Venezia 2017, per le opinioni sui premi meglio attendere: domina una incertezza sovrana

La cerchia di film degni dei massimi premi appare ristretta. Ci sono film bellissimi nettamente meglio dei rimanenti, si è manifestato uno scarto piuttosto vistoso di opinioni tra i primi e i secondi, i più citati e tutti gli altri. Si sono create piccole tifoserie. Non so se indicano passione o perplessità. Una cosa è certa: passano gli anni, e le Mostre, le incertezze del cinema nel modo dei media e supermedia si sono moltiplicate.

Ormai nessuno parla più di Mostra d’arte. Venezia cerca, nei suoi vertici, non l’arte ma il buon cinema, avendo capito che per il cinema oggi si tratta di una questione di vita o di morte. Niente paroloni. Nessuno crede più ad una selezione perfetta, rigorosissima, di grande qualità (che pure a volte c’è) ma ci si aspetta tutti, tutti noi, ogni anno, ogni volta, qualche significativo segnale di vitalità e di futuro.
La Mostra è un antenna che sente i brividi di momenti difficili.

Con un primo colpo d’occhio, si può dire che il cinema, specie se si allea con le televisioni, si sforza di rendere più artistica, più credibile, più approfondita la comunicazione, e la “spettacolarizzazione" delle realtà caro ai media delle informazioni, del giornalismo, delle breaking news.

Un esempio? Il film in concorso “Mektoub. My love. Canto Uno” di Adbellatif Kechiche, un francese di origini tunisine. E’ un bravo regista che ha vinto premi e cerca con intelligenza e passione di capire il mondo odierno della globalizzazione. Non quella in corso ma quella che è avvenuta un po’ dovunque e soprattutto in Europa negli ultimi anni. Le razze e i popoli si mescolano, non si tratta solo di emigrazione ma di immigrazioni che sono cominciate con gli spostamenti di milioni di persone dalle colonie alle “nuove patria”, con Francia e Inghilterra al primo posto.

L’intento del regista non è quello di stare sui problemi d’oggi dei “rifugiati” o degli immigrati “economici” (che fanno paura in Europa e in America) ma di vedere da vicino come si mescolano le popolazione di diversa origine, diversa provenienza, gusti, culture, mentalità diverse.
“Maktoub” è un esempio. Una serie di “avventure” d’amore tra giovani in una città di mare, tipica, nel sud della Francia. Niente di speciale. I ragazzi di entrambi i sessi si cercano. Balli e bevute sono, come in tutti i luoghi estivi di mare, occasioni di amore lampeggianti, sul filo degli innamoramenti sempre precari. Scenari di film balneari frequenti anche in Italia. Effimeri narcisistici e reciprocamente, spesso, falliti.

Il regista sembra voler girare come consigliavano antropologi del lessato, non solo Levy Strauss, il più serio di tutti, in confidenza con il cinema diretto, senza scene né costumi, nature. La sua tecnica, costante macchina a mano, qualche dialogo fuggitivo, è elaborata ma elementare. Molti hanno notato che Kechiche inquadra soprattutto i sederi femminili, nella convinzione dichiarata di un omaggio al lato B del corpo delle ragazza. Sono nate accuse di sessismo. Polemiche in un ambito ridotto e modaiolo.

La verità è che il regista, meno felice che in altre prove, sembra avere nulla o poco da dire, si allunga, si stira, appisola nella lunghezza verso le due ore. Esibizionismo fragile.

Poche emozioni, qualche lacrima, film che vola via come un manifestino pubblicitario. L’arte si sfalda nella sabbia e nelle onde, scrittura che fa acqua.

Domani si chiude. Curiosità, grandi aspettative. Solo piccoli, labili brividi estivi.

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