Roma 2018, Paolo Virzì presenta Notti Magiche: 'ci pensavo da anni, ho deciso di farlo quando è morto Ettore Scola'

Paolo Virzì chiude la Festa del Cinema di Roma con Notti Magiche, suo caricaturale omaggio ad un cinema italiano che non c'è più.

Paolo Virzì chiude la 13esima Festa del Cinema di Roma con Notti Magiche, suo 14esimo film in 25 anni di carriera, co-sceneggiato al fianco degli ormai fidati Francesca Archibugi e Francesco Piccolo. In sala dall'8 novembre, la pellicola è ambientata nell'estate del 1990, durante la notte in cui la Nazionale venne eliminata ai rigori dall’Argentina. Proprio in quei concitati attimi, un noto produttore cinematografico viene trovato morto nelle acque del Tevere. I principali sospettati dell’omicidio sono tre giovani aspiranti sceneggiatori, chiamati a ripercorrere la loro versione al Comando dei Carabinieri.

Notti Magiche è di fatto il racconto della loro avventura nello splendore e nelle miserie dell’ultima stagione gloriosa del Cinema Italiano, omaggiato da Virzì con fare malinconico e caricaturale.

"Quella stagione ha suscitato emozioni rimaste evidentemente indelebili. Nostalgia tra sogni e incubi. La parola autobiografico viene spontanea, dinanzi ad un fim simile, ma è un qualcosa che si fa sempre. Si prendono cose che si conoscono e si adoperano, si usano per trasformarle in altro. Ci sono senz’altro pezzi della mia vita in Notti Magiche, della nostra vita, dei nostri ricordi, ma allo stesso tempo c’è un disegno narrativo, romanzesco, di un grande affresco, ritratti. Una cornice narrativa da noir, da giallo, per una stagione piena di illusioni. Metto in scena quella potente seduzione che da giovani cinefili suscitava l’avvicinarsi alla corte dei grandi maestri, che un ragazzetto come me, ventenne, guardava con sgomento e batticuore. Ci abbiamo ficcato dentro qualcosa di reale, di gratitudine ma anche di burla, come se sentissi il bisogno di liberarmi per sempre di una così grande eredità. Voleo svelare quanto fosse buffa, spaventosa e ridicola quell’epoca. La caricatura, non a caso, è la sintesi ironica di qualcosa. Non a caso un tempo i critici parlavano di ‘bozzettismo’, nei confronti della commedia".

Con Notti Magiche si potrebbe dire che Virzì 'uccida' i propri 'padri' cinematografici, perché è chiaro che quell'eredità, tanto pesante, abbia in qualche modo influenzato le generazioni successive di registi.

"Ma è un problema che anche loro dovettero affrontare. Avendoli conosciuti da vicino so quanto dissimulassero insofferenza nei confronti della critica, che sminuiva un certo tipo di cinema, soprattutto legato alla commedia. La grande guerra, quando uscì in sala, suscitò enorme dissenso. La corte del cinema italiano di un tempo era fatta anche di trattorie, dove scoprire la stanchezza, il disincanto, le mille trappole, i raggiri. Era tanto tempo che pensavo a questo film, ma credo di aver deciso di farlo il giorno in cui abbiamo salutato Ettore Scola alla Casa del Cinema. Ho sentito il bisogno di ringraziare quei grandi registi, ma anche di prenderli in giro, con irriverenza. Ho raccontato quanto fossero seducenti ma anche terribili. L’umorismo è un’arte che ci hanno insegnato proprio quei padri, quando sono arrivato a Roma negli anni ’80 parlavamo tedesco perché guardavamo tutti a quel tipo di cinema, noi aspiranti cineasti, e solo successivamente iniziammo ad apprezzare la commedia italiana".

Tra i protagonisti del film c'è Giancarlo Giannini, negli abiti di un produttore cinematografico dai mille inciuci, arricchitosi con i b-movie all'italiana ma incredibilmente Palma d'Oro a Cannes. In tanti, tra i critici, hanno notato 'somiglianze' tra il suo Leandro Saponaro e Vittorio Cecchi Gori, ma Giannini, vincitore di sei David di Donatello, cinque Nastri d'argento e cinque Globi d'oro nonché candidato agli Oscar grazie a Pasqualino Settebellezze, ha negato l'ispirazione 'cecchigoriana'.

"Non ho capito perché tutti dicano Cecchi Gori, ma non mi sono affatto ispirato a lui. Semmai è un altro a cui mi sono ispirato, ma non farò mai il suo nome perché è anche mio amico. Quello raccontato nel film è un periodo che io ho vissuto, in ogni immagine c’è Virzì, in modo malinconico, quindi in un certo senso è autobiografico. Federico Fellini era la persona più semplice del mondo, alle 05:00 del mattino mi invitava a mangiare la parmigiana sul set. Scola mi tirava le sigarette mentre giravamo, erano cose che accadevano sul set. E’ il bello del cinema. Nel personaggio ho messo tante persone che ho conosciuto, il film ha una curiosa e malinconica verità, che è anche abbastanza sincera".

Si parla di Federico Fellini perché in una scena del film il produttore interpretato da Giannini porta l'aspirante giovane sceneggiatore sul set de La voce della luna, ultimo film diretto dal maestro. Un omaggio che Virzì ha voluto fortemente, a quasi 25 anni dalla scomparsa di Fellini, con il placet di Roberto Benigni, nel 1990 protagonista del film.

"Uno dei motivi per cui abbiamo ambientato il film nel 1990 è proprio questo: era l’anno dell’ultimo film di Fellini. Benigni, che ci ha autorizzato ad utilizzare la sua voce, mi ha rivelato che l’ultima inquadratura che hanno girato era davvero stata l’ultima scena del film. Sembra significare qualcosa, questo viaggio nel grande cinema italiano, nella sua gloria, ricchezza e miseria, c’erano dei tratti spaventosi, tanti Dracula che succhiano il sangue, il Gatto e la Volpe, tanti Pinocchio, soubrette soggiogate ma anche un momento di incanto, ovvero il momento in cui nel film lasciamo parlare Fellini, con la musica de La voce nella Luna".

Un film legato al passato per guardare anche al presente, quello scritto e diretto da Virzì, a lungo cullato e ora finalmente realizzato, senza troppi rimpianti per un'Italia che non c'è più.

"E’ un film sull’arte del raccontare, è interessante notare come mentre avviene qualcosa di rilevante, vedi i calci di rigore di Italia-Argentina, nessuno si renda conto di quel che avviene alle proprie spalle, ovvero un'auto che precipita nel Tevere. E' un film su cosa voglia dire mettere a fuoco gli eventi rilevanti, metterli a fuoco all’interno di un racconto, provare ad allestire una narrazione, un romanzo. Quello che racconto era un mondo differente, un giovane aspirante regista e/o sceneggiatore si avvicinava in modo diverso alla produzione del cinema, perché oggi con smartphone e social tutto è diverso. Un altro conflitto che mettiamo in scena è quello maschio/femmina, che probabilmente c’è ancora. Quello era un cinema molto maschile e maschilista, con le poche femmine presenti che si mascolinizzavano. Mi piace aver scritto il copione con un’amica, una sorella ma anche la prima regista italiana ad andare sul set con la gonna: Francesca Archibugi. Ha segnato la fine di un’epoca, che speriamo non possa più ripetersi. Siamo un Paese machista, non c’è dubbio, il tema sulle donne è ancora oggi attuale e importante, ma fa piacere notare come nel nostro cinema ci siano tante brave autrici".

Questa sera, alle ore 19:00, sarà on line la recensione del film.

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