Andrea sconsiglia: Dolls

Dolls. Regia di Takeshi Kitano. Con Miho Kanno, Hidetochi Nishijima, Iatsuya Mihashi, Chieko Matsubara. Epico, col. 113′. – Giappone 2002. Sinossi: tre storie di amori non dimenticati. Takeshi Kitano si approccia al cinema da eccelso dilettante, e i suoi primi film, a partire dall’incredibile esordio di Violent Cop, si nutrono totalmente di questa necessità di

Dolls. Regia di Takeshi Kitano. Con Miho Kanno, Hidetochi Nishijima, Iatsuya Mihashi, Chieko Matsubara. Epico, col. 113′. – Giappone 2002.

Sinossi: tre storie di amori non dimenticati.

Takeshi Kitano si approccia al cinema da eccelso dilettante, e i suoi primi film, a partire dall’incredibile esordio di Violent Cop, si nutrono totalmente di questa necessità di uno sguardo neutro, di una visione nuova, in cui ogni inquadratura sembra reinventare tutto il linguaggio cinematografico e il mondo a sua volta. Nessuno dei cambiamenti di stile e di genere che il regista ha affrontato nel corso della sua carriera ha intaccato questa sua leggerezza quasi infantile, questo suo approccio giocoso anche alle tematiche più serie.

Il giappone è stato sempre al centro dei suoi progetti cinematografici, è così il rapporto continuativo fra la contemporaneità e il passato nel suo paese. La scelta di dedicarsi, per lungo tempo quasi esclusivamente a film sulla mafia giapponese è significativa, nella misura in cui la Yakuza rappresenta, in giappone, una delle più antiche organizzazioni, solo recentemente combattuta dal governo centrale. Un passato ancora più remoto riaffiora anche nei suoi film: antiche danze vengono parodiate dai fuggiaschi della Yakuza in Sonatine, così come nel bellissimo L’estate di Kikujiro traspare il tema dello scontro delle nuove tradizioni con i simboli dell’invasione occidentale (l’angelo/portachiavi del bambino protagonista), fino a scontrarsi con uno dei più radicati simboli della storia patria, il samurai, in Zatôichi.

Purtroppo in Dolls kitano cede alla fascinazione del film d’autore a tutti i costi, e si mette di nuovo in rapporto con il proprio passato, questa volta però non in maniera problematica e ironica, ma totalmente succube, riallacciandosi, pur ambientando la storia nella contemporaneità, ad un’estetica trita, ispirata al giappone medievale e rinascimentale, che però non riesce a gestire in maniera originale.

La cultura giapponese ha la grande capacità, che l’occidente ha perso, di rendere vitali simboli semplici (come la bambola per esempio); si pensi solo alla enorme forza iconica dei loro manga, in confronto allo stile, in maggioranza realistico, dei disegnatori europei. Purtroppo Kitano, forse in seguito al lavoro come attore in Tabù-Gohatto del grande maestro giapponese Nagisa Oshima, si riavvicina ad un mondo astratto, in cui il colore e i simboli la fanno da padrone (il misterioso fascino della scena finale di Gohatto, terribilmente banale ma estremamente necessaria), senza però la maestria del collega più anziano di smorzare il tutto nella necessità della storia, costruendo un film che non è tanto un omaggio all’arte marionettistica del Bunraku, ma un suo prolungamento sterile su pellicola. Un deludente film arty, figlio più dell’illeggittimo Mishima di Paul Schrader che sincero erede dell’arte nipponica.
Stanotte 2 novembre, ore 03.35, RaiTre

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