Venezia 2016 – Kusturica: l’inferno è il suo paradiso, l’amore e la guerra nella Ex Jugoslavia

Il ritorno del fantasioso regista serbo ai temi che si afferrano alle sua terra, la patria del comunismo di Tito; con la ferocia delle guerre che disarticolarono in tanti stati un paese dopo la caduta del muro di Berlino

L’inferno è il suo paradiso. Il paradiso di Emir Kusturica è la Jugoslavia di Tito, in polemica dura con l’Urss potente e colonizzatore dell’Est, con rivolte soffocate dai carri armati. L’inferno è quello che si è scatenato dopo lo sfascio subentrato ad una dittatura, cemento di una unità che si è rivelata fittizia, densa di odi profondi, solo sopiti per poi divampare. Le cose ora scorrono(?) ma le paure degli assalti alla pace voluta dall’alto, dalle potenze internazionali, non sono finite. C’è solo un grande silenzio, gravido di nuvole.

Kusturica cerca il suo paradiso in un mood nostalgico e vitalistico che si ripete. La Serbia come luogo della musica, danze e feste, come guida dello stato; come luogo di amore e sesso a piene mani; come natura meravigliosa tra boschi e montagne.

In Sulla Via Lattea (On the Milky Road), il popolare e bravo Emir ha il ruolo del protagonista, quello di un musicista che ama terra e ritmi, ed è curiosamente attrezzato a cavallo di un asino per portare latte ai soldati e ai serbi che combattono. Accanto a lui, una Monica Bellucci ancora molto bella, che si innamora di lui, dopo essere stata promessa a un militare, un eroe di guerra…

Raccontare la trama sarebbe un grave errore. Farlo sarebbe svelare, e denunciare, una prevedibile ripetitività che non manca. Chi andrà a vedere, il film si abituerà ad essa, viaggiando per due ore e qualche minuto in scene belliche, tradimenti, coltellate, efferatezze, mine…

Il paradiso, per Emir, è la ricerca di un destino fatto di una esistenza fatta di rude poesia e abbracci furiosi, dolcezza assoluta, fantasmi. In mezzo a polli e ogni sorta di animali eletti a comprimari nella storia con una vera e propria funzione: l’ambiente e gli animali che assistono sbalorditi da quel che sta capitando, tra ubriacature, sospiri e lacrime, nei cadaveri carbonizzati.

Chi conosce il regista conosce la sua qualità, è ammirato di come gira e di come sa pretendere dai suoi collaboratori il massimo degli effetti. In questo senso, il film è una filastrocca barocca che riesce a svegliare, travolgere, il pubblico.

Al di questo, il romanticone spietato Emir è allegro e divertente, come un ragazzino che gioca con i colori e le trappole di richiamo. Gran parte di queste trappole le conosciamo, le seguiamo e poi sentiamo il bisogno di lasciarle per respirare, finalmente.

In me, il ricordo di “Underground”, film d’anni fa, resiste; è ancora il film più bello e struggente, segnato da scene indimenticabili: le fratture tra i paesi ex jugoslavi che diventano isole, a loro volte destinate ad essere solo zattere di sconfitte e feriti, commozioni lancinanti.

Che premio la giuria potrà dare? E’ imprevedibile, si può premiare una bravura che si ripete come una danza tirata fino allo sfinimento?

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