Hacksaw Ridge: la lunga tradizione bellica del cinema americano, epica del salotto buono

Serve molta ferocia per sostenere le cause ideali, e Mel Gibson non la fa mancare, scene da mattatoio peggio della realtà

Avevo visto il film di Mel Gibson sulla crocefissione e la morte di Cristo con un atteggiamento molto prevenuto per le critiche di troppa ferocia con le quali il celebre attore e regista aveva raccontato la tragica vicenda rivisitata spesso dal cinema. Dopo la proiezione, la ferocia mi dissi che era la cosa di cui io, e tutti, ci saremmo ricordati. E in effetti… Per il resto, molto se non tutto scontato.

Ho visto Hacksaw Ridge. Il dolce grintoso Mel risulta non proprio tenero con le sue donne, e ho ritrovato la ferocia dispiegata soprattutto nella seconda parte del film, quella delle scene di guerra in Giappone, ovvero scenario delle catastrofi di Pearl Harbour fino alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Ma si tratta di una ferocia strettamente collegata a quella di una famiglia di un soldato della prima guerra mondiale rovinato dalle battaglie in trincea, e poi dai ricordi stimolati dal veleno alcolico. Tempeste quotidiane.

Una storia vera, dicono i titoli di testa. Vero. Ma il cinema prende per scelta e ormai per abitudine qualsiasi fatto o insieme di fatti per coniugarli con verosimiglianza, aggiungendo benzina e dando fuoco al tutto.

Il perno chiama in causa uno dei figli del soldato, che per motivi religiosi, come aderente a un filone protestante, ai venti della seconda guerra mondiale, sceglie di arruolarsi come combattente senza armi, come soccorritore. Qualcosa che irrita fino reazioni violente i superiori e diversi commilitoni. Viene accusato, secondo le leggi militari, di rifiutare e agire per vile comportamento. Supera il processo di un tribunale militare, grazie al padre che da un vecchio compagno delle trincee in un ruolo importante ottiene un intervento. In nome della costituzione che non vieta la obiezione di coscienza.

Il resto ve lo potete immaginare. E mi ha fatto tornare in mente Il sergente York, un bel film con Gary Cooper, con un elemento di diversità non irrilevante, ovvero che il fuciliere York, deciso a non sparare, cambia idea nel caldo feroce degli scontri, con nobili motivi.

Nel film di Gibson questo non avviene, il soccorittore fa nel sangue a fiotti il suo dovere appunto di soccorrere. E il presidente Truman lo segnala come eroe.

Ecco tutto. Ma non basta. Quel che ho notato la vorrei chiamare epica del salotto buono, nel ricordo di quel che si diceva in America durante la guerra del Vietnam, ovvero che le guerre da allora od oggi si decidono nei salotti buoni, o non buoni, quando le immagini dei caduti sollevano le famiglie e le dimostrazioni dei pacifisti.

I salotti sono pieni di immagini di guerra, guerriglia, morte. Oggi gli americani si stanno abituando ai droni, dopo aver scelto per anni ogni forma di bombardamenti. I mattatoi vengono dal cielo. Mel Gibson li rimette al suolo. E la ferocia della rappresentazione arriva orrenda dal passato. Nessuno ha la bravura di Mel che, nelle scene, trasforma i corpi maciullati dei soldati in poveri cristi. E il soccorritore che per motivi religiosi non tocca le armi, diventa un eroe totale. Un campione nello spettacolo della ferocia. La ferocia come corolla sanguinosa e sanguinaria. Library cinetelevisive destinate a durare, diventando, confondendosi in entertainment.

Ultime notizie su Festival di Venezia

Tutto su Festival di Venezia →