Festa del Cinema di Roma: il cinema non è una questione privata

La Festa del cinema di Roma è una bella idea che non fa più paura alla Mostra del cinema di Venezia perché per entrambi la vita si è fatta difficile.

Per una serie di ragioni, le Mostre, i Festival, le Feste dl cinema si somigliano tutte. Il punto è che la gente per il cinema esiste, si informa, cerca di vedere, incontrare. La gente non ne può più della televisione e dalla sua avidità di pubblico per finanziarsi, e per dominare la situazione produttiva ingoiando il cinema.

Sta capitando un fatto che registro ogni volta che metto il naso negli ambienti dei festival che tendono tutti a fare la stessa cosa, ubbidienti alla logica del red carpet, dell’opera d’autore, del quanto siamo bravi nel curare il gran malato, ultracentenario.

Il malato c’è, gira col bastone, ma trova i soldi per produrre e poi incassare come è avvenuto per il secondo “Blade Runner” di Villeneuve che non può competere con il primo di Ridley Scott che resta un capolavoro. Mentre il secondo si affanna a competere con un testo rispettabile e con un esibiziosmo visivo che ci ricatta, e a volte ci piace. Ma lasciamo stare.

Alla Festa del cinema di quest’anno il debutto è stato riservato a “Una questione privata” dei fratelli Taviani, Paolo e Vittorio, sostenuti da Ermanno Olmi, come produttore e amico. Il titolo originale viene dal libro di Fenoglio, uscito nel 1963, appunto “Una questione privata”, sembra magico. Riassume in se passato e presente, profumi e malinconie della seconda guerra mondiale che viene visitata, centellinata da una Resistenza fatta di cuore, passione, voglia incerta di futuro, struggimento esistenziale.

Non voglio dare un giudizio personale, chi se ne frega del giudizio di uno spettatore che conosce il gioco delle parti. La Festa del cinema cerca un suo spazio. Non ha mai avuto una vita facile e continua a non averla.

La si considera di “destra” e quindi è concepita come un ‘arena con senso di colpa. Al suo comando sono passati personaggi “garanti” in bilico tra spifferi e ventate politiche, da quando se n’è andato il “Generale Garante” che era Gian Luigi Rondi, un fanatico del cinema, un uomo di potere, un attendo creatore ed esecutore di equilibri.

Una vita, tutta una questione privata: amico di Andreotti, nelle file della Dc, mediatore- seduttore a Venezia e poi a Roma per la sopravvivenza politica, negli ultimi anni di carriera, novantenne, si è iscritto al Pd e all’Anpi, associazione partigiani italiani. Una perfetta quadratura del cerchio. La Festa riproduce quel che si può fare, come dimostra la direzione di Antonio Monda, giovane, competente, giornalista, letterato vivace, “americano”, Pendolare dell’ Oceano, Roma-New York-Roma.

Monda importa quel che può, grazie ai rapporti con la Grande Mela e con Hollywood, e però nei fatti dimostra la scelta, quasi prioritaria, degli incontri con persone di levatura, mescolando il mondo nella parola che rimanda al cinema, e viceversa.

La Festa del cinema trova talvolta buoni, buonissimi film ma il suo cuore, il suo talento sta negli incontri di personaggi dell’arcipelago cinema. E’ il cinema raccontato dai protagonisti che prevale, stranieri e italiani dello spettacolo (da Nanni Moretti a Fiorello). Il cinema oggi alla Festa afferma il primato del sonoro, della parola, anzi delle parole. Non è un soprassalto, un ritorno al passato. E’ la voglia di riempire il vuoto del cinema, oggi “tutta una questione privata”, una ricerca nelle serre dove sopravvivono i film di sopravvivenza.
Non si può che sedersi, ascoltare, sperare….

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