Roma 2016: la classe operaia lascia il paradiso (inferno) e in “7 Minuti” prova il nostro cinema

Michele Placido ha portato sullo schermo, da sceneggiatore e da regista, il testo teatrale di Massini e nasce un film che ricorda il silenzio, il vuoto del cinema italiano sul mondo e sui guai della fabbrica oggi

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Una bella serata alla Festa del cinema di Roma. Qualcosa di concreto. Non capita ma, dico mai, che un testo italiano contemporaneo divenga un film italiano. Da noi non c’è, o non c’è mai stato, un Ken Loach, regista fedelmente legato, alla vita, al “mondo” operaio. Gli operai non ci sono più da anni. Il cinema italiano gira la testa da un’altra parte, da tempo. Si può anche non amare la fissazione di Loach, ma un fatto è certo: il nostro cinema mostra cecità che forse sono alla base del suo disorientamento.

La “classe operaia” una volta (1971) andava in paradiso; in realtà, un inferno nell’Italia sciocca e consumista, descritta da Elio Petri e da Gian Maria Volontè, e Mariangela Melato. Adesso c’è un limbo di assenze totali. Non si tratta di avere nostalgie ma solo ricordare che il nostro cinema non si guarda più intorno e ha imboccato la neo commedia all’italiana, scadente, fasulli ambienti piccolo o medio borghesi, non faccio neanche titoli: li vedete sui cartelloni pubblicitari che copiano la pessima tv, ovvero la degenerazione di stile e di contenuti rispetto ai lavori di Monicelli, Risi, Comencini e tanto altri.

7 Minuti è un segno di riscossa che parte dal teatro e approda al cinema di Michele Placido, anche bravo protagonista teatrale, che ha formato un bel cast di attrici e attori, compreso lui stesso. Uno spettacolo mosso che ricorda l’idea del grande film “La parola ai giurati” di Sidney Lumet (1957), un talento americano, in cui Henry Fonda, da solo, riesce a ribaltare un verdetto giudiziario.

In “7 Minuti”, facendo un opportuno distinguo, tra storia di tribunale e storia di fabbrica, operaie che si affannano nel ribaltare una grave ferita al lavoro e alla “loro” fabbrica stessa. Placido e le sue attrici, tra cui Ottavia Piccolo-un gruppo intenso e indovinato di caratteri e provenienze- riescono mettere respiro d’ambiente e di notazioni a un testo prevalentemente, anzi solo, di parola, venuto dalla scena.
La sala della Festa si è eccitata a mano a mano che l’azione progrediva, illuminando contrasti e volontà.

Il pubblico di invitati ha applaudito con convinzione. Ho sentito non solo un omaggio dovuto e formale, ma il piacere di una riscoperta di un tema importante, ovvero, la condizione operaia, tra precarietà e provenienze di migranti che oggi avvertono minacce per le loro vite e speranze, in un’Italia che scopre nuove realtà, si rivela inadeguata.

Le operaie, voglio dire, con vicende e reazioni personali, sottolineano il grande vuoto del cinema italiano contemporaneo, un’insensibilità grave, il rischio delle retoriche narrative rivelando anche disperate necessità di parlare chiaro, soffrire in chiaro, battersi in chiaro e limpido, avere fiducia, conquistare verità, forza, determinazione: nel mare delle genericità in cui è costretta a vivere la nostra affaticata, disorientata, ansiosa avventura creativa.

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