Voglio mangiare il tuo pancreas: la complessità del raccontare malattia e lutto nell’ambito delle nuove generazioni

L’animazione giapponese quale veicolo di trame complesse, troppo persino per altre forme espressive interne al cinema ed apparentemente meglio equipaggiate a priori

Quando Sakura perde sbadatamente il proprio diario, c’è lì un coetaneo pronto a raccoglierlo; lo legge, in maniera quasi superficiale, scoprendo che appartiene ad una giovane che si appresta a morire. Succede tutto nel giro di pochi minuti, dalla lettura alla confessione della ragazza, che mette al corrente della propria condizione colui che ha recuperato il suo diario pur essendo uno sconosciuto. Anzi, proprio il non conoscersi fa scattare la molla, spingendo Sakura ad ammettere ciò che nemmeno la sua migliore amica sa, ossia che presto lei morirà.

Rispetto a Voglio mangiare il tuo pancreas sono molteplici i discorsi che è possibile approntare; alcuni di questi muovono da considerazioni che hanno a che vedere con il contesto culturale entro il quale viene fuori questo romanzo. Per dirne una, poco sopra sostengo come il ragazzo, di cui il nome si scopre solo alla fine, e Sakura non si conoscano: il che non è del tutto vero, dato che in realtà frequentano la stessa classe. Dunque? Beh, il punto è che il giovane è un introverso cronico, uno di quelli che vive nel proprio mondo e che non cerca alcun tipo di contatto con chicchessia. Espressione certamente di un malessere, di un’età delicata qual è l’avere diciassette anni, ma persino per un ambiente così attento alla forma e non incline a certi exploit emotivi limitatamente ai rapporti interpersonali, il nostro è davvero un caso a parte.

Perciò, ecco, i due non si conoscono ma sanno che l’altro esiste. Il discorso relativo al nome, cioè il venirlo a sapere alla fine, è per certi versi emblematico di questo stato delle cose: so il tuo nome ergo ti conosco, ed io ti dico come mi chiamo solo quando potrò appunto dire di conoscerti. C’è tutto un discorso di senso che passa attraverso queste piccole cose, senza le quali la portata di anime come questi ci è irrimediabilmente preclusa. Anche Voglio mangiare il tuo pancreas lavora infatti su questa complessità dei rapporti, che è però oltremodo nipponica, non perché il relazionarsi sia complesso solo in Giappone, bensì perché lo è in un modo che non si riscontra altrove, e un giapponese di questo ha da parlare.

Se da un lato perciò abbiamo un giovane molto chiuso, tendenzialmente taciturno, formale all’inverosimile, dall’altro abbiamo una ragazza che sta vivendo la sua situazione di malata terminale come un’occasione, quella di essere ciò che avrebbe voluto a prescindere dalla malattia. È un argomentare che parte da un’esagerazione, dall’estremizzare un concetto di base molto chiaro: un cambiamento radicale ci appare possibile solo laddove si percepisce di non avere più niente da perdere. E difatti cosa ha da perdere una persona che sa che a breve morirà?

Questo debutto di Shinichiro Ushijima si basa su un soggetto dal potenziale melenso, a tal punto facile da essere costellato per lo più di trappole. Come va trattata infatti una storia del genere senza dire cose banali, senza essere scontati, barcamenandosi tra la necessità di non essere né troppo corretti ma neanche troppo scorretti? Ed è inevitabile che in alcuni punti il film rischi di affacciarsi su quel territorio lì, sul mostrare certe situazioni secondo una prospettiva che almeno all’apparenza lascia il tempo che trova, che sia una linea di dialogo di troppo o l’enfatizzazione di certi momenti mediante un montaggio che carica troppo quel passaggio specifico.

Laddove ciò accade, e viene in mente la scena in cui il ragazzo e Sakura rimangono soli nella stanzetta di lei, si possono tuttavia cogliere motivazioni “altre” che non il mero spingere sulla drammatizzazione artificiosa, posticcia, tipica di chi, in ambito romance, non ha alcunché da dire e avvelena il racconto con certi escamotage furbi ma scadenti. Rispetto alla scena appena evocata, per esempio, emerge la frustrazione o in generale il disagio, la difficoltà di persone maturate in un ambito all’interno del quale il contatto fisico è questione assai complicata, la cui entità pubblica non può che avere ripercussioni sulla dimensione privata.

Ora, non dico che per guardare certi film s’abbia da essere dei sociologi o antropologi, ma lavori come Voglio mangiare il tuo pancreas non riuscirebbero a conseguire la banalizzazione di certi argomenti nemmeno se lo volessero, anche quando certe nostre barriere culturali sembrerebbero suggerire il contrario. A tratti si potrebbe anche qui pensare, non a caso, che ci si trovi dinanzi al solito spaccato romantico intriso di sentimentalismo, quantunque declinato mediante una sensibilità orientale, giapponese in particolare; a tale, possibile considerazione, va obiettato che proprio questa sensibilità fa la differenza, oltre alla non meno significativa componente che è l’animazione in sé come linguaggio e contesto espressivo specifico.

Sulla falsa riga di quanto scritto a suo tempo rispetto ad un altro film dal tema delicato, nei riguardi del quale un occidentale, non senza ragione, tenderebbe a mostrarsi diffidente, ossia La forma della voce, va ancora una volta ribadita questa intrinseca qualità dell’anime come “contenitore” ed Arte a sé stante. Alludo alla capacità unica di sublimare certi scogli che il cosiddetto live action non permette, cioè ancora la possibilità che tale sublimazione avvenga facendo ricorso a misure e strumenti di cui un film «normale» non dispone. Non si tratta di approntare alcuna gerarchia, ovvero di stabilire chi sia migliore e chi peggiore; solo vanno operate delle distinzioni, ammettendo che ci sono vicende le cui dinamiche, a certe condizioni, possono essere affrontate di gran lunga meglio e con più incisività qualora illustrate attraverso una forma d’animazione specifica, laddove, entro i confini di altre esperienze espressive, peraltro avulse proprio geograficamente, dunque culturalmente, appare pressoché inevitabile incappare in difetti e vizi quasi insanabili.

Si tratta di una tesi che forse è possibile chiarire meglio con un paragone, che non ci toglie del tutto le castagne dal fuoco pur nondimeno avvicinandoci a quanto intendo sottolineare. Di recente sono stati prodotti svariati film a tema, tratti da romanzi di genere cosiddetto Young Adult, al cui centro c’è appunto la malattia. Esempi che ci tornano utili sono Colpa delle stelle (2014) o il più recente Noi siamo tutto (2017). Si noti come questi ultimi due si accostino alla tematica: qualcuno osserverà che si tratta di prodotti con un target specifico, e che questo detti la linea, a differenza, che so, di un L’amore che resta. Il nodo tuttavia non sta nella presunta autorialità o meno, di solito discriminante, è vero, poiché pure Kimi no suizô wo tabetai, il romanzo da cui è tratto Voglio mangiare il tuo pancreas, poggia, commercialmente parlando, su logiche non tanto diverse per quanto adattate, cosicché lo stesso film ha da misurarsi con “limiti” analoghi.

Da questo confronto emerge anzitutto la differenza di vedute rispetto ad una fattispecie, la malattia tra ragazzi, nonché l’opportunità o anche solo la possibilità di accostarvisi in un certo modo in un luogo anziché in un altro. I due film americani si risolvono in uno spaccato per lo più insostenibile, lontano sia dalla realtà ma, quel che è peggio, ancor di più dalla verità dei personaggi e delle situazioni che tenta di raccontare. L’esito, in entrambi i casi, è un quadretto edulcorato che fa leva su argomenti che maneggia in maniera per lo più rozza, ma proprio perché dietro non vi è alcun ragionamento, alcun desiderio di dirci qualcosa, se non rispetto a un’idea di amore e affezione per lo più infantilistici. È insomma l’approccio di certo Occidente, per cui malattia e morte sono sempre più tabù, e l’unico modo che si ha per confrontarvisi sta nell’opporvi quella massima americana fondante circa il diritto/dovere di essere felici sopra ogni cosa.

Sakura, di contro, si pone un altro problema, che la supera e di molto: cosa mi lascerò dietro? Il suo problema è sì nell’immediato ma non si esaurisce lì. Chiaro che, sapendo che non le resti molto tempo, s’ha da stabilire come trascorrerlo, non solo nel senso di come organizzarlo ma anche di come viverlo, con quale atteggiamento. Mentre le protagoniste dei due film summenzionati cercano l’esperienza immediata, la loro seppur legittima aspirazione è quella di vivere qualcosa che giudicano importante prima di venire meno, senza preoccuparsi di altro se non di soddisfare questo loro desiderio immediato, Sakura intende accumulare tali esperienze non semplicemente nell’ottica di consumo, che si esaurisce nell’atto, bensì per imparare qualcosa e contestualmente comprendere come costruire il suo lascito, che passa anche, forse soprattutto dall’altro. D’altro canto è interessante come gli anime veicolino sia queste che storie più leggere passando spesso proprio dall’ambiente scolastico, il che mi pare vada oltre la semplice constatazione per cui così facendo s’intenda intercettare meglio quel segmento di potenziali fruitori.

Nel primo caso, l’approccio occidentale, si tratta di un’ambizione come detto legittima ancorché infantile, che fa leva su sentimenti che non si conoscono né tantomeno il film si premura di esplorare, se non superficialmente. Da qui quel senso di vuoto fastidioso, su cui viene spolverato un fitto strato di zucchero a velo, con il risultato, inevitabile, che sia questo l’unico sapore che si sente alla fine, dolciastro, senza però avvertire alcuna sazietà, anzi, uscendone con l’appetito rovinato (fine della metafora). In Voglio mangiare il tuo pancreas i protagonisti sono pur sempre dei giovani, diversi per cultura ma non così tanto per ambizioni e conoscenza del mondo. Eppure li si avverte più vivi, più credibili, anche laddove certe esternazioni suonino forzate, forse addirittura artificiose; sono gli eventi, il loro avvicendarsi, a rendere il tutto verosimile, anzi, oserei dire vero.

L’estetica è sempre etica, che piaccia o meno, dunque il mostrare un determinato oggetto in un certo modo anziché in un altro non è un vezzo; mediante tale processo non emerge semplicemente una differenza di forma, come se appunto tale oggetto si spiegasse da sé, o per meglio dire, come se della sua esistenza se ne potesse a priori avere una percezione univoca. Nel caso specifico, dal nostro punto di vista, senza astrazioni di sorta, la malattia è concetto universale, che mette in gioco sentimenti e sensazioni grossomodo equiparabili in ogni tempo e luogo. Eppure perché dei personaggi disegnati in Giappone riescono a penetrare il mistero che vi si ci cela dietro, sotto, senza ovviamente esaurirlo ma comunque trasmettendo qualcosa di “utilizzabile”, mentre delle persone che recitano, dall’altra parte del mondo, conseguono il risultato opposto, ossia quello di allontanarci dalla sostanza?

Sembrano solo e soltanto giudizi di valore, vale a dire l’affermare non solo che uno è un buon film mentre gli altri sono mediocri (il che lo rivendico senza possibilità alcuna di equivoci), ma ancor di più, e peggio, si potrebbe supporre che chi scrive ritenga l’Occidente lato cinema inadeguato, al contrario della controparte orientale, l’unica, secondo questo presunto ragionamento, a poter affondare le mani in certe tematiche; oppure che si stia sostenendo, tra le righe, una non meno presunta superiorità dell’animazione rispetto tutto il resto. Non è così. Anzitutto perché non avrebbe alcun senso, prima ancora che essere di per sé bugiardo, circoscrivere il fenomeno al filone a cui Colpa delle stelle e Noi siamo tutto appartengono. In secondo luogo poiché tutt’al più il discorso verte sul ricavare e mettere per iscritto determinate potenzialità, in relazione alle quali ci si sta invece ponendo in maniera neutra, quasi scientifica nella misura in cui non ci si premura di stabilire cosa sia preferibile o meno bensì cosa funzioni meglio rispetto ad una data situazione; gli eventuali errori sarebbero perciò da ascrivere alle conclusioni, per forza di cosa rivedibili, anziché al metodo. In ultima istanza perché, semmai, si vuole quantomeno tentare di indicare quanto le diverse sensibilità, come descritte sopra, interagiscano con la narrativa per immagini di temi complessi e culturalmente polarizzanti come appunto la morte e la malattia, tanto più se con al centro fasce d’età giovani.

Riaccese le luci della sala, l’impressione che non sia stato lasciato nulla d’intentato, che il film abbia detto tutto quello che valeva la pena dire sulla sua storia ed i suoi protagonisti, è innegabile. Non è filosofia, non si parla in astratto, non si procede per fattispecie, bensì si fa ciò che solo l’Arte può fare, muovere dal particolare per conseguire il generale, una peculiarità dell’animazione giapponese, che nell’intimo di molte sue storie, quando intende espandersi ben al di là della singola vicenda, ci riesce come pochi o nessun altro. Soffermandosi su questa delicata, a tratti toccante parabola nel corso della quale Sakura ed un suo compagno di scuola imparano, contro tutto e tutti, a conoscersi sul serio, scopriamo oppure abbiamo modo di confermare qualcosa non tanto su di loro ma su quanto c’è di umano in loro, dunque anche qualcosa su di noi.

Sono processi che grossomodo si conoscono, ma che vale la pena ribadire, provare a ripercorrere per quanto in modo incompleto; non per nulla, limitatamente a questo scritto, l’intenzione è per lo più quella di fare un ingrandimento su un aspetto non di rado isolato, forse addirittura sottovalutato, lasciando poi che la vera analisi venga condotta da chi si è esposto ad un testo che non ha nulla così articolato, malgrado elaborato lo sia, proprio perché fa leva spesso sui dettagli, scelte registiche precise, tipo Sakura che porge una tessera e la postura del corpo, l’espressione del viso, tutte scelte che in questo caso ricadono nella loro interezza sui disegnatori, dunque sul regista, mentre tante volte quest’ultimo, quando si gira un film con attori in carne ed ossa, volente o nolente sono costretti a delegare a loro, alla loro abilità di cogliere certe sfumature, farsi essi stessi co-autori del testo, che non è solo o tanto la sceneggiatura, bensì il lavoro che si sta facendo all’atto del girare concretamente una scena.

Direi di fermarsi qui, sperando di aver lasciato almeno qualche suggestione, spunti da cui (ri)partire al fine di poter proseguire nell’indagine. Per Ushijima si tratta di un esordio che fa ben sperare, non raffinatissimo, ma che come opera prima denota almeno una consapevolezza di cui far tesoro, che mi auguro venga impiegata persino meglio nel prosieguo del suo percorso. Voglio mangiare il tuo pancreas resta un film chiuso, che ci lancia quesiti per poi riprenderseli, ma che, quando si arriva al punto di raccogliere quanto ha disseminato lungo il cammino, si premura di non lasciarci a mani vuote, compensando con frasi e considerazioni forse ingenue, non estremamente profonde, che chissà peraltro quante volte abbiamo sentito. Ma che, giunti a quel punto, non solo non ci spiace sentire di nuovo, ma alle quali è possibile guardare con occhi diversi.

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