Speciale: Asian Film Festival. Primi film in concorso.

Primi due giorni all’Asian Film Festival e i film che ho visto mi hanno completamente soddisfatta. Il bacino dei Paesi di provenienza comprende gli Stati dell’Est Asia. I generi selezionati sono vari, si spazia dal sociale, al fantasy: insomma ce n’è per tutti i gusti e difficilmente si rimane delusi.Vorrei iniziare a parlarvi di un

Primi due giorni all’Asian Film Festival e i film che ho visto mi hanno completamente soddisfatta. Il bacino dei Paesi di provenienza comprende gli Stati dell’Est Asia. I generi selezionati sono vari, si spazia dal sociale, al fantasy: insomma ce n’è per tutti i gusti e difficilmente si rimane delusi.

Vorrei iniziare a parlarvi di un film in concorso: Mushishi (Bugmaster) il secondo film “live” del maestro del fumetto e dell’animazione Katsushiro Ôtomo.

Il regista è famoso soprattutto perché è il padre di Akira, il visionario e apocalittico manga di cui ha poi realizzato l’omonimo lungometraggio, considerato tra le opere più importanti dell’animazione mondiale.
Ôtomo è un artista poliedrico, è anche sceneggiatore, character designer, animatore, storyboarder e produttore. Il suo primo lavoro non d’animazione risale al 1991, è una sorta di comedy/horror con il titolo Warudo apaatoment hora (World Apartment Horror).

Mushishi è ambientato agli inizi del ‘900, secolo che segna all’arrivo dell’era moderna e la fine del mondo fino ad allora conosciuto e forse anche delle tradizioni culturali giapponesi. Yoki è un bambino che vaga per il Giappone insieme alla madre: sono venditori ambulanti. Ma la tragedia incombe, la mamma è travolta e uccisa da una frana e Yoki rimane solo. Nui, una maestra di Mushi lo soccorre e lo guarisce.
Immediatamente il bimbo sente una particolare affinità con la strana donna, anche perché pure lui riesce a vedere i Mushi. Ma cosa sono queste strane essenze? Nui spiega a Yoki che sono gli spiriti della natura e che possono essere sia buoni che cattivi, come ogni cosa. Sono in pratica la vita stessa.
Presto anche Yoki diventerà un Mushishi (maestro di Mushi), ma dovrà pagare con la perdita della memoria e della sua nuova amica, questo grande sapere.
Diventato grande Yoki, che ora si chiama Ghinko, vaga per il Giappone salvando le persone ammalate perché attaccate dai Mushi. Ha un rapporto speciale con Tanyu, una bellissima ragazza infetta da Mushi molto rari ma che usa la sua malattia per entrare in contatto con loro e per scrivere le cure per ogni tipo di Mushi presente sulla Terra.

Mushishi è un film radicato nelle leggende popolari giapponesi e fondamentale è il rapporto dell’uomo con la Natura, che esige rispetto. E’ evidente la contrapposizione yin e yan: i Mushi che rappresentano la vita e quelli che rappresentano la morte, la luna e il sole, scienza e magia, odio e amore. La scenografia è essenziale, ma riuscita, la casa di Tanyu è splendida.
Affascinanti alcune sequenze, soprattutto quelle che richiamano la bellezza della natura e i riti magici che pratica Tanyu.
Il finale è aperto, non risponde a tutte le domande, probabilmente è previsto un seguito, che, dato l’eclettismo di Ôtomo potrebbe essere un manga, un anime o un film.

Altro film in concorso è Spider Lilies di Zero Chow (Taiwan). E’ la storia di due ragazze Takeko e Jade. Takeko fa la tatuatrice, ed ha un braccio tatuato con il disegno di un fiore lo “spider lily”: la leggenda dice che questo fiore segna il sentiero che conduce al regno della morte.
Il tatuaggio è l’ultima cosa che il fratellino di Takeko ha visto prima di dimenticare il suo passato e di iniziare a vivere in un mondo tutto suo.
Il disegno era tatuato sul braccio del padre che si è sacrificato per salvare il figlio da un violento terremoto. Takeko spera che guardando il tatuaggio il fartello possa un giorno recuperare la memoria.
Anche Jade ha una storia tragica alle spalle: abbandonata dalla madre e dal padre vive con la nonna cieca. Incapace di vivere rapporti reali si nasconde nella realtà virtuale. Jade è una web girl: una spogliarellista via internet. E’ comunque una ragazza solare e divertente.
Quando Jade entra nel negozio di tatuaggi di Takeko, riconosce nella ragazza il suo primo amore e inizia a corteggiarla invitandola a guardarla via Internet.
Il film ha vinto al 57° Festival di Berlino il Teddy Award come miglior film a tematiche omosessuali.
Secondo me è un po’ riduttivo guardare al film in questo senso. Sicuramente il rapporto tra le due ragazze è il fulcro della storia: il loro amore è trattato in modo elegante e delicato. La caratterizzazione dei due personaggi è ottima, e perfetta è anche la loro evoluzione. Molto riusciti anche i flashback che raccontano il passato, che si susseguono non in modo cronologico ma seguendo una linea emotiva.
Spider Lilies è un film di rapporti affettivi: il legame tra Takeko e il fratello, tra Jade e la nonna, tra il poliziotto che indaga sulle web girl e Jade. In quest’ultimo caso l’uomo si innamora di Jade ma la ragazza sembra corrispondergli solo perché credo che lui sia in realtà Takeko.
Molto brave le due interpreti: Takeko è Isabella Leong al suo secondo lungometraggio, mentre Jade è Raine Yang. Entrambe sono icone della musica pop dell’estremo oriente. La Leong riesce a rendere perfettamente il senso di colpa e la paura dei legami che affliggono Takeko, mentre La Yang sa dare a Jade quell’aurea di sognatrice e civettuola che non possono non commuovere.

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