Ho consegnato all'editore il libro su Scola

Cinecittà celebra ottant’anni di vecchie glorie ma Ettore Scola, scomparso un anno fa, a poco più di ottant’anni ci insegna molte cose, intanto a non partecipare a vuoti riti cinepolitici, sconclusionati e comunque colpevoli di immobilismo

ROME, ITALY - OCTOBER 18:  Ettore Scola attends the red carpet for 'Ridendo E Scherzando' during the 10th Rome Film Fest on October 18, 2015 in Rome, Italy.  (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Ho consegnato all’editore Ediesse il libro “Ettore Scola e la commedia degli italiani- C’eravamo tanto amati?”, sottintesa una estensione per domandare: ci siamo tanto amati? Non so e non voglio dare una risposta; bisogna cercarla nel libro fatto di molte voci del cinema di ieri e di oggi.

Esplicita l’intenzione di chiamare la spregiativa definizione di “commedia all’italiana”, che lo stesso Scola non gradiva, e di aprire il racconto alla “commedia degli italiani” che continua a durare, non solo in campo cinematografico.

Una prima cosa la voglio dire: le celebrazioni di Cinecittà, di per se stesse giuste e motivate, sottolineano proprio come non è successo mai un disorientamento del cinema che sa di resa, di vera difficoltà in una situazione segnata da delusioni (nessun film italiano invitato a Cannes) e da tante altre difficoltà generali. Una impossibile via di uscita. La via di uscita vera, indispensabile: come si riorganizza un sistema produttivo? Dico subito che non ho una risposta, ne ho soltanto la percezione e qualche idea. Ma noto che nessuno, dico nessuno, si pone la domanda.

Un certo numero di film vengono realizzati, qualcuno ha successo, qualcun altro no, i talenti ci sarebbero ma lavorano a casaccio, stretti da generi che sembrano esauriti, ad esempio ll genere comico che è da sempre stato il polmone del nostro cinema sul piano nazionale; o anche il cinema d’autore (da Rossellini a Tornatore o a Sorrentino) che soffre molto, tra finanziatori incerti e autori faticosamente in cerca di ispirazione e o di idee.

Ettore Scola è esemplare attraverso una carriera, da giovanissimo, prima come sceneggiatore e poi come prolifico regista. Una gran quantità di carta di progetti e poi una gran quantità di successi. Mi sono concentrato e divertito a rivedere un percorso che si è costruito in un lungo tempo, dagli anni cinquanta fino a ieri con l’ultimo film di Scola dedicato a una bio sull’amico e maestro Federico Fellini ,fin da quando si incontrarono nella redazione di “Marc’ Aurelio”, il regno della satira scritta o disegnata,
un crogiolo di esperienze e di creatività sensazionale che per ora non è stato ricordato e studiato come si deve, Da noi, va di moda la celebrazione dei vivi morti e dei morti stagionati, ma non la voglia di tornate su uno spettacolo, perché spettacolo è stato, vistoso e colmo di umori, il cinema di Scola, che ho conosciuto, e di cui sono stato amico.

Il libro che sta arrivando è un tentativo nuovo. Vedere Scola e la sua “sperimentazione” di cinema in una luce più ampia, tra biografia, non agiografia inutile, e contesto di lavoro, contatti, amicizie, collaborazioni, vite e vita di cinema doc, quello pensato e realizzato, rispettoso del pubblico quindi delle qualità e delle idee. Un grazie a Ettore che ha battuto per serietà e continuità i fragili eroi, gli Achille, con intelligenza e pazienza.

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