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13th: recensione in anteprima del documentario di Ava DuVernay

Un’esplorazione delle cause della ‘mass incerceration’ degli Stati Uniti, piaga che colpisce soprattutto la comunità afro-americana. Prendendo in considerazione non solo la Storia dal 13° emendamento che ha abolito la schiavitù, ma anche l’importanza del linguaggio e delle immagini nei media, Ava DuVernay firma con 13th il suo film migliore. Un documentario sorprendente, arrabbiato ma anche molto lucido. Film d’apertura del New York Film Festival 2016, a giorni su Netflix.

La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura.

Il fatto che 13th sia stato scelto come film d’apertura del New York Film Festival dice molte cose. La prima, per quel che riguarda il mercato, è che si tratta di un prodotto Netflix, ormai entrato a gamba tesa nello scenario cinematografico non solo comprando e distribuendo film ma anche investendo in contenuti originali. Nota per i più curiosi: la proiezione stampa che ha seguito quella di 13th la mattina della giornata d’apertura è stata quella di Manchester By the Sea, comprato dal principale competitor di Netflix, Amazon Studios, per la cifra di 10 milioni di dollari al Sundance.

Altro motivo di interesse di questa proiezione straordinaria, almeno per chi ancora si sorprende che una cosa del genere possa accadere, è che un documentario apra una kermesse del genere e di questo calibro. Stiamo ancora a fare distinzioni fra cinema ‘narrativo’ e ‘non-fiction’? La cosa semmai deve creare curiosità perché i precedenti film d’apertura del NYFF erano titoloni del calibro di L’amore Bugiardo – Gone Girl o The Walk, non certo documentari di attualità.

E nell’anno del grande numero di uccisioni a freddo di afro-americani da parte della polizia, degli #OscarsSoWhite, e della mancanza di quote rose in quel di Hollywood, 13th giunge a pennello proprio per la sua regista, Ava DuVernay. Colei che è la prima regista donna di origini afro-americane ad aver catalizzato l’attenzione della critica e ad aver fatto scattare un polverone per una mancata nomination agli Oscar come regista un paio di anni fa.

Ava DuVernay è davvero la persona giusta al momento giusto, soprattutto perché è palese che le riflessioni del caso debbano venire da qualcuno che è direttamente interessato alla vicenda, una volta per tutte. Attivista prima che filmmaker (per chi scrive i suoi due osannati film precedenti sono piuttosto mediocri), la regista trova nel documentario la forma perfetta per riflettere sui temi che le erano stati già cari in Middle of Nowhere (la prigione) e Selma (Martin Luther King e i diritti civili).

Il 13° emendamento, approvato verso le fine della Guerra di Secessione, aboliva finalmente la schiavitù ma lasciava un piccolo dettaglio che ha di fatto aperto un portone. Rileggete la parte finale dell’emendamento stesso, in apertura di recensione. Ecco: il passo per lo sfruttamento e l’applicazione dell’emendamento a proprio piacimento da parte di chi detiene il potere è breve, perché ci si mette poco a dichiarare colpevole una persona sotto determinate circostanze e in certi contesti.

Il risultato in numeri è che il 5% della popolazione mondiale è rappresentato dagli Stati Uniti, e il 25% della popolazione mondiale in carcere appartiene sempre agli Stati Uniti. Qualcosa, almeno a livello di logica, non torna. Ava DuVernay parte da questi due dati, e dalla contraddizione interna al 13° emendamento, per dire qualcosa che non è solo di oggi, del periodo di #BlackLivesMatter, ma che è un’indagine decisamente più oscura dell’anima più estemporaneamente razzista e inumana degli Stati Uniti d’America.

Per scavare nelle zone d’ombra più nascoste, la regista prende in considerazione la Storia dal punto di vista cronologico. Ma non si limita ad elencare fatti e a studiarne cause ed effetti, ma prende in considerazione anche la trasformazione e l’influenza del linguaggio e delle immagini nei media, in TV e nel cinema, dall’eredità dell’immagine del ‘negro’ in Nascita di una Nazione passando per il nero ‘super-predatore’ da temere della TV anni ’80.

DuVernay non è mai semplicista o facilona: basti vedere il ragionamento attorno all’opera di Griffith, alla quale la regista riconosce che, pur avendo indubbiamente alimentato il razzismo con immagini e credenze che si sono imposte nell’immaginario collettivo, ha anche tristemente anticipato i tempi e molte delle modalità con cui il razzismo si sarebbe espresso negli anni a venire.

La manifestazione del razzismo a conti fatti non è mai scemata ma ha assunto diverse forme, invisibili eppure allo stesso tempo ben presenti. Tra queste ci sono state la war on crime di Nixon, che ha di fatto confermato l’accezione più colpevolista e nera degli States, e la war on drugs degli anni reaganiani. In questi anni la discrepanza fra chi faceva uso di coca (l’uomo bianco, di fatto benestante) e crack (l’uomo nero, di fatto povero) è rappresentata tra chi dei due ‘gruppi’ finiva prima nel mirino della polizia e poi nei titoloni dei giornali come nemico da combattere.

Di conseguenza quindi anche la ‘schiavitù’ non è mai in fondo morta, ma ha preso altre sembianze. La schiavitù fa parte del DNA della nazione, a tal punto che fa girare l’economia in modi che non ci si aspetterebbe. La cosa che forse sconvolge di più è come la regista non si faccia giustamente remore nel mostrare come le corporazioni, attraverso l’ALEC (la American Legislative Exchange Council), ci guadagnino parecchio con la situazione in cui ci ritroviamo e siano promotori attivi della ‘carcerazione di massa’.

Non ci sono solo Nixon, Reagan e ovviamente Trump (i cui nuovi nemici, come ben sappiamo, sono i messicani) nel suo mirino, ma la DuVernay riconosce gran parte di ciò che non funziona anche a Bill Clinton e alla sua legge dei 3 strikes, per cui chi viene trovato colpevole di un reato alla terza volta finisce direttamente in carcere a vita. Una legge che ha di fatto incrementato il numero di persone in carcere in maniera esponenziale nel giro di pochi anni, non tenendo in considerazione troppi fattori e incrementando ancora di più il colpevolismo.

Man mano che 13th va avanti e si arriva ai giorni nostri, la regista continua a informarci su come il numero di prigionieri è cambiato negli anni: un numero sempre in aumento e che raggiunge cifre francamente orripilanti. Nel 1970 sono circa 350mila, mentre a oggi sono circa 2 milioni e mezzo le persone in carcere negli States. Di questi, il 40% è afro-americano. Ci vuole fegato e ci vuole tanto lavoro per scandagliare tutto ciò che ha portato a questo numero, tra cui un mostruoso lavoro di ricerca nei filmati d’archivio.

Lo stile del documentario è fatto sostanzialmente di interviste talking heads, con qualche intervistato posto in set più originali di altri, e qualche inserto animato con testi di canzoni della cultura afro-americana ad abbellire il contenuto, assai più potente. Ma la DuVernay si dimostra a sorpresa tra le documentariste più lucide e potenti in circolazione, e il suo messaggio, appassionato e carico di rabbia, arriva preciso e straordinariamente articolato: ciò che gli Stati Uniti hanno bisogno ora è una ri-educazione nel voler comprendere a livello umano la dignità di tutti gli essere umani.

[rating title=”Voto di Gabriele” value=”8″ layout=”left”]

13th (USA 2016, documentario 140′) di Ava DuVernay. Dal 7 ottobre su Netflix.

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