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Venezia 2016: vedo occhi smarriti in attesa del ruggito del Leone, che cosa è successo?

Per molti anni, fino al 1968, anno della contestazione generale alla Mostra “fascista” nello statuto e nella poca voglia di cambiarlo, la parola “arte” si annunciava solenne come il leone della Metro, seconda la lunga, solenne dizione: “Mostra d’arte cinematografica della Biennale di Venezia”

Vedo occhi smarriti al Lido prima, durante e dopo le proiezioni. Siamo in faticosa dirittura d’arrivo, il passo è pesane, le idee si scontano o non si contano, i giudizi appaiono pasticciati. Credo che non si debbano distribuire colpe e chiedere come, perchè, sollecitando punizioni. Le spiegazioni dello smarrimento partono proprio dalla cancellazione della parola “arte” dal titolo della Mostra. Un colpo di penna, concretezza e metafora, cancellazione sull’onda della contestazione al Lido nel ‘68; tra cariche della polizia e polemiche anche feroci, fisiche, di carattere ideologico e politico; un colpo di spugna che non spiega quel che è accaduto.

Vediamo cosa sta accadendo, in attesa dei verdetti della giuria presieduta da Sam Mendes e composta di persone giuste, diciamo così perbene. Lo possiamo vedere, meglio, intravedere, dalla selezione dei film passati al vaglio degli addetti ai valori e delle reazioni delle platee di specialistiche (pubblici di eletti, appassionati e non).

I titoli finora papabili (eco della parola, il film di Sorrentino, Young Pope fuori concorso) sono per ora questi: La la land, presentato in apertura, una sorta di commedia musical; La luce sugli oceani, a caccia di emozioni facili; Arrival, storia di alieni e tentativi di comunicazione, problematici e misteriosi; Les beaux jours, diretto da un Wim Wenders sempre più vacuo, incapace di esplorare con il 3D (rovinò persino la dolce e forte Pina Bausch, in uno sterile tentativo); Piuma, film di Roan Johnson, italoinglese, inglesetoscanaccio, che popola di paperelle gialle la precoce maternità di una studentessa…

Mi fermo qui, preferisco non andare oltre. I film citati sono sufficienti, mi sembra, per qualche considerazione di smarrimenti più o meno colletivi nel popolo monstre del Lido.

Cassata la parola “arte”, tanto cara ai vecchi direttori della Mostra e in particolare a Luigi Chiarini (competente, attaccato con violenza da giovani e da autori di sinistra), la parola nuda e cruda di “cinema” ha aperto un portone in cui si è infilato di tutto, non tanto “tutto il cinema” quanto “l’esplosione” confusa e contradittoria del cinema, dai prodotti di Hollywood a quelli di Cinecittà, dai produttori privati e pubblici, dai generi rivisitato al cinema degli autori in infinite modalità espressive.

Direziono varie e giurie relative sono andate avanti non alla cieca ma hanno seguito convinzioni tradizionali, voglie di trasgressione, colpo di ciak e di testa, prudenze e velleità.

I festival in questo modo sono diventati generici nelle scelte e inconsapevolmente colpevoli della eterogenità dei verdetti. Logiche diverse, a volte campate in aria. Tra inutili scandali e reazioni isteriche degli addetti ai lavori.

L’”arte” (in naftlina o nelle morgue) è rimasta fuori della porta, è una realtà non si può tornare indietro. Il cinema che rompe gli schemi, di molte provenienze e di diverse scelte degli autori non trova nelle logiche dei festival risposte adeguate. Vedremo se Mendes riuscirà a chiarire qualcosa con la sua giuria. Occhi cerchiati di blu smarrimento, rimmel liquefatto.