Bertolucci sulla carrozzella ci dice dove ci andiamo a nascondere

L’editoriale di Italo Moscati su Io e Te.

Di solito non mi faccio influenzare dalle televisioni. Ci lavoro e so, come tanti, che non bisogna fidarsi troppo. Questa volta voglio fare un’eccezione. Guardavo il talk di Fabio Fazio e a un certo punto ho visto entrare in studio con tanto di cappello a tesa larga la carrozzella formula uno guidata da Bernardo Bertolucci, velocissimo e sorridente. L’occasione della sua presenza da Fazio era l’uscita del film Io e te che ha tratto dal romanzo di Nicolò Ammaniti, presentato a Cannes senza troppa enfasi.

L’ ultima volta che avevo incontrato Bertolucci era stato un paio di anni fa, e camminava a stento reggendosi sul manubrio di un carrello. Sguardo triste, sorriso gentile. Provai tenerezza. Ma ora c’è il film e la tenerezza va messa da parte.

Le recensioni lette mi hanno dato il voltastomaco. Mai come adesso i critici sono persino comici nel sostenere il ruolo centrale che si sono dati da tempo. Vogliono essere solo i salvatori della patria. Scrivono quasi sempre come parroci. Ci sono i parroci della catastrofe che vedono tutto nero basandosi sulle mancate vittorie degli azzurri del film ai festival, mancate o stentate, e sugli incassi miserevoli che il nostro cinema riscuote.

Poi ci sono i parroci del buonismo di ogni parte ideologica e politica che guardano ai registi vecchi e nuovi con il biberon per entrambi, aspettando il ruttino dell’arte che manca.

In tv da Fazio ha ostentato una grande serenità, ed è stato un accattivante affabulatore sia nel parlare della sua famiglia, dal padre poeta Attilio al fratello più giovane di recente scomparso Giuseppe, anche lui regista, bravo. Quando è passato al suo lavoro il tono è cambiato, sempre interessante, ma non penetrante, forse per pudore, pudore che peraltro non è mai stato il suo forte, specie quando si tratta di parlare di politica, contestazione del ’68, giovani.

Ho deciso comunque di vedere il film. Non mi era piaciuto Dreamers, il suo film precedente dedicato ai giovani sognatori del ’68. Mi è piaciuto, con una piccola riserva che dirò, invece Io e te. Spiego in breve perché.

Il racconto di Ammaniti è esile ma contiene uno spunto importante. Al contrario dei sognatori di ieri il Lorenzo di oggi, protagonista del film con la sorellastra Olivia, non sogna, o meglio sente il bisogno di allontanarsi dagli incubi della quotidianità- famiglia, scuola, amici, rapporti, amori, ovvero semplicemente vita da vivere- per concedersi una piccola fuga, incubando nella cantina puzzolente di casa un volontario sequestro, una provvisoria presa di distanza da tutto, tranne che dai gadgets del presente, dal telefonino al computer, dalle canzoni alla passione per la natura, quest’ultima simbolicamente chiusa in un formicaio-prigione in cui e un folla di minuscole creature crede di vivere nella inesorabile ripetizione dei gesti e logica di un destino immutabile.

Non vado avanti. Ognuno potrà giudicare di come si sviluppa il racconto in immagini, composto con padronanza registica, di stile, emozionale. Mi basta rilevare che Bertolucci ha dato una indicazione. Ha finalmente offerto una prova d’artista, sottile, elegante, conscia delle difficoltà di dire in un tempo in cui il nostro cinema corre ancora verso il burrone dei fatti, delle attualità, delle fratellanze grandi e mini, insomma delle servitù e servizi che le tv propagandano come inevitabile destino, destino in cui il consenso ha le molte facce di chi sta al potere o chi lo vuole nello stesso pianerottolo dei video.

Bertolucci sceglie di rifugiarsi nella corta e lunga storia, fatta dalle nostre storie, in un ragazzino di 14 anni per dirci che egli stesso guarda i nostri giorni senza illusioni, con la voglia di capire, cioè di vivere.

La riserva, la prova d’artista è riuscita. Ma non basta. Un abbozzo è poca cosa, serve coraggio ancora, ancora inventiva. La situazione lo richiede. Il gesto gracile fa parte dello smarrimento di tutto il cinema italiano.

Foto: © Getty Images

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