È morto Harris Savides, direttore della fotografia per Gus Van Sant, David Fincher, Sofia Coppola e altri

Ci lascia un maestro della fotografia, della luce, del buio e dell’atmosfera: Harris Savides, collaboratore di tanti maestri del cinema americano.

Colori accesi, ombre, cambi di luce improvvisi, amore per il dettaglio e per ogni minima fonte. Harris Savides era un vero maestro. È morto oggi a soli 55 anni: non si sa ancora la causa del decesso, soltanto che l’uomo era malato da tempo. Savides ha collaborato con molti registi americani importanti degli ultimi anni, da Gus Van Sant a David Fincher, da Sofia Coppola a Noah Baumbach, segnando il cinema statunitense degli ultimi 20’anni.

Con Fincher collabora in The Game, Seven e Zodiac: la sua fotografia satura, il buio inquietante, i tagli di luce netti sono elementi fondamentali della costruzione dell’atmosfera che Fincher vuole regalare, soprattutto nel terzo caso. Maestro assoluto nello scavare i corpi e gli elementi della natura, tocca uno dei suoi punti più alti con la “trilogia della morte” adolescenziale di Gus Van Sant, ridisegnando in un certo senso i canoni dell’estetica indipendente e le sue inquadrature.

Soprattutto in Gerry, forse il suo “capolavoro”, Savides rende seriamente asfissiante l’aria del deserto, man mano che passa il film e che i due protagonisti continuano nella loro traversata senza speranza. La collaborazione con Van Sant inizia ancora prima, in Scoprendo Forrester, ed arriva fino a L’amore che resta. Unica “pausa” quella di Paranoid Park, la cui fotografia è curata da Christopher Doyle. Altro “miracolo”, sempre per Van Sant, è Milk, tutto giocato tra cambi di registro e di mood, tra fotografia classica ed inserti Super8.

Seguono lavori di rilievo come The Yards di James Gray, Il matrimonio di mia sorella e Lo stravagante mondo di Greenberg di Baumbach, il “glaciale” e magnifico lavoro su Birth – Io sono Sean di Jonathan Glazer, American Gangster di Ridley Scott, e Basta che funzioni di Woody Allen. Il suo ultimo lavoro sarà quello per The Bling Ring, nuova fatica di Sofia Coppola. Con la regista aveva già lavorato in Somewhere: la sua fotografia rarefatta e sospesa di una Los Angeles solitaria, e i colori sognanti che sapevano catturare il vuoto, sono sinceramente indimenticabili anche per i detrattori.

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