Oscar 2019, breve commento su chi c’è e chi manca tra le nomination

«L’Academy non può accontentare tutti», si dice, eppure ci sono scelte più discutibili di altre. Di seguito ne vengono proposte alcune tra le più contrarianti

Sono solo scelte di un gruppo più o meno ristretto, eppure sappiamo che le nomination agli Oscar sono anche qualcosa di più, piaccia o meno.

Per quanto allora possa essere forte la tentazione di soprassedere, dirsi indifferente e via dicendo, preferisco cedere a un’altra, magari più “costruttiva”.

Sarò breve, anzi brevissimo, anche a costo di apparire sentenzioso (e indisponente, dato che procedo per punti).

  • Cuarón è un fuoriclasse e Roma un bel film. Ma dall’inizio non mi ha convinto quest’alone da capolavoro che lo avvolge. Non starò qui a fare il sommelier del cinema, non solo perché non è il caso, ma anche perché posso capire come mai un lavoro come questo attecchisca meglio di altri simili ma migliori, che però non possono godere della medesima esposizione. Che abbia beneficiato dalla tuttora irrisolta diatriba che vede Netflix da una parte e la sala dall’altra è evidente in almeno due sensi: il primo è che tale contrapposizione ha dato immediatamente adito a un caso, che trascende il film (e in tal senso è non meno chiaro che la presenza di Cuarón faccia tutta la differenza di questo mondo); il secondo è che, magari, proprio in virtù del fatto che un numero maggiore di persone abbiano avuto modo di vederlo, dunque di parlarne, abbia contribuito non poco, laddove la mera uscita in sala avrebbe certamente limitato il discorso, ridimensionandolo in maniera significativa.
  • Capisco che First Reformed non sia granché Oscar-friendly, per così dire, senonché quella nomination per la sceneggiatura paradossalmente crea uno scompenso. Lo fa perché sancisce che il film di Schrader È alla fine materiale che la commissione giudica da Oscar; bene, allora perché non riconoscere ad Ethan Hawke una delle sue migliori, se non la migliore, interpretazione in carriera? Per far spazio a chi peraltro? Malek, Cooper e Dafoe? Posto che First Reformed l’avrei inserito in tutte le categorie in cui fosse stato possibile farlo.
  • Si parla tanto d’inclusività rispetto alle donne. In altre occasioni certe rivendicazioni non mi hanno accalorato troppo, se non altro perché non trovavo certe presunte esclusioni così scandalose. Che dire però di un’edizione che non trova nemmeno uno spazietto a Lynne Ramsay e Chloé Zhao, registe rispettivamente di You Were Never Really Here e The Rider, due dei migliori film in assoluto tra quelli che era possibile prendere in considerazione? Senza star qui a dire al posto di chi e dove avrebbero potuto far loro posto, lascia perplessi che un posto non glielo si sia trovato proprio (e comunque sì, insomma, la categoria più di tutte incriminata è quella per la Miglior Regia).
  • Film straniero. Qui me ne esco con due titoli, ossia Burning e Zama. Togliamo Capernaum e Opera senza autore e via, guarda che gioiellino di categoria che ti diventa.
  • Ultima rimostranza la rivolgo ad alcuni tra gli scontenti, insomma, faccio la critica ai critici, così ce n’è per tutti. Trovo infatti decisamente appropriato che a film come Se la strada potesse parlare e First Man non gli sia stato riconosciuto più di così: nel primo caso ci sta la nomination a Regina King, nel secondo vanno più che bene le menzioni agli Oscar tecnici. Tirare fuori titoli come Destroyer ma soprattutto Private Life nell’ottica di «donne che non ce l’hanno fatta» ritengo sia controproducente, una forzatura dettata dall’esigenza di un riconoscimento che però quest’anno poteva e doveva passare da ben altro semmai.
  • Per concludere, sulla falsa riga del punto precedente… Bradley Cooper papabile per la miglior regia? Non scherziamo, suvvia.

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