caron, brava con i passi leggeri, il visetto, simpatica.

Non sapevo nulla di nulla di “La La Land” di Damen Chazelle. Vado volentieri digiuno di notizie per sedermi attendendo la sorpresa. E’ andata discretamente. Abbiamo seguito silenziosamente la storia che assomiglia a una vecchia sorella di tante simili. Però. Al centro, dopo un esordio ritmato all’insegna del buon jazz anni cinquanta-sessanta-settanta, scopriamo le pene di lavoro di una ragazza che spera di fare l’attrice e serve al bar (Emma Stone) e di un giovane musicista di jazz che suona nei locali per raccogliere qualche dollaro sognando un locale proprio, suo, nella solita California stipata di seduzioni divistiche.

Non racconto il film, ma immagino che non sia difficile trovare il finale di una ricerca doppia: amore e successo. La lascio a voi. A parte il buon ritmo, le buone scene, i buoni passi di danza, le buone soluzioni digitali, il film vive di un’avvertenza che si affaccia di continuo fra scintillii e lacrime di delusione, fra rallentamenti e battiti del cuore. L’avvertenza non è furba, fa squillare una specifica esortazione. La gloria a Hollywood e dintorni non ha nulla in comune col passato. I ragazzi lo sanno ma preferiscono dimenticare. Solo la loro fantasia, la bramosia di tentare, di scommettere anche non di primo pelo aiutano a tentare, a lavorare ma fa i conti con la realtà. Che è la realtà di debuttanti continuamente costretti a cercare di tirarsi su dalla delusione e ad aspettare a lungo il momento del successo che va e viene, segna i percorsi delle persone che non trovano consolazioni e nuotano nelle aspirazioni sostenute da piccole e grandi droghe quotidiane: tirarsi su pur sapendo che le sorprese, qualche miracolo può sempre accadere.

La situazione non è molto diversa da quella della California giovanile (colma ancora dei fanatismi della Hollywood che fu) un po' dappertutto, anche da noi, non solo a Roma, ma ovunque. In Italia, tira il vento delle professioni artistiche che i giovani interpretano come promesse e spesso sono tormentosi sentieri: forse frutto della nascita e dell’aumento dei Dams, delle cattedre di spettacolo e della comunicazione, della moltiplicazioni di costi cari che rendono poco in pratica.

In questo senso, è un ritratto della cosiddetta contemporaneità: spesso chiudono le fabbriche e si aprono le porte alle chance dello spettacolo. Può darsi che la formula di spiegazione sociologizzante possa funzionare in un mondo di televisioni, scuole di danza, internet, streaming, eccetera. Ma la spina dorsale del film si illumina a tratti solo per il gioco dei sentimenti e dei rapporti nel mondo in cui non c’è niente di certo, molto di opinabile, molto di provvisorio.

Insomma, un inizio gentile ma già prevedo stroncature intere e a metà. L’intrattenimento non è amato, da sempre, nei festival. E’ odiato. Anche se il grande cinema americano, italiano, francese non lo ha mai ignorato.

Oggi il cinema è requisito dai musoni e dai dubbiosi. A costoro, un film come questo non piace, lo si può sopportare per nascondersi un poco. Bisognerà poi leggere le recensioni. Che il vecchio mito del cinema spettacolare protegga jazz, cinema e teatro, smarriti nel mainstream, le correnti della banalità e della confusione.

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