Trieste Science+Fiction 2018, Laika, recensione: dalla Republica Ceca una favola in stop motion

L'intraprendente regista di Laika, Aurel Klimt, dà vita a una favola deliziosa ancorché incompiuta che prende spunto dalla vicenda realmente accaduta relativa al primo animale lanciato nello spazio

Nel 1957 l’allora Unione Sovietica spedisce per la prima volta nello spazio un animale. Si tratta di una cagnetta, passata alla storia come Laika, sebbene in realtà il suo nome fosse un altro (Kudrjavka): Laika in realtà fa riferimento alla razza. Ad ogni modo, la missione non prevede ritorno, perciò si scelse un cane abituato alle condizioni estreme, un po’ come gli husky siberiani. Ci sono varie ricostruzioni di quanto avvenuto una volta che lo Sputnik 2 su cui viaggiava Laika entrò in orbita, ma quella più interessante potrebbe essere quella che Aurel Klimt propone nel suo film.

Klimt ci ha messo la bellezza di otto anni per portare a termine questo lavoro, giusto per dire a che punto siamo in Europa sul fronte dell’animazione. Laika è infatti un film in stop motion, sulla falsa riga de L’isola dei cani, sebbene con tutt’altro piglio (oltre che mezzi, evidentemente). Malgrado tutto, comunque, non si può che giusto accennare al film di Wes Anderson, che muove da altre premesse, che è insomma un altro tipo di progetto.

In Laika Klimt, che scrive, dirige e monta, ambisce a qualcosa di più che il mero esercizio di stile, l’intrattenimento per l’intrattenimento, e può farlo anche e soprattutto in virtù delle premesse, ossia del contesto in cui matura questo suo progetto. Nella sua fantasia Laika approda su un pianeta sconosciuto, abitato da strane creature che agli occhi nostri appaiono mostruose. L’azione si svolge pressoché per intero lì, ed è soprattutto per questo che gli eventi ci vengono introdotti con una prima parte ambientata sul nostro di pianeta, in quell’Unione Sovietica in cui si muore di freddo e si fa la fame.

Le istanze politiche, ossia il voler approntare un discorso che orbiti attorno a questa sfera qui, evocando le ideologie dominante del tempo, sono tutt’altro che secondarie in Laika. I più piccoli magari sorridono per questi pupazzi che fanno cose strane, parlano e si organizzano, si relazionano agli esseri umani così come agli alieni; nel frattempo però Klimt non rinuncia ad accostarsi a discorsi più complessi. Tanto passa dagli astronauti, uno americano, l’altro sovietico, che approdano anch’essi sul pianeta sconosciuto: la prima cosa che fanno, ciascuno a proprio modo, è adottare l’approccio a cui sono stati abituati, anzi, per il quale sono stati “programmati”, verrebbe da dire, sulla Terra.

Il sovietico perciò usa la mazza del socialismo per imporsi e imporre una dittatura sui generis, ed è per lo più divertente la goffaggine del tutto, tesa in fondo pure a celare l’approssimazione di un argomentare per forza di cose superficiale. Però la traccia c’è, e se ne aggiungono pure delle altre, come quella che riguarda uno degli alieni, l’hydra vulgaris, una specie che per stessa ammissione della stramba creatura è composta da pervertiti: a lui infatti interessa solo sapere come si accoppiano le altre specie, quali le dinamiche relativamente alla loro sessualità. Ed emerge quella satira velata che in fondo rappresenta la lente attraverso cui certi discorsi “alti” vengono filtrati: l’alieno cerca infatti in tutti i modi di capire com’è fatto uno degli esseri umani, da cui è attratto a priori, tanto che a un certo punto cerca d’intrufolarsi persino sotto la sua tuta.

Scene particolari, talvolta proposte quasi con disincanto, sebbene Klimt, al contrario, appaia piuttosto consapevole. Un racconto, quello di Laika, strutturato perciò per toccare più tematiche, per lo più attuali, che afferiscano all’identità di genere, alla causa animalista oppure ancora a quella divisione che sostanzialmente divide ancora l’Occidente odierno, le due visioni che, sebbene con le dovute evoluzioni, non si discostano poi molto dall’assetto di sessant’anni fa. Che si tratti di socialisti o capitalisti, tuttavia, per Klimt il problema è ancora più profondo, suggerendoci trattarsi dell’arroganza dell’uomo, invicibile a tal punto che si comporterebbe da padrone persino su un pianeta in cui è ospite.

E va apprezzato per lo più il tentativo di soffermarsi su certe cose anziché il punto di vista vero e proprio. Non tanto per il giudizio che se ne può dare; nel senso che importa relativamente soppesare la genuinità delle idee e delle posizioni filtrate da Klimt. Se infatti tecnicamente Laika è opera credibile, con uno stile non soverchiante ma tangibile (i volti deformati degli umani, inquietanti, dicono molto più di qualunque linea di dialogo), è su altri fronti che manca per considerarsi pienamente compiuta.

Sembra infatti di assistere ad una collezione di episodi, più serial che lungometraggio dunque, e chissà che non vi fossero velleità in tal senso, sebbene verrebbe da dubitarne alla luce di una sceneggiatura che sembra proprio concepita per farne un film. Come svariati brani che hanno un inizio e una fine, magari all’interno di uno stesso album, anziché un’unica sinfonia che dai titoli di testa ci accompagna sino a quelli di coda. Un andamento che intacca la scorrevolezza di Laika in maniera a tratti fastidiosa, proprio perché a più riprese ci distoglie, facendoci per un attimo entrare e poi uscire, per poi rientrare nuovamente. C’entra il montaggio, certo, infatti ciò che manca al film di Klimt è proprio questa unità, minata da una frammentazione che ha proprio a che vedere col racconto. Peccato perché, ad altre condizioni, avremmo potuto parlare di un vero e proprio gioiello.

Voto di Antonio 6

Laika (Republica Ceca, 2017) di Aurel Klimt.

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