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Malick to Malick: risalire attraverso il ricordo – Parte Seconda

Ricordare. Questa è l’attività essenziale per poter ambire a quella risalita che è tema portante dell’ultimo Malick. Leitmotiv che informa anche l’uso del voice-over, non più in funzione meramente narrativa

The Tree of Life di Terrence Malick offre una spiegazione accettabilissima, anche da parte di chi non crede, sul rapporto tra il singolo e la propria origine, discorso che abbraccia tanto la sfera terrena (padre e madre) quanto quella soprannaturale (la divinità), ferma restando la capacità di ascoltare. Il protagonista, ovvero il personaggio di Sean Penn, ripercorre la propria vita attraverso non soltanto ricordi, ma pure sensazioni. Il film di Malick rappresenta una lunga, articolata parabola sul perdono, che s’identifica col titolo: nella capacità di perdonare sta l’albero della vita. Cosa impedisce al protagonista di perdonare? O meglio: perché non ci riesce? Il suo malessere sta tutto lì, in tale impossibilità. Eppure è un professionista affermato, ha una bella moglie, vive in un’abitazione moderna ed evidentemente costosa. Solo che non riesce a riconciliarsi con sé stesso, dunque col suo passato, vivendo male il presente. Tutti piani temporali che Malick saggiamente e poeticamente mescola, proprio per amplificare il dolore di Penn, rendendo la sua sofferenza accessibile anche dall’esterno (strano a dirsi per un film considerato esoterico). Il motivo è presto detto: prima del perdono vi è l’amore, prima dell’amore l’accettazione, prima dell’accettazione il raziocinio, prima del raziocinio il ricordo.

Il punto è proprio questo, ossia che l’architetto si è praticamente dimenticato di avere un padre e una madre, inizialmente per via di una decisione deliberata, ossia quella di separarsene, sia a livello fisico-materiale che, successivamente, a livello morale. Tale scelta, consapevole, l’ha però condotto a quell’oblio non voluto, non desiderato e senz’altro non preventivato, che è la loro dimenticanza: da un certo punto in poi, senza che nemmeno se ne rendesse conto, il personaggio di Penn sperimenta l’assenza dei propri genitori. È come se non fossero mai esistiti, malgrado ne avverta la presenza. Una condizione esistenziale che lo risucchia sempre di più verso un vertiginoso e spaventevole baratro.

A questo punto è più facile offrire una descrizione meno vaga di The Tree of Life, che è, nelle sue implicazioni più immediate, la dolorosa ricerca del padre e della madre da parte di un figlio. In più occasioni però le due figure assumono dei ruoli precisi, chi la Grazia (la madre), chi la Natura (il padre). Nessuna delle due ha senso senza l’altra, perché l’una spiega, giustifica l’altra. In altre parole, la completa. Penn odia e ama entrambi, ciascuno per motivi diversi: in lui non tollera l’inspiegabile severità che muta in violenza incontenibile, così come ne rispetta e finanche venera l’autorità; in lei non sopporta l’accondiscendenza, per lo più recepita come sintomo di debolezza, incapace com’è, la madre, di “ribellarsi” anziché assecondare, sebbene al tempo stesso la sua dolcezza sia balsamo.

In alcuni frangenti il protagonista sembra prediligere l’uno ai danni della seconda e viceversa, talvolta vorrebbe fare a meno di entrambi, trattandoli da carnefici. È solo quando li accetta tutti e due, allo stesso modo, riconoscendo l’importanza di entrambi, solo allora può davvero riconciliarsi, con sé stesso anzitutto, dunque con gli altri. Perché l’esistenza è contrassegnata da entrambe le dimensioni: Grazia e Natura ne sono parte integrante, che non possono essere rifiutate, pena sprofondare. E sprofondare è l’alienazione di chi nega quello che Malick ci propone come un principio di realtà, con il quale non c’è modo di venire a patti. Un processo ineludibile, senza il quale l’acquisizione di tale consapevolezza diventa estremamente più complessa, chi lo sa fino a che punto in maniera rimediabile. Il personaggio di Penn prima di intraprendere questo percorso non è una “brutta persona”. È diviso. Tuttavia una persona divisa in sé stessa è capace di tutto, soprattutto del peggio.

Find your way from darkness to light

Forse nessuna affermazione incarna meglio il concetto di moto ascensionale al quale allude Malick come quella di cui sopra. In questo viaggio attraverso gli ultimi quattro film del regista di Waco, si sarà oramai capito, il concetto di linearità è tendenzialmente alieno. Anziché perciò attardarsi subito su To the Wonder, come imporrebbe la cronologia, è Knight of Cups il titolo su cui è opportuno soffermarsi. Ci troviamo infatti idealmente a metà strada tra il film trattato poco sopra e gli altri due: ancora una volta, infatti, il protagonista si trova a correre da solo, i propri conflitti riguardano gli altri in maniera tangenziale. Rick (Christian Bale) non trae più piacere da tutta una serie di attività che ordinariamente ne danno tanto a tanti; tutto è vano, come se il problema non fossero più le pietanze ma il suo palato, oramai incapace di discernere. Come ripristinare la situazione antecedente? Ma soprattutto… s’ha davvero da tornare indietro?

Il vuoto che sperimenta Rick non è esprimibile, così come il disagio che ne deriva. È la condizione del pellegrino che ha smarrito la strada, eppure l’aveva a tal punto chiara in partenza d’averlo intrapreso quel folle viaggio. Si tratta del racconto più struggente dei quattro, in cui Malick, novello Qoelet, mette a nudo l’insensatezza di certi idoli contemporanei così come di altri verso i quali l’uomo coltiva grossomodo da sempre una certa inclinazione. Ancora una volta è ai dettagli che bisogna guardare, a questo giro addirittura al di là del film; una delle locandine riporta infatti il personaggio di Christian Bale a testa in giù. Va da sé che il fante di coppe di cui al titolo è proprio lui e si dà il caso che questa carta rovesciata nei tarocchi abbia un suo preciso significato, che prendo a prestito e vi riporto di seguito (in neretto le parti che meglio descrivono il temperamento o alcune peculiarità di Rick):

Rifiuto da parte di queste persone di viversi queste esperienze o sofferenza nelle stesse. Moderatamente favorevole, anche se capovolto, è sempre un arcano di stampo affettivo, significatore di attrazione, affetto, passione, ammirazione, complimenti un tantino manierati, regali, fino ai risvolti un po’ più foschi dell’adulazione, della seduzione, della facile conquista. Solo in presenza di carte negative, però, il Fante di Coppe capovolto diviene indice di esagerazione, romanticismo eccessivo, causa di tante illusioni, complicazioni sentimentali. In questo caso può anche segnalare la presenza di cattivi sentimenti quali l’invidia, l’egoismo, la slealtà, la suscettibilità. Ma il più delle volte non si tratta di un individuo cattivo: può ferire, è vero, ma lo fa quasi sempre ingenuamente, per immaturità e senza intenzione. Da non escludere intrighi e dispute tra amici a causa di una donna, inganni scoperti, falsità, pettegolezzi, pigrizia, inconcludenza, senso della fine delle cose. La situazione permane variabile.

La valenza del voice-over

Il senso da fine delle cose è esattamente quel baratro che il nostro ha toccato e dal quale deve quanto prima risalire per non restarne soffocato. Vale qui la pena accennare al modo in cui Malick ricorre alla voce fuori campo, anche in questo caso lasciando nulla al caso. Per capire meglio si deve fornire una collocazione temporale a ciascuna di queste voci, chiedendosi quando è che parlano rispetto agli eventi che osserviamo. Non sempre infatti la prospettiva del voice off è post hoc, ossia successiva agli eventi, anzi, non di rado chi parla sta come esprimendo pensieri, estemporanee considerazioni su quanto sta accadendo hic et nunc. Altre volte, il più delle volte, si ha l’impressione che coloro che parlano siano consapevoli di quanto stia avvenendo, sebbene fino a un certo punto. In altre parole, il ricorso alla voce fuori campo non è quasi mai motivato dall’esistenza di un narratore onnisciente, ossia colui che ha una panoramica netta rispetto agli eventi che racconta, né dal mero bisogno di metterci al corrente del pensiero di un qualunque personaggio, se non in termini di rievocazione.

I racconti di Malick tendono infatti a svolgersi nell’ambito di un ineludibile presente, ne sono intrisi, per cui sottrarli a tale dimensione appare come una forzatura. Che la prospettiva al futuro sia una forma di costrizione fuorviante è dovuto al fatto che le storie di Malick non hanno mai un epilogo in senso stretto: la fine è semmai un nuovo inizio. Quello che lui descrive è sempre un percorso, in salita nel duplice senso per cui da un lato è costellato di faticosi conflitti, dall’altro descrive in ogni caso parabole ascendenti e non discendenti. Ma si ferma sempre un attimo prima del vero finale, per così dire, che la sua poetica rifiuta a priori proprio perché a quel punto non importa dove esattamente siano approdati i suoi personaggi. In questo, Malick si mostra pienamente figlio del proprio tempo; il suo è un cinema decisamente contemporaneo nel linguaggio, ma tipicamente novecentesco nel suo rifuggire qualsivoglia chiusa, anche per mitigare l’andamento moraleggiante quantunque mai moralistico delle sue storie.

Chiudo con un estratto della recensione che scrissi da Berlino, se non altro per la vicinanza rispetto alla prima visione, dunque un commento a caldo, che però dà contezza della portata di Knight of Cups e della sua profonda ambizione, superato in tal senso solo da The Tree of Life.

Ma c’è tanto altro, ve lo abbiamo già detto. Il mito di Sisifo, l’«ama e fa ciò che vuoi» di Sant’Agostino, il vertiginoso rapporto tra universo e Terra, la nostalgia costante di un luogo che non si conosce, ma che ci attrae sempre, dovunque, nei nostri sogni, nelle nostre speranze così come nelle nostre aspirazioni. A tratti è il narratore del Qoelet di biblica memoria ad appropriarsi del voice over, se non addirittura delle mani del regista, il quale mostra che in fondo «vanità delle vanità, tutto è vanità». Ci vuole coraggio per andare così a fondo, anche solo per provarci: in un’epoca talmente avulsa dal dogma, e che anzi ne ha proprio ripudiato l’idea, è estremamente necessario qualcuno che ci inviti a recuperare quella capacità per cui, con Chesterton, «si può capire tutto solo grazie a ciò che non si capisce».

Malick to Malick: il cinema di Terrence Malick dal 2011 al 2017 – Parte Prima