Noir 2016: The Oath – recensione del film di Baltasar Kormákur

Thriller psicologico dalle implicazioni morali notevoli, vanificato da un eccesso di convenzionalità che depotenzia almeno in parte le premesse di The Oath, ritorno in Islanda per Baltasar Kormákur

The Oath rientra in quella categoria di opere che pone dei quesiti non indifferenti, sui quali prodursi in fiumi d’inchiostro, tale è la loro portata. Il punto però è che quello di Baltasar Kormákur è pure un thriller, islandese, dalle atmosfere che tanto ricordano certi film scandinavi di genere analogo; ecco, su questo fronte l’ultimo lavoro del regista di Everest non offre altrettanti spunti, limitandosi all’impianto di un formula oltremodo convenzionale al fine di filtrare il leitmotiv sopra evocato.

Finnur è un rinomato chirurgo, la cui figlia maggiore Anna desta però non poche preoccupazioni per via di alcuni problemi dovuti all’uso di stupefacenti. Il padre ritiene che la colpa sia da attribuire ad Ottar, il fidanzato della figlia, uno spacciatore che deve dei soldi a chi sta sopra di lui. Il meccanismo, va detto, è complesso al punto giusto: conoscendo Ottar la situazione del padre di Anna, decide di ricattarlo, facendo leva proprio sulla figlia. Finnur infatti non ha fatto mistero della sua contrarietà proprio rispetto ad Ottar, che a questo punto trasforma la fidanzata in oggetto di scambio: o il dottore caccia i soldi oppure Ottar non si toglierà dai piedi.

Scialbo più che altro risulta lo sviluppo di questa trama, che in puro stile hollywoodiano Kormákur scandisce con suggestive panoramiche e tappeto sonoro incalzante. Scelte che configgono con una progressione sinceramente asfittica, gelida come la location, in cui giorno e notte si mescolano. Gli importanti dilemmi morali che si affacciano vengono per così dire fagocitati dall’eccessiva convenzionalità con cui viene raccontata questa storia, di per sé, peraltro, già alquanto familiare.

Il giuramento di cui al titolo (The Oath) si rifà a quello di Ippocrate: un medico è tenuto a preservare l’incolumità del paziente e a non giocare a fare Dio. Ma quando ci sono di mezzo i figli il discorso cambia, e Kormákur questo vuole dirci; carriera, etica e quant’altro impallidiscono dinanzi all’istinto paterno rispetto alla prole, che diventa la priorità. Argomento che effettivamente ci dà modo di rimuginare anche dopo la visione, solo che fa capolino troppo tardi.

The Oath temo risenta della seppur comprensibile necessità di rendere quanto più accessibile questa storia declinata attraverso gli stilemi del thriller noir, con in più la propensione del regista islandese, che il mainstream dorato lo bazzica oramai da parecchio tempo. Kormákur purtroppo non riesce a far venire fuori la forza insita nel soggetto, personale a tal punto che il regista interpreta anche il ruolo di uno dei protagonisti. Le pressioni psicologiche subite dal suo personaggio ci toccano, non lo si può negare, ma poco può fare quest’empatia a fronte di un avvicendarsi degli eventi così calcolato e perciò prevedibile, o che comunque fatica a tenerci incollati come avviene con Finnur.

Non fosse per il già citato utilizzo di musica ed effetti sonori, difficilmente emergerebbero pure quei momenti in cui vi sono dell’impennate, delle svolte che, così per come vengono preparate, non colpiscono più di tanto. Il suo difetto principe sta nella sua ostinata ordinarietà, che Kormákur difende anche troppo bene, depotenziando le corroboranti premesse. Anzi, sembra già un risultato che alla fine tali premesse tutto sommato non svaniscano del tutto. Solo che non è abbastanza.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”5″ layout=”left”]

The Oath (Eiðurinn, Islanda, 2016) Baltasar Kormákur, Hera Hilmar e Gísli Örn Garðarsson. In concorso.

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