Pavee Lackeen e Yadasht Bar Zamin a Venezia62

Pavee Lackeen (Perry Odgen, Irlanda 2005) & Yadasht Bar Zamin (Ali Mohammad Ghasemi, Iran 2005) - [di Impostore]

Perry Odgen viene dalla fotografia, mediata tra le campagne per Calvin Klein e progetti di matrice più sperimentale; Pavee Lackeen è il suo lungometraggio d’esordio sulle comunità di Travellers Irlandesi, e non eredita caratteristiche e posture del linguaggio pubblicitario, ne elabora un’immagine nomade in sintonia con il cinema apolide di Tony Gatlif. Nessuna tessitura musicale, seppur con un possibile tracciato da Jam session, seduce lo sguardo di Odgen. Winnie Maughan, una ragazzina di 10 anni è il soggetto che apre all’occhio, la tecnica è quella del pedinamento, con una riduzione drastica della soggettiva almeno come lessico possibile. Il nome dei fratelli Dardenne è sbucato quà e la tra i primi giudizi critici, in realtà manca quel tipo di scrittura che sta tra Rohmer e Bresson, ed è del tutto assente lo schiacciamento ossessivo del soggetto-oggetto pedinato contro lo sfondo; quel suo con-fondersi con lo specchio di un’immagine che caratterizza un film come Rosetta.

L’approccio di Odgen è più documentaristico, vicino ad una certa tradizione inglese da Peter Watkins fino al Ken Loach di Kes, ovvero nella direzione di una drammaturgia di tipo documentaristico. La sconnessione tra parola e immagine è l’aggancio maggiormente utilizzato da Odgen; c’è il tentativo di sviluppare una serie di identità narrative sulla base di dialoghi colti in supposta flagranza, sottolineati per ridondanza e minacciati dall’imponderabilità del piano sequenza. Può sembrare banale, ma si tratta davvero di un appiattimento rigoroso che non si affida all’ellisse come espediente poetico. Michael Moore potrebbe imparare qualcosa da un cinema nell’atto del suo (dis)farsi.

Lo sfaldamento del testo tra suono e immagine di Yadasht Bar Zamin, che ci ha lasciati senza fiato; il primo lungometraggio dell’Iraniano Ali Mohammad Ghasemi presentato durante il palinsesto della Settimana Della Critica a Venezia 62 è un agglutinamento di tempo, memoria e suono davvero potente. E’ un film in totale controtendenza rispetto alle abitudini di una cinematografia che si è e ci ha recentemente abituati a prodotti strutturati in base al sistema-festival. Hossein Moslemi vede morire il proprio figlio, e si interroga ai limiti della follia, sul motivo della morte dei bambini. Dio li uccide per sottrarli all’orrore di una vita oscena e volgare; per questo deciderà di giustiziarne il più possibile. Il plot ridotto a poche righe serve davvero a poco per descrivere la complessità delle immagini di Ghasemi. Dopo un salto della memoria in Bianco e nero, c’è una prima parte a colori che gioca in termini musicali e visivi con l’idea di fertilità, con la stessa stratificazione di segni del cinema di Paradzanov. Il suono e la musica modificano il ritmo interno al montaggio ed elaborano un sistema visivo complessissimo che oscilla tra una lettura selvaggia di più linguaggi (horror, decor espressionista, Vertov) e una scelta di montaggio che ci ha ricordato i tempi e gli spazi (im)possibili della memoria che emergono tra le immagini di Artavazd Pelesjan. La dislocazione di immagini ripetute, il montaggio che muta in suono, la riduzione della voce ad elemento materico o a frammento recuperato dal tempo, sono tutti elementi di un cinema ossessivo e sperimentale, principio di incertezza.

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