Vince Checco Zalone: il resto è noia?

La radio commenta la situazione politica, in una delle poche trasmissioni serie sopravvissute (Tutta la città ne parla), il conduttore cita il campione di incassi del cinema Checco Zalone che canta “La prima repubblica non si scorda mai”, che vuol dire?

La notizia corre sul filo che passa su un burrone. Gli incassi 2016 sono in aumento e il merito è dell’autore di Quo vado?, piccolo kolossal spiritoso, gracile ma non irrilevante, anzi; capace di dimostrare che i film americani, sempre in ottima salute, lo soffrono, e il resto di panettoni è alla frutta. I giornali registrano tremando. Lo sanno. Essi stessi sono l’espressione di una complicità di fondo, anche se qualche giornalista, qualche critico illuminato (la maggioranza è fatta la lampioni spenti) pone interrogativi importante; o meglio: dove andiamo? Siamo alla morgue?

La risposta è perentoria, volutamente esagerata. Ma noi sappiamo tutti insieme che la realtà seria, nelle sue difficoltà, richiederebbe risposte rapide ed efficaci. Verranno? Ce lo auguriamo e non vogliano girare il coltello nella piaga, noi lavoriamo nel e per il cinema, e però non siamo capaci di arrenderci e tenerci il prosciutto su occhi che ormai non vogliono vedere.

La domanda di fondo è: si può essere soddisfatti di un bilancio che parla di “cinema che si salva” solo un unico, simpatico,gradito, discusso “Quo vado”? Non è un interrogativo che riguarda Zalone, riguarda tutto il cinema italiana, una macchina scassata, con pochi produttori capaci (lo sono certamente quelli di Paolo Sorrentino, un regista giovane e importante); con una tradizione artigianale che non ha mai saputo essere industriale, e oggi patisce difficoltà serissime nella creatività, nella qualità, nell’invenzione di generi e linee narrative che il vecchio artigianato (artigianato eccelso) dei Visconti, Fellini, Germi, Risi, Monicelli, Comencini, Bolognini…

C’è un blocco profondo. Che si allarga. Nell’ordine: l’incapacità di fare un cinema che avrebbe bisogno esistere nel mondo, non solo affidandosi all’eco, sempre meno sonoro, dei premi, compreso l’Oscar che vince ancora ma sta perdendo influenza; la soluzione dei criteri delle sovvenzioni che non basta aumentare, devono trovare un “senso”; l’attenzione agli intrecci tra cinema e televisioni, ci sono stati dei risultati ma non possono essere di sopravvivenza e mediocrità; la fine “della strage degli innocenti” in una società che invoglia i giovani ai mestieri del cinema, ha scuole pubbliche e private, un numero abbondante di rassegne e di premi o premiucci, che servono a poco e sono macchine di depressione e frustrazione.

Sembra facile, e non lo è. Siamo avvicinandoci a pericolose scorciatoie, al declino culturale e artistico, di cui parlano tutti, specialmente gli opinionisti che vivono di questo, e cioè del senso d precarietà, se non di morte, che sta avanzando lentamente ma avanza.

Zalone canta, alla Celentano, “La prima repubblica non si scorda mai” perché questa repubblica ha preso vita l’Italia dopo il fascismo e la guerra, e l’ha accompagnata nel miracolo economico e a nel percorso a volte lento, lentissimo delle riforme del lavoro e dei diritti civili; ma ha lasciato una eredità in ogni senso, non solo culturale, che sta portando allo svelamento dei disastri d’ogni tipo che affiorano ogni giorno, acompagnandosi ai terremoti. Terremoti coni domande senza risposte. Ad esempio, una mia, da Pierino, sul cinema italiano, meraviglioso nel suo passato, tutto il suo passato, dal muto in poi: “che vogliamo fare, signori dei poteri e non solo dei poteri, gente del cinema e delle istituzioni pubbliche (che lavorano col cinema e con la cultura)?”.

Cito una sonante frase fatta, imparata sui banchi di scuola: “ai posteri l’ardua sentenza”?. Neanche per sogno…dobbiamo pensare e agire adesso...

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