Venezia 2016: Una cittadella giovane dell'arte, il cinema a portata di mano, sogno per il futuro

Il Lido, sede della Mostra, è a una sola fermata dall’Arsenale e dai Giardini, dove si susseguono esposizioni e rassegne internazionali molto frequentate e prestigiose. Travasi e contagi. Impressioni mentre in concorso è stato proiettato “Questi giorni”, ultimo film italiano

Venice, ITALY:  The Golden Lion scupture are pictured in front of the cinema palace on the eve of the opening ceremony of the 63th Venice International Film Festival at Venice Lido 29 August 2006. 21 films are in competition for the Golden Lion main prize, and 19 films in the experimental Horizons section at the Festival, which begins on August 30 and runs through 09 September.  AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI  (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Via Garibaldi è una bellissima strada, ampia, è famosa nel mondo anche per le foto scattate quando passano le grandi navi da crociera che escono dal bacino di San Marco e compaiono, nelle foto, come aggressivi e minacciosi mostri di distruzione. Intorno a via Garibaldi, ecco calli con biancheria esposta, vecchi pozzi botteghe d’arte, sezioni antiche del partito comunista e delle altre sinistre, colori meravigliosi nelle facciate delle case old Venice, un piccolo viale nel verde e lo sbocco verso la laguna azzurro.

I vaporetti passano di continuo agli attracchi. In pochi minuti si va alla Mostra del sereno Lido che si apre al cinema ormai con pazienza rassegnata, la verve si accende in occasione del red carpet, il pubblico (che non entra) si accontenta della sfilata di abiti e di personaggi di moda.

Detto questo, un sogno ad occhi aperti,. Percorrendo via Garibaldi, tra le cose dette, eccolo: trovare il modo in quella parte meravigliosa di terra e mare di aprire i polmoni alla Mostra del cinema, con dislocazioni e intrecci. Se ne sente il bisogno. Non è una proposta. E’ una suggestione che nasce nel clima un po' distratto e risentito circolante tra gli spettatori, diversi spettatori, e gli addetti, abituali e giovani che sfiorano intorno all’Excelsior le bancarelle di un cinema che è sempre meno attraente come contorno e crea laconici spazi in affitto per enti, istituzioni, rappresentanze.

Mi scrollo di dosso le reazioni appiccicose tra passato, presente e futuro- oggi slegati tra loro; tiro dritto, scansando amici e nemici della Mostra in profonda lamentazione, distratti, frettolosi, depressi, o chiacchieroni (altra forma di rischiosa depressione); torno ai film che ai primi nomi presentati dai giornali come candidati al Leone (tutte congetture inutili) aggiungono Jackie di Pablo Lerrain, al quale, stampa e media hanno dedicato molto (troppo?) spazio, grazie alla tragica pagina americana, e non solo, della uccisione in diretta del presidente Kennedy; e soprattutto alle vicende della sua sposa Jacqueline, traumatizzata dalla tragedia (era in auto accanto al presidente). Taglio corto e dico che, se si vuol premiare gli Usa, preferisco il musical concettuale (non banale) intitolato La La Land, respiri di sentimenti e ritmi venuti dalle memorie mai consunte della vecchia Hollywood, che ama spolverare i suoi gioielli.

In concorso il terzo e ultimo film italiano Questi giorni di Giuseppe Piccioni. Piccioni è un regista coerente, che ha avuto premi anche alla Mostra, è un sensibile e preparato amante del cinema (ha avuto una libreria a Trastevere fino a poco tempo fa). Questa volta dedica la sua storia di giovani donne, un campionario di comportamenti, rapporti, intese e gelosie, intorno alla madre di una di esse... Non voglio aggiungere altro.

Il film chiarisce le sue intenzioni strada facendo, sviluppando una trama che oscilla tra la gioventù delle università Erasmus e la gioventù che guarda all’Europa e al mondo, masticando qualche parola di inglese e però essendo a digiuno di una quantità di conoscenze utili a chi viaggia nel villaggio globale. Amori, illusioni, delusioni, ripiegamenti.

Il film è confezionato secondo le regole migliorate della fiction, con suggestioni sociologiche e introspettive del cinema francese degli anni ottanta, tenerezza e bisogno di tenerezza, richieste di aiuto, rifugio negli affetti. Una commedia scorrevole, con una buona sceneggiatura, riprese pulite; un prodotto dignitoso, rispettabile, poco ambizioso: il contrario di quel che serve a una Mostra. Attenta regia e coro di giovani, brave attrici.

Non basta. Muovere le foglie del verde al Lido suggerisce intenerimento ma non commozione, e in un pubblico sfibrato, forse addirittura un isterico rifiuto. Serve una cittadella d’arte...

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