Venezia 2017, non so se sia una mostra della svolta ma ha osato, meglio continuare

A parte il Leone e i premi su cui ragionare per il futuro, ciò che non va è il cinema italiano nel suo complesso: quattro film presentati e ignorati. La questione è seria. Venezia fa quel che può; sono i finanziatori, i produttori che non fanno quel che serve. Già: quel che serve? Bisogna cominciare subito a cercare risposte. La Mostra può solo…mostrare piccoli e grandi mostri made in Italy?

Ho assistito alla premiazione della Mostra nelle immagini e commenti di Rai Movie. Niente di particolare. Un andamento faticoso, tanti premi, troppi parlatori: un’ora e mezza di durata. E’ spesso andata in questo modo. Ma non è facile rendere svelta e agile la chiusura di una rassegna che fa tanto cose buone, in accordo con i programmi della Biennale in cui è incorporata, e ha tanti problemi di etichetta. La visione globale della sala è stata seria, gente che riempiva, dalla espressione assente. Lo stile deve cambiare.

Commenti positivi, negativi, vaghi sui massmedia. Un certo imbarazzo nei giornalisti e nei critici che faticano a tenere il passo dei cambiamenti che il direttore Alberto Barbera sta promuovendo gradualmente con Baratta il presidente della Biennale.

La sostanza che a tutto costoro sfugge è una sola: la Mostra ha il tempo per tentare ancora di stare meglio di quanto ha mostrato. Il passato pesa nelle forme, il futuro va cercato. ll cinema ogni giorno non è più quello di prima.

I premi aprono una finestra sul problema del cambiamento. La giuria, presieduta di Anne Benning, ha attribuito il Leone d’Oro a “Shape of Water” di Guillermo Del Toro e ha fatto bene, Messico più Hollywood; non è la prima volta che accade. C’erano candidati americani forti, come “Three Billoards Outside Edding Missouri ” di Martin McDouglas, premio per la sceneggiatura); ma sono stati dimenticati. Esiste nelle giurie attualmente la febbre di cogliere il vento che tira per la paura di essere scontati e telecomandati. Per esempio non sono d’accordo sul Leone d’Argento” a Havier Legrande per il suo “Jusqu’à la barde”: deve essere piaciuto, e perché no?, la scelta di segnare il tema della violenza degli abbandonati, il famminicidio che cresce ovunque. Ma la realizzazione è generica, bloccata, presa da un ritmo televisivo, svuotato.

Gli altri riconoscimenti confermano le preoccupazioni geo- culturali. Ecco il Gran Premio all’israeliano “Foxtrot” di Samuel Maoz. Ecco la Coppa Volpi per il migliore attore al palestinese Kamel El Basha per “”The Insult”.

Fuori da queste preoccupazioni, la Coppa Volpi per la migliore attrice è stata attribuita a Charlotte Rampling, una carriera lunga e preziosa, per “Hannah” dell’italiano Andrea Pallaoro.

Molti hanno notato che i presidenti delle tre giurie principali, compresa quella di “Orizzonti” con Gianni Amelio alla guida che ha individuato “ Nico 1988” di Susanna Nicchiarelli, hanno premiato un film del loro paese, e si chiedono come mai. Coincidenza? debolezza personali? ordini dall’alto? Ma no, sospetti sbagliati, scorretti. Può capitare.

I problemi veri cominciano adesso, Quello sostanziale è stabilire cosa debba fare il cinema italiano uscito sconfitto nel concorso: quattro film proiettati a vuoto, scorretti, infelici, pigri.
Ad un altro anno. E’ il nostro cinema malato che deve muoversi subito. Venezia è nel mondo e fa bene,

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